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Son pronti alla morte (degli altri), l’Ucraina chiamò

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Ucraina, siamo davveri tutti certi che la guerra sia come ce la stanno raccontando?

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Il presidente dell’Ucraina Volodomyr Zelensky è stato accolto dal Parlamento italiano con un’ovazione. Comico di lungo corso, eletto nel 2019 con il 73% dei consensi in una campagna elettorale in cui denunciava la corruzione di Palazzo, nell’ottobre dello scorso anno i Pandora Papers (documenti rivelati dai giornalisti investigativi dell’Icij) hanno sostenuto che nascondesse all’erario società offshore e conti alle Isole Vergini Britanniche, in Belize, a Cipro. Oggi viene definito un eroe.

Lo stesso premier Mario Draghi ha detto: «La resistenza di tutti i luoghi in cui si abbatte la ferocia del presidente Putin è eroica. Oggi l’Ucraina non difende solo se stessa ma la nostra pace, libertà e sicurezza».

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Teatro di Mariupol bombardato. Twitter

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Devono averlo informato male sulla “resistenza”: tutti i maschi ucraini fino a 60 anni sono infatti obbligati ad arruolarsi e nessuno ha scelta. L’unico a fare la domanda diretta a Zelensky è stato però il Die Zeit, il quale ha contestato che a combattere non ci siano soltanto militari, ma tutti gli uomini del Paese, costretti ad andare in battaglia pur non avendo alcuna preparazione contro soldati di professione.

La risposta: «Se non si tratta di difendere semplicemente una zona, ma un Paese intero, ti ingegni come puoi. Noi non disponiamo di altrettanti soldati come la Russia. Nè possiamo misurarci con i loro mezzi e i loro missili. Ma abbiamo qualcosa che loro non hanno: un popolo che ama la libertà ed è pronto a combattere per difenderla».

Sarà. Ma alla frontiera fermano gli uomini che fuggono e pure centinaia di transgender: dovranno imbracciare il fucile e morire per l’Ucraina. Per quale ragione vanno al macello?

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Già ai primi negoziati di Gomel, subito dopo l’invasione, Vladimir Putin non parlò di sudditanza, ma mise sul piatto la neutralità dell’Ucraina, che non sarebbe mai dovuta entrare nella NATO. La proposta fu respinta con sdegno e, in nome dell’autodeterminazione dei popoli, il rifiuto fu condiviso dai leader dell’Occidente.

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Ora, è ovvio che Putin abbia sicuramente torto nella disputa. E l’autodeterminazione dei popoli è un bel principio da libri di scuola: ma si mandano a morire migliaia di persone, si subiscono milioni di profughi rimasti senza più nulla solo per non voler essere neutrali?

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E a politici e ben precisi giornalisti e opinionisti italiani, che caldeggiano anche l’invio di armi a Kiev e la sua strenua resistenza, facendo gli eroi con la pelle degli altri, quando mai è peraltro importato dell’autodeterminazione di altri popoli come i curdi, o di chi vive in Tibet o a Taiwan, degli uiguri o dei perseguitati in Yemen, solo per citarne alcuni?

E poi l’Austria è neutrale, la Svizzera è neutrale, la Svezia è neutrale. Chi spinge allora davvero su Zelensky per continuare il gioco al massacro dei suoi connazionali in una guerra che sarà comunque persa, a meno di non trasformarla in un conflitto mondiale nucleare?

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La propaganda sulla guerra in Ucraina

Forse bisognerebbe uscire dalla propaganda bellica cui stiamo vergognosamente assistendo in Italia e ascoltare, per una volta, qualcuno che la materia la conosce. Dopo due giorni dall’invasione l’ex ambasciatore alla NATO e poi nella Mosca sovietica Sergio Romano ebbe a spiegare: «Io stesso sono sempre stato contrario all’idea di allargare la Nato all’Ucraina». E addirittura aggiunse: «E devo dire che il punto di vista del presidente russo è degno di considerazione».

E Marco Carnelos, ex ambasciatore italiano in Iraq, già inviato speciale del governo italiano in Siria e in Medio Oriente, consigliere diplomatico nei governi di Romano Prodi e Silvio Berlusconi, un altro che la geopolitica la mastica quotidianamente da anni, ha detto a La Verità: «Temo che cedere armamenti all’Ucraina prolunghi inevitabilmente il conflitto. E più si prolunga, più degenera la situazione internazionale e crescono le sofferenze della popolazione».

E ancora: «Il probabile punto di caduta è la neutralità dell’Ucraina, e non ha senso veder distruggere un Paese per poi arrivare comunque a quell’esito». E infine: «Nella realtà internazionale, da secoli, esistono le necessità della realpolitik. Molti la riducono a un esercizio di cinismo, quando in effetti si tratta di semplice realismo. Chi pensa che l’autodeterminazione dei popoli sia più importante della stabilità globale, vive nel Paese delle meraviglie».

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Ancor più interessante quanto aveva raccontato a Dagospia, dicendo che l’Ucraina dovrebbe essere «uno Stato a sovranità limitata, purtroppo, per salvaguardare la sua popolazione e le sue infrastrutture, risparmiandogli ulteriori sofferenze e distruzioni.

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Come d’altronde sono, per certi versi (inutile che ce lo nascondiamo) l’Italia e altri paesi europei». Perché, appunto, anche l’Italia «e altri paesi europei», parola sua, sono Stati «a sovranità limitata».

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Ma questa è una storia vecchia, che non piace venga raccontanta. Una storia che nessuno si sognerebbe mai di sbandierare a Palazzo soprattutto oggi, che sono tutti diventati patrioti ucraini (ma seduti in salotto).

E allora vogliamo ricordarla con un documento pubblico che, se non dice tutto, qualcosa spiega sul continuo gettare benzina sul fuoco del conflitto.

Il 22 settembre 2015, tre anni prima che morisse, il generale Nicolò Bozzo, già braccio destro nientemeno che del generale Dalla Chiesa – per essere chiari, dunque, uno dal curriculum militare infinito e non un “complottista” – venne convocato davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro.

Gli chiesero degli eterni misteri del dopoguerra nel nostro Paese. E lui, dopo aver sentito molto parlare, alla fine si stufò. E disse a Gero Grassi: «Sa chi c’era dietro alla P2? La CIA. Fintanto che non affrontate questo problema dei poteri che ha la CIA nei territori europei…»

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