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DUE GIORNI A NATALE, un thriller natalizio

Un racconto inedito di trent'anni fa, ambientato il 23 e 24 dicembre

(continua dopo la pubblicità)

 

“… poi a un crocicchio
le anime, le bottiglie che non seppero aprirsi,
non più guerra né pace, il tardo frullo
di un piccione incapace di seguirti
sui gradini che ti slittano in giù…”
E. MONTALE, “DI UN NATALE METROPOLITANO”

ANTIVIGILIA

CASELLO AUTOSTRADALE DI BERGAMO, 23 DICEMBRE 1991, ORE 20.10

Costretto ad accodarsi a una colonna d’auto in attesa davanti alla barriera, il dottor Raffaele Dusi picchiò il pugno sul volante in un gesto di stizza.
Uno scatto sproporzionato: il distributore dei biglietti funzionava regolarmente e avrebbe dovuto pazientare solo qualche minuto prima di lanciarsi nella liberatoria corsa a cento all’ora verso Milano di cui i suoi nervi scossi sentivano  il bisogno.
Ciononostante, trascorse l’ intervallo inveendo contro il traffico impossibile, tanto che più tardi lo prese il timore che  il  destino  potesse punirlo col contrappasso di un vero ingorgo al casello di uscita.
Il guidatore che lo precedeva tardò un attimo ad allungare la mano fuori dal finestrino per prendere il tagliando, e lui:  “Porco di  quel  cane, datti  una  mossa, brutto bastardo!” urlò, avventando la mano sulla leva del cambio.
Con gran stridio di pneumatici la Uno Turbo superò in cinquanta metri l’auto  del  ritardatario;  nell’ istante in  cui  gli abitacoli si trovarono affiancati Dusi lanciò  all’altro guidatore – che ne restò sbalordito – uno sguardo furibondo.
Poi, l’auto imboccò lo svincolo e in breve poté immettersi a tutta velocità nel rettifilo autostradale. 
Il violento sfogo non aveva ancora calmato Dusi.
Le mani stringevano il volante e gli occhi scrutavano accigliati la strada. Quell’ira malrepressa era sorta dopo il colloquio con Giustini, ma non poteva  dipendere  da quell’episodio, fonte di tristezza, non di irritazione. 
Certo, ne era rimasto turbato, ma per la sua eccezionalità. Casi del genere capitavano rarissimamente nella vita di  un medico. 

L’automobile correva sulla  corsia di sorpasso. Tutto intorno, il buio della campagna, punteggiato  di  luci; sopra,  il gelido stellato.
Ai lati della strada, le luci dei numerosi alberi addobbati si facevano incontro alla corsa con il loro sfavillio multicolore per essere risucchiati  indietro. 
” Da ardere, tutti da ardere gli alberi  di Natale. Disgustosi, come tutto il contorno di questa festa del cazzo.”  
Stava esagerando e lo sapeva. Ben lungi dall’essere il male assoluto, Il Natale aveva una doppia faccia: era sì portatore di un ritualismo ormai privo  di ogni contenuto, mero pretesto per gli eccessi consumistici, ma realizzava anche il miracolo, puntuale ogni anno, di far riemergere le  emozioni  e il  senso di favola assaporati nei Natali dell’infanzia e dell’adolescenza.
Tant’è che, alla fin fine, il destinatario dell’invettiva era lui stesso.
Chi se non lui, infatti,  nelle settimane che precedevano il  fatidico 25 dicembre mostrava una infaticabile lena di animatore, contrastante con  la sua  indole pigra e un po’ fredda?
Chi se non lui si prodigava in prima persona affinché si  rinnovassero quei riti  deprecabili che la  stizza  ora  gli  faceva aborrire?
Era proprio lui che andava a comprare l’albero, e lo addobbava con infantile entusiasmo; proprio lui che, restando alzato fino a tardi, allestiva in salotto presepi memorabili; proprio lui che organizzava affollatissime tombole fra  amici; proprio lui che svaligiava i negozi per fare un regalo a  tutti, parenti amici  conoscenti; proprio  lui che  si  procurava  botti e razzi   assortiti per allestire giardino in uno  spettacolo di fuochi  d’artificio; proprio lui  che imponeva a tutta  la famiglia di  assistere alla  Messa di Mezzanotte; eccetera eccetera.
Isabella, sua moglie, veniva trascinata in questa girandola di iniziative quasi a forza; vi partecipavano invece con gioioso fervore suoi figli, Massimiliano, di sette anni, e Alfredo, di dieci, ai quali lui  sperava proprio di tramandare  il culto natalizio
Quella sera aveva in  programma un ritocco al presepe: nel bagagliaio dell’auto giaceva una scatola infiocchettata con  cinque statuine comprate  in un  negozio di addobbi. 
Chissà  la contentezza  di Massimiliano e Alfredo al vederle! 
Ammesso che, una volta a casa, fosse stato dell’umore giusto per tirarle fuori…
Per il momento, anche le statuine  erano travolte dal disgusto cosmico per le usanze  del Natale.
Dietro a un  dosso, due auto  affiancate balzarono incontro alla Uno; nel premere  il freno  Dusi  ne  maledisse  i guidatori. Poi  l’auto  in sorpasso, investita  dal   lampeggio stizzoso della Uno, scartò a destra, e il   dottore poté gettarsi nel corridoio libero.
Il sorpassatore lento ricevette uno sguardo simile a quello toccato  all’autista del casello.
Dusi provò a distrarsi concentrandosi su Dolores, ma neanche il pensiero di lei riusciva a lenire il suo malumore. In questo, c’entrava di nuovo Giustini. Il campanello dell’ambulatorio era suonato proprio mentre era al telefono con la donna, costringendolo ad abbassare la voce per non farsi sentire ( e la cosa, ben lungi dall’avere un effetto sensuale, aveva suscitato la diffidenza di Dolores); poi, a chiudere in fretta la  telefonata, scusandosi in modo poco convincente, col prevedibile strascico di un  muso lungo al prossimo  incontro. L’accoglienza a Giustini era  stata fredda, quasi  scostante  anche per  il disappunto  di  essersi congedato  malamente da Dolores
Dolores…

