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Jordan Brodie Miller uccise la fidanzata: “Quel demone voleva succhiarmi l’anima”

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Jordan Brodie Miller dopo il delitto chiamò la polizia spaventato: in realtà aveva appena ucciso Emerald Wardle, 18 anni. E lui era sotto l’effetto di droghe

Ecco com’è finito il processo per l’incredibile delitto di Metford, in Australia, nell’approfondimento di Cronaca Vera

Jordan Brodie Miller

METFORD (Australia)- Dopo aver ucciso la fidanzata Emerald Wardle, di soli 18 anni, Jordan Brodie Miller, 22, chiamò la polizia. E l’aspettò per strada, vicino al cancello di casa, in piena notte. Quando vide arrivare gli agenti, corse loro incontro a piedi scalzi e torso nudo: «Aiutatemi, nel bagno c’è il demone che mi perseguita e che vuole succhiarmi l’anima».

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Ma nel bagno non c’era alcuno spirito malvagio. Solo il cadavere di una ragazza, che Jordan aveva strangolato sotto l’effetto di cannabis ed Lsd. Era il 20 giugno 2020. E ora il ragazzo, che si è dichiarato non colpevole e che ha dato la colpa alla psicosi che nessuno gli aveva mai diagnosticato, è stato condannato a 20 anni di reclusione. Ma potrebbe uscirà già dopo 11 anni di detenzione.

Jordan Brodie Miller

LA STORIA DI JORDAN BRODIE MILLER

Un delitto assurdo, quasi surreale, con un movente altrettanto folle: uccidere la propria fidanzata credendola una sorta di diavolo sceso in Terra per ucciderlo. Eppure, dal momento del suo arresto fino alla fine, Jordan ha sostenuto questo e questa è stata la linea difensiva dei suoi legali. Nient’altro: nè una lite alla base dell’omicidio, nè rancori, né alcun tipo di dissapore.

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Tutto sarebbe dovuto all’improvvisa instabilità mentale del ragazzo e alle droghe di cui ormai faceva uso smodato. Jordan fumava infatti erba di nascosto dall’età di 14 anni. E si faceva di Lsd. Tutttavia non era registrato alcun precedente a suo carico per violenze o malattie mentali. Undici giorni prima del delitto aveva però assunto Lsd che, disse agli inquirenti al momento del suo arresto, gli aveva fatto raggiungere «l’illuminazione spirituale».

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Così aveva capito che la ragazza con cui stava da due anni era in realtà «un demone» da eliminare prima che gli succhiasse l’anima. In aula, il suo legale, Peter Krisenthal, ha spinto perché i giudici di Newcastle riconoscessero come l’imputato soffrisse di «schizofrenia cronica non diagnosticata» esacerbata dall’uso abituale di droghe.

Jordan Brodie Miller

Di tutt’altro avviso il procuratore Lee Carr, per il quale il delirio del giovane e le sue violenze erano solamente il frutto dell’abuso di droghe, che lui aveva scelto di assumere. E dunque Jordan era perfettamente consapevole «che stava uccidendo un essere umano e non un demone che lo aveva maledetto».

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Ma chi è Jordan? Prima dell’incredibile omicidio era considerato da tutti una persona tranquilla. Studente universitario al secondo anno, lavorava part time in una stazione di servizio per mantenersi agli studi. Le droghe, che utilizzava da anni, le prendeva senza che i suoi cari lo sapessero e fino a quel giorno non lo avevano portato, a quanto se ne sa, ad andare furiosamente fuori di testa. Sarebbe successo così, tutto in un momento, nel più incredibile dei raptus.

Jordan Brodie Miller

LA MADRE

Al termine del processo, la mamma della vittima, Tania Simshauser, ha mostrato una foto scattata alla figlia tre giorni prima che morisse, davanti alla sua macchina nuova. Dice che Emerald era anche la sua migliore amica. E ha raccontato: «Lei non era un demone, era mia figlia e l’amore più grande della mia vita. Emmy è morta perché amava e si fidava di un mostro».

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Però ora, per citare l’assurdo movente dell’assassino «vivrò per sempre con i demoni nella mia mente. Mentre sto per prendere sonno, ogni notte, sono perseguitata dai demoni. Come madre, so che la mia bambina è morta sentendosi terrorizzata e sola e questo è un demone che rimarrà con me per sempre».

Jordan Brodie Miller

Sa che non perdonerà mai l’assassino, che dice di non aver visto affatto pentito per l’atroce omicidio di Emerald: «Gli esseri umani non uccidono altri esseri umani. Se puoi togliere una vita umana, non sei umano».

Struggenti anche le parole della prozia, Jeanette Petrie, che ha raccontato del «calore umano» che sprigionava la nipote: «La sua bellezza fisica era la prima cosa che ovviamente si vedeva perché era una ragazza straordinaria. Ma la sua bellezza era addirittura inferriore al suo calore umano».

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