Dolores era la sua amante.
Una donna con  un corpo  stupendo, modellato  dalla tentazione.
L’aveva conosciuta due mesi prima  al convegno di una casa  farmaceutica al cui fatturato contribuiva con  abbondanti prescrizioni di un medicinale del tutto inefficace ma, almeno, innocuo.
Il convegno era  fasullo; anzi,  era una  scoperta “bustarella in  natura “,  con  il  suo  tema generico, i suoi relatori sconosciuti e, soprattutto, la durata  irrisoria  dei  “lavori”  in  confronto al soggiorno tutto  pagato, per un  intero week-end, in un lussuoso albergo della Versilia.
Non era  da  escludersi  che  Dolores fosse  ricompresa nel  “pacco regalo”, visto  che  era un po’  troppo casuale  la  presenza   di  una   prostituta  d’altobordo  come  lei   nella hall.
Fatto sta che dopo una prima  notte di fuoco, gratis  a parte una  costosa  cenetta d’approccio,   si erano   rivisti in    un albergo  a metà  strada  fra Agrate Brianza e  Bergamo e  lui, oramai  avvinto  dall’irresistibile sensualità della donna, le aveva  regalato un  anello con brillante.
Erano seguiti altri incontri ed altri doni. Dolores non era la sua prima amante; nemmeno  l’ultima, probabilmente;  era  però  la  sola professionista: nelle altre relazioni aveva avuto come partners  donne sposate attratte dal  brivido dell’adulterio.
Era anche  quella  che aveva  resistito  più  a  lungo. Le precedenti storie si erano bruciate  nel breve volgere di una , due settimane con pochi,  sessualmente forsennati  incontri clandestini, cui era seguita la condivisa scelta  di tornare alla normalità monogamica  “perché è stato bello ma  entrambi  abbiamo dei doveri verso le nostre famiglie, etc etc”.
Dusi, incredibile  a dirsi, di Dolores  era un  po’ geloso;  delle altre non lo  era mai  stato, neppure della moglie,  se si  eccettuava il  periodo del fidanzamento, beato ricordo di  una  gioventù  focosa;  di Dolores  invece sì, pur rendendosi conto che  era  vano – ed  anzi  grottesco  –  pretendere fedeltà  da una  come lei.
Si poteva scommettere che  qualche altro  facoltoso professionista, o industrialotto di  provincia, divideva  con  lui le grazie della donna, malgrado i solenni giuramenti  contrari di lei quando il dottor Dusi, sentendosi subito dopo insostenibilmente  ridicolo,  le chiedeva rassicurazioni  al riguardo.
Una gelosia  fisica , ché  da Dolores  non si poteva avere che sesso; la forma peraltro più  insidiosa di gelosia.
Sesso lo aveva  anche da Isabella, ma col contagocce, con i lunghi intervalli di  concordata astinenza (o di stanchezza ?)   di un rapporto coniugale di lunga data .
Isabella…

La certezza, la stabilità.
Ragazza di  buona  famiglia,   si era trasformata senza   sforzo in moglie modello; vista dal di fuori,  perché nell’intimità aveva la sua buona dose di veleno.
Una volta  gli era  venuto  il sospetto  che lo  ripagasse con uguale moneta…
La rabbia gli si riaccese, e all’ignara, forse  incolpevole, Isabella toccò la stessa sorte delle usanze natalizie.
“Ci mancherebbe altro! Farmi  una carognata del genere!  A me, che le garantisco una  posizione sociale ed  un tenore  di vita  invidiabili! Tutte stronze, le donne!” 
Di nuovo,  la stizza  lo trascinava fuori strada,  verso  un maschilismo così intransigente da sconfinare nel  caricaturale: ammesso che Isabella lo  tradisse,  che diritto aveva d’indignarsi lui che  manteneva  con  gran dispendio un’amante e in passato  si  era concesso più di  una divagazione extraconiugale?
Anzi: a ben vedere, aveva favorito la sua carriera di dongiovanni proprio la disinvoltura ipocrita delle donne appartenenti allo stesso ambiente di Isabella. 
Per non aggiungere rabbia alla  rabbia,  troncò quei pensieri. “Alla malora! Che le troie  cuociano nel loro brodo!”  
Sottolineò l’insulto pestando l’acceleratore  per superare  a  doppia velocità un’auto che filava tranquilla sulla corsia normale.

 

AGRATE BRIANZA, CASA DUSI, 23 DICEMBRE 1991 ORE 21.30

Isabella era in angoscia perché per un  altro  giorno ancora, ed erano venti, non aveva notizie del suo amante.
Che idea  balorda,  riprodurre  la situazione  di “Ultimo tango a Parigi”! Avrebbe  dovuto opporsi fin  dall’inizio a un trovata  per  nulla intrigante, soltanto bizzarra.
Ma il  suo  amante era  stato irremovibile.  Prima  di abbandonarsi a qualsiasi effusione (e ne erano  seguite di  davvero travolgenti…) aveva preteso il reciproco anonimato.
S’erano accordati, per gli appuntamenti, di lasciare entro le  19 un messaggio al receptionist dell’albergo Fiori, luogo del primo adulterio, almeno  per Isabella, perché dell’amante nemmeno sapeva  se  era sposato.
Ci sarebbe voluto poco a scoprire tutto di lui, ma  l’innato spirito competitivo, più che  la  fedeltà alla parola  data, le aveva impedito di provarci: se la sfida consisteva nel mantenere  totale indifferenza verso la vita privata  dell’altro, non voleva  perderla. 
Eh sì, quell’uomo le era  entrato nel sangue. 
Rispetto agli amanti passati (appena due: era tutt’altro che  una mangiatrice d’uomini…) si distingueva non per l’alone di mistero, in fin dei conti convenzionale, ma per l’inventiva.
Come lo scorso Carnevale, quando le si era presentato in camera travestito  da cameriera, così bene che sulle prime l’aveva scambiato per una  donna  un  po’ mascolina.
Un’altra  volta, la scorsa  estate,  aveva  avuto  il coraggio di  darle appuntamento ai giardini pubblici di  Porto d’ Adda, trascinandola in un coito spericolato vicino alla fontana dei pesci rossi, col rischio incombente che qualche passante li sorprendesse.
E  l’elenco delle  pazzie dell’uomo, che  si faceva  chiamare, guarda un po’, Arsenio, poteva continuare.
L’aveva conosciuto sul metrò a Milano.
Era vestito elegantemente,  con un bellissimo  cappotto fumo di Londra e raffinati guanti grigi. Nella calca della vettura  aveva incominciato a fissarla con insistenza. Ad  un certo punto le  aveva strizzato l’occhio.
Non era  bello, diciamo  anzi d’aspetto piuttosto ordinario, ma diomio che sguardo! 
Di un’ intensità  che  attraeva ed allo stesso tempo incuteva soggezione.
Aveva detto solo due  o tre parole ma aveva agito,  oh  se aveva agito! All’uscita dalla  vettura, nella calca, le aveva rifilato  un’insistita carezza sulla coscia e  poi, sulla scala mobile, una ancor più lasciva sulle natiche.
L’aveva  travolta  una irresistibile passione. 
Perché  da  due  settimane  si  era  eclissato? 
Se era, come  probabile,  un altro gioco, incominciava a  diventare pesante. E a metterle addosso una apprensione crescente, di cui  avevano fatto le spese Massimiliano e Alfredo.
Eccitati  dall’atmosfera natalizia, avevano  trascorso  la  giornata trafficando intorno  al  Presepe e all’  Albero,  sistemati l’uno ai piedi  del piccolo finto camino, l’altro accanto alla vetrata panoramica, per rendere ben visibile all’esterno il complicatissimo corredo di luci   multicolori.
Raffaele, la sera  precedente, prima della vacanze scolastiche , li  aveva aiutati ad abbellire i due simboli natalizi che lei,  per non appesantire  le pulizie, avrebbe preferito più essenziali…
Aveva  assistito  in  disparte  al   fervore entusiastico dei tre,  concentrata sulle buone  nuove  che  sperava  di ricevere l’indomani  dal receptionist del Fiori.
Al mattino, aveva  partecipato al prosieguo  dell’opera con direttive  castranti  :
” No, i funghetti sull’albero non li metterei,  non   vedete che è troppo carico?”
” Per il laghetto con  le oche  vicino  alla capanna  carta  stagnola,  eh?  Acqua come l’altr’anno  non  ne voglio vedere!”. 
Avvicinandosi   l’ora della  telefonata,  aveva accentuato il piglio repressivo: 
” Attento  che quella palla  ti  cade, non te la ricompro più, sai?”  
” Basta muschio, per Dio!  Andatelo a buttare fuori!” 
” Bravo, complimenti, bella macchia sulla camicia!  A lavarsi e cambiarsi, marsh!”. 
Dopo la telefonata,  il suo sguardo  si era fatto  così cupo che  i bambini  avevano deciso di smettere in attesa di papà, contando sulla sua alleanza per  ripristinare  la supremazia  di Albero e Presepe sull’oppressivo ordine materno. Massimiliano, il biondino, più  calmo, s’era  seduto sul divano a leggere un   libro  di  fiabe , l’occhio  che ogni  tanto sbirciava verso la finestra, in direzione del cancello. 
Alfredo, il moretto, più impaziente, pendolava fra il  Presepe  e  la finestra,  ogni tanto  chiedendo petulante alla madre: “Quando  viene papà?”.
Isabella, più irrequieta  di lui per ben altro motivo, gli rispondeva  brusca  di pazientare, continuando a muoversi  per il salotto come  un animale in gabbia. 
Con gran  sollievo dei bimbi  ed un poco  anche suo, mentre l’inconfondibile  rombo riempiva  il violetto di ingresso, i fari della  Uno Turbo   avevano attraversato  il cancello
 “Papà!  Papà!” 
Isabella aveva faticato ad impedire ai bimbi di precipitarsi fuori ad  accogliere  quel  sospirato Messia.

AUTOSTRADA TRA BERGAMO E AGRATE BRIANZA, 23 DICEMBRE 1991, ORE 20.40

L’Autogrill era apparso in lontananza, sfavillante di luci. Il dottor Dusi lo aveva accolto come un provvidenziale rifugio.
“Ma sì” aveva pensato ” Rifiatiamo un attimo, beviamoci un bel bicchiere! Non mi corre  dietro nessuno, no?”
Rassicurazione  menzognera: gli correvano dietro, con la loro fanciullesca voglia di gioco, Massimiliano  e Alfredo.
Ma l’idea di distrarsi qualche minuto, sospendendo di riflettere sulle origini della propria insofferenza, era allettante.
Era la prima volta, da  quando  percorreva quel   tratto di autostrada,  che sostava nell’Autogrill, e il gusto della novità insaporiva la situazione. 
Aveva parcheggiato in una zona  appartata, a  un centinaio di metri dal bar. Quattro  passi  nel  fresco  della  sera  gli avrebbero fatto bene.
Al centro del piazzale – si poteva dubitarne? – un  abete  ridondante di  luci colorate lampeggiava festoso, così almeno si era imposto  di credere aprendo una tregua  con la detestabile ricorrenza. 
Nel parcheggio c’erano, sì e no,  una  decina di automobili,  proporzionate alla scarsa attrattiva  di quell’ Area di  Servizio: un  bar angusto e il rifornimento di benzina coperto da una pensilina in lamiera, racchiusi in un unico casamento che costeggiava la corsia di marcia.
Avrebbe  preferito  uno di quegli Autogrill giganteschi a cavallo dell’autostrada, sempre affollati come  un  Supermarket  in pieno centro cittadino,  ma sempre meglio di niente. 
L’occhio gli  era caduto su una Golf parcheggiata ad  una decina di metri  dalla Uno. La portiera anteriore destra  era socchiusa e a lui era venuto spontaneo considerare che quella sbadataggine , in tempi di delinquenza  impunita, si poteva  pagare  cara.
La macchina, guarda che coincidenza!, ricordava  la  Golf  grigia di  Dolores, nel cui complice abitacolo loro due non avevano mancato di sbrigliare  la  fantasia erotica… 
Contento di dedicarsi  alla parte  del pacifico avventore, aveva aperto la porta del bar. Nel locale, letteralmente rigonfio di prodotti natalizi, c’erano cinque o sei persone. Dietro il banco, una giovane biondina con un buffo berretto di servizio serviva con aria stressata da fine turno.
Dusi aveva ordinato un prosecco. Nell’attesa lo sguardo gli era sfuggito oltre la vetrata, verso  il bordo del parcheggio.  La Golf grigia così simile a quella di Dolores era sempre lì. Da quella prospettiva gli era  parso di notare  il  segno  di  una strisciata sulla  fiancata sinistra. 
Dolores, sempre distratta, due giorni  prima era andata a sbattere contro il paletto di un parcheggio, rimediandone una uguale…

AGRATE BRIANZA, CASA DUSI, 23 DICEMBRE 1991 ORE 22.15

Il sospirato Messia si era presentato in salotto con la faccia scura. Non aveva raggelato i bimbi solo perché accecati dall’euforia, ma ad Isabella non era sfuggita.
“Ciao papà!”
“Hai visto che bella la stella cometa? Ce l’ho messa io!”
“Le candeline sull’albero le abbiamo messe dalla parte della vetrata, si vedono meglio!”
“Possiamo mettere anche i funghetti? La mamma non voleva…”
“Ti piacciono i pastorelli sul ponte di sughero?”
I bimbi lo frastornavano saltellandogli attorno.
Lui rispondeva con un sorriso sforzato: “Sì, sì, ho visto! Ma lasciatemi respirare un momento, eh?”
“Raffaele, che cosa è successo?” chiese Isabella.
Dusi dribblò i bambini scatenati e si lasciò cadere sulla poltrona di fronte al finto caminetto, incominciando a sfilarsi le scarpe. “Niente. Solo stanchezza.”
Si rendeva conto di recitar malissimo la parte del marito che torna a casa esausto , ma non aveva trovato di meglio.
Isabella, colse l’occasione, di calarsi nella parte della moglie premurosa.
“Povero caro! Sono venuti molti pazienti?”
Si avvicinò e, gesto inusuale per lei , si chinò a raccogliere le scarpe per poi andargli a prendere le pantofole.
Incominciando a realizzare che qualcosa d’imprevedibile minacciava l’eccitante programma di quella sera, i bambini osservavano la scena spaesati.
Dusi pensò: “Se confermo che l’antivigilia l’ambulatorio era pieno di pazienti Isabella, che non è stupida, non mi crede.”
“Beh, no ” Aveva scelto di raccontare una parte di verità, la meno sconvolgente e più digeribile per una moglie “Ma ne è venuto uno che, ti assicuro, ne valeva dieci…”
“Davvero ?” affettò stupore Isabella. Intanto si sforzava di ricordare se nell’ultimo incontro Arsenio aveva lasciato trasparire qualcosa di strano, che so io, un vago senso di noia…
“Sì, un mio vecchio amico di studi, tu non l’hai conosciuto… ”

AMBULATORIO DEL DR. DUSI, BERGAMO,23 DICEMBRE 1991, ORE 19.10

Quando se lo era ritrovato sulla soglia, anche per la cattiva illuminazione del pianerottolo, Dusi non l’aveva riconosciuto.
Lo fronteggiava un uomo di media altezza, la barba incolta e i capelli spettinati. Pur essendo vestito con giacca e cravatta di taglio elegante, la trascuratezza della persona si comunicava agli abiti, coinvolgendoli in una generale impressione di abbrutimento.
“Prego?” aveva chiesto, in tono vagamente ostile.
Per tutta risposta il tizio era esploso in una esclamazione: “Raffaele!”, allungando le mani verso di lui per un abbraccio .
Istintivamente, Dusi era indietreggiato. “Raffaele!” aveva ripetuto l’altro “Mi riconosci, vero?”
In un improvviso flash, al dottore era riaffiorata l’immagine di una persona che assomigliava, alla lontana, all’uomo che aveva di fronte… “Ma…” aveva accennato, osservandolo attentamente. Poi, gli era sgorgato un nome: “Giustini!”
L’altro, assorbito senza batter ciglio il proprio riconoscimento, si era introdotto nella sala d’aspetto costringendolo ad indietreggiare.
“Raffaele!” aveva esclamato di nuovo, come un disco rotto “Finalmente! Finalmente ti ho trovato!”
Da questo momento, era iniziato un dialogo fra sordi.
“Giustini! Come mai da queste parti? Quant’è che non ci vediamo!”
Quindici anni, per la precisione: l’ultimo incontro risaliva a due anni dopo le loro lauree, contemporanee ma in discipline diverse: medicina e legge.
Ricordava perfettamente luogo ed occasione: un corridoio della Pretura di Bergamo, dove lui si trovava per di una noiosa causa civile.
Stava passeggiando per un lungo e affollato corridoio, quando si era sentito toccare la spalla; giratosi, si era trovato di fronte l’amico, come poco prima sulla porta.
“Raffaele! Non sai che sollievo mi da’ poterti parlare! Non ci speravo più!”
Il Giustini del presente aveva una gesticolazione nervosa, quasi frenetica. In quella prima parte del colloquio s’era spostato, con movimenti a scatti, in tutte le direzioni.
Lui si muoveva di conserva, cercando di incrociare il suo sguardo..
“Sei qui per farmi gli auguri?” aveva chiesto, contro l’ evidenza contraria; ma era troppo felice di aver ritrovato un vecchio amico; ai problemi di questi, urlati dal suo aspetto, non pensava.
Vedeva realmente Giustizi, poi? Forse in un accesso, egoistico, di nostalgia, rivedeva solo il proprio felice passato. Giustini era diverso anni luce rispetto a quel giorno lontano? Che importanza aveva? Lui riprovava il sapore degli studi universitari, dei primi passi nella professione; s’inebriava di una giovinezza tornata sotto forma di insolito regalo natalizio.
L’uomo che gli aveva riportato la giovinezza continuava a recitare il suo strano copione. “Sapevo, me lo sentivo che l’ambulatorio era aperto! La sfortuna non poteva accanirsi fino a questo punto!”
“E dimmi, dimmi ” aveva chiesto Dusi “Come va il lavoro?”
ll lavoro poteva andare in un solo modo: malissimo.
Subito dopo aver pronunciato quella sciocca domanda, gli occhi gli si erano finalmente aperti su di un Giustini trasandato, in preda ad un’agitazione febbrile, l’opposto di quello impeccabile, sicuro di sé, di quindici anni prima.
Le due immagini , e le due scene, avevano incominciato a sovrapporsi in un confronto sgradevole.
Che cosa aveva detto Giustini, con un sorriso a piene labbra, nel corridoio della Pretura? Ah, sì : “Raffaele come mai da queste parti?”.
E lui: “Oh, ciao! Sono qui per una lite, una terribile scocciatura. Che piacere! Devo farti i complimenti: hai proprio un’aria da affermato professionista!”
Risata elegante di Giustini.
Adesso invece l’amico ripeteva, per l’ennesima volta: “Che sollievo averti trovato!”
Aveva, Giustini, molti fili grigi fra i capelli, mentre quindici anni prima la chioma era tutta nero corvino; era forse anche più magro, perlomeno il completo sembrava fasciarlo in modo abbondante; non erano però questi macroscopici segni a fare la differenza, bensì l’atteggiamento complessivo dell’amico.
Nel corridoio della Pretura, dopo la risata elegante, il giovane avvocato aveva aggiunto: “Tu piuttosto, come va il lavoro?” La stessa frase del presente, a parti invertite.
“Beh ” la risposta del dottor Dusi “Non mi posso lamentare”
Un dialogo banale, ma che sollievo a poterlo sostituire con l’attuale inquietante incomunicabilità!
Nel penultimo incontro tutto era scontato in modo rassicurante. Come la successiva battuta di Giustini:” Ma va là, che te la passi meglio di me!”
“Eh, sai, a volte uno crede che la sfortuna non lasci scampo, ed invece arriva la salvezza! ” la battuta del presente.
Mentre il suo interlocutore, sempre più agitato, lo fissava torturandosi le mani, aveva deciso di prendere l’iniziativa. Per prima cosa, , per attirare l’attenzione di Giustini e smorzarne un poco l’irrequietudine. aveva richiuso il portone con un colpo secco.
Era riuscito nell’intento, approfittandone per prenderlo a braccetto, e guidarlo dentro l’ambulatorio. Lui l’aveva seguito con assoluta docilità.
L’aveva fatto accomodare sulla poltrona di fronte alla scrivania, prendendo posto dall’altra parte con un rassicurante sorriso.
Aveva intenzione di calarsi nel ruolo del medico, mettendo tra sé ed il problema dell’ amico il distacco indispensabile per capire.
La parte del paziente sembrava soddisfare Giustini: se ne stava seduto in modo composto, guardandolo fisso negli occhi, unico segno di impazienza il torcersi continuo delle mani .
” E allora ? ” aveva iniziato il dottor Dusi ” Qual buon vento?”
” Ho bisogno di una diagnosi, Raffaele ! “la risposta “Solo tu me la puoi fare”
“Solo io ?” aveva fatto eco, perplesso che Giustini fosse venuto a trovarlo per fiducia nelle sue qualità speciali di medico, che in definitiva non conosceva. “Solo io? E perché mai? E’ una cosa grave?”
“Gravissima” aveva precisato l’amico, netto. Nessuna emozione trapelava sul suo viso , un’impassibilità che, lo si capiva chiaramente, era frutto di un sofferto autocontrollo . “Gravissima, però rimediabile. Grazie a te.”
“Spiegami ”
“Conosci mia moglie, vero?”
Il dottor Dusi aveva accennato di sì. Quando avevano smesso di frequentarsi nessuno dei due aveva ancora nemmeno una ragazza fissa, ma se uno andava a trovare un amico dopo molti anni e si dimenticava di non avergli mai presentato la moglie, non restava che sorvolare, perché il dettaglio per lui non poteva che essere irrilevante.
“Ha un tumore”
Aveva pronunciato la parola tremenda senza vibrazioni emotive. Le mani continuavano spasmodiche a torcersi.
“Mi spiace. Benigno?”
“Maligno.”
Ecco come definire quel tono: chirurgico. Sembrava voler asportare con un taglio netto di bisturi sia il tumore che la propria angoscia.
Che nevrosi affascinante, ad aver voglia, e cuore, di curarla! Perché Giustini, non c’erano più dubbi, era in preda ad una fortissima nevrosi: una specie di delirio d’onnipotenza terapeutica proiettato sul vecchio compagno di università.
Doveva amare la moglie più di se stesso, se l’idea di perderla era stata capace di farlo uscire di senno. Cinicamente, aveva pensato che gli sarebbe piaciuto conoscerla, quella donna…Come avrebbe reagito, lui, all’idea di perdere Dolores? E Isabella?
“Mi spiace, mi spiace davvero” aveva replicato ” Ma al giorno d’oggi, il tuo medico te l’avrà spiegato, i tumori maligni hanno ottime possibilità di guarigione, specie se, come mi auguro nel tuo caso, diagnosticati per tempo…”
Un discorso consolatorio che non concedeva nulla dal punto di vista professionale. Aveva deciso di non assecondarlo senza pensarci un attimo: in casi del genere aggravava solo la situazione. Molto meglio procurare un shock al paziente.
“Non mi sono spiegato bene” aveva ribattuto Giustini “Il tumore di mia moglie è incurabile. L’unica possibilità di salvezza è invertire la diagnosi. Mi sono rivolto a molti altri medici prima di te – sono settimane che passo da un ambulatorio all’altro! – ma invano. Ma tu mi aiuterai, vero?
Che pena.
Giustini lo fissava con sguardo supplice. Aveva provato ad immaginarselo mentre ascoltava, deluso e disperato, la gentile ma irremovibile risposta dei colleghi. Chissà quanti gli avevano consigliato di rivolgersi ad uno psichiatra… Poi a Giustini , in un lampo soccorrevole di memoria, era tornato in mente il compagno di università laureatosi in medicina,  una preziosa ultima spiaggia.

AUTOGRILL “BRIANZA”, AUTOSTRADA TRA BERGAMO E AGRATE BRIANZA, 23 DICEMBRE 1991, ORE 20.50

Il dottor Dusi si era staccato dal banco con gesto brusco, avvicinandosi alla vetrata.
La cameriera era rimasta per un attimo perplessa prima di riprendere a versare il prosecco nel bicchiere.
Dusi continuava a vedere la strisciata anche dal nuovo e più vicino punto di osservazione. Forse si trattava di autosuggestione ma stava lì, lunga una trentina di centimetri e larga un palmo, a cavallo fra la portiera anteriore e quella posteriore.
La cameriera l’aveva richiamato: “Signore, il suo prosecco…”
“Ah sì, scusi…” aveva risposto impacciato, tornando al banco per consumare.
Aveva sorbito la bevanda distrattamente, mulinando pensieri.
“Due Golf dello stesso modello e colore, con lo stesso sfregio sullo stesso lato… Prima, nel passare accanto all’auto, non l’avevo notato…. Ma ero attratto dalla portiera socchiusa e può essermi sfuggito.. Del resto, che poteva importarmi di una banale Golf grigia?”
Una bugia: aveva immediatamente associato l’auto all’amante.
“Ma sì, finiamo di berci questo prosecco, ottimo: brava camerierina! , e non pensiamoci più !”
Ma la testa era irresistibilmente tornata a volgersi verso la vetrina, e l’occhio a correre di nuovo alla Golf lontana. Quasi che il turbamento ora gliela facesse distinguere con maggiore nettezza, aveva creduto di scorgere sul vetro posteriore una decalcomania rettangolare somigliante allo stemmino di Cortina d’Ampezzo che Dolores vi aveva applicato dopo un weekend trascorso insieme nella famosa località sciistica.
“Senta” aveva chiesto, d’impulso, alla cameriera ” è per caso venuta qui una donna sui trent’anni, alta, coi capelli neri a caschetto?”
Una descrizione che, se ne accorse subito, la diceva lunga sui possibili rapporti tra lui e la sconosciuta.
La cameriera era caduta dalle nuvole. “Veramente non ricordo…A che ora, scusi?”
Il dottor Dusi si era pentito di quell’uscita intempestiva ed equivoca, che infatti aveva attirato l’attenzione degli altri avventori.
“Oh, beh, non importa” aveva cercato di rimediare, con un malriuscito sorriso bonario. Aveva pagato in una sgradevole atmosfera di imbarazzo, prendendo la via della porta.
Appena fuori non aveva saputo resistere. Si era diretto, fingendo goffamente indifferenza, verso la Golf Grigia.
Nel piazzale, in quel momento, non c’era nessuno.
Una decina di metri più il la del pacchiano albero di Natale che continuava ad accendersi-spegnersi ritmicamente, ogni qualche secondo un’auto sfrecciava sulla carreggiata autostradale.
Avvicinandosi, la supposizione che la Golf fosse quella di Dolores si rafforzava: la strisciata era decisamente identica, e anche la foggia dello stemmino di Cortina d’Ampezzo coincideva.
Giunto a tre quattro metri dall’auto, era entrato nel suo campo visivo, con violento colpo di scena, un cappello di leopardo che spuntava dalla spalliera anteriore sinistra.
Dusi era riuscito a fatica a soffocare un urlo: “Dolores!”
Fatti di corsa gli ultimi passi, aveva agguantato la maniglia , chiusa. Dolores, avvolta nella sua pelliccia di leopardo. era al posto di guida, la testa reclina sulla spalla, le braccia ciondolanti lungo i fianchi.
Aveva fatto precipitosamente il giro della macchina, raggiungendo la portiera socchiusa e spalancandola. Chinatosi su di lei, l’aveva afferrata per le spalle, scuotendola.
“Dolores!Dolores!”
Nessuna risposta: rimaneva inerte, agghiacciante manichino senza vita.
Le aveva girato il capo, e gli occhi verdi sbarrati gli avevano fatto una impressione di ribrezzo così intollerabile da fargli ritrarre le mani, cosicché il capo di Dolores, ricadendo sull’altro omero, aveva mostrato sinistri quanto inequivocabili segni sul collo.
Morta! Strangolata!
Era rimasto per un lungo momento in preda a un turbinare di pensieri confusi : disperazione per la perdita, orrore per il modo, rabbia verso l’autore dell’omicidio, finché aveva cominciato prevalere l’ ansia per la propria sorte.
Nell’ abitacolo con la vittima c’era lui, l’amante presumibilmente geloso, mentre il misterioso omicida era lontano dalla scena del delitto…

CASA DUSI, 23 DICEMBRE 1991, ORE 22.30

” Pietro Giustini, si chiama” aggiunse il dottor Dusi “Vedessi com’era ridotto!”
Intanto si rivedeva al parcheggio dell’Autogrill, mentre scivolava fuori dall’abitacolo della Golf, alle mani i guanti di lana, infilati in gran fretta per non lasciare impronte. Gesti pervasi da una tale ansietà che equivalevano ad una confessione del delitto. Per sua buona sorte non c’era nessuno nei paraggi, e s’era potuto allontanare indisturbato verso la Uno Turbo.
Lo sguardo gli cadde su Massimiliano ed Alfredo, fermi a due passi dalla poltrona a fissarlo con gli occhioni smarriti.
Gli suggerirono una premura paterna lontanissima dalle loro aspettative.
“Senti Isabella, perché non mandi i bimbi a giocare in camera ? E’ meglio che non ascoltino…Capirai perché… Vero bambini che non vi dispiace? Più tardi papà vi aiuta a finire l’Albero e il Presepe, eh?”
Massimiliano ed Alfredo avevano intuito che si preannunciava una serata deludente, trascorsa da soli, fino a che – molto presto, purtroppo! – non sarebbe arrivata la mamma a metterli a letto.
Tentarono una qualche resistenza, così frenata dal senso di avvilimento che Isabella non fece fatica a condurli fuori dal salotto.
Dusi provò una fitta di angoscia ripensando al colloquio con la cameriera dell’Autogrill. Visto ad agire impulsivamente ? a non rispettare le più elementari regole di prudenza? Si poteva scommettere che la ragazza, interrogata dalla polizia, avrebbe riferito dello scambio di battute con quell’avventore, sospettamente avvicinatosi più volte alla vetrata per guardare verso il parcheggio…
La previsione sulla futura testimonianza della cameriera quasi lo faceva pentire della telefonata anonima con cui, appena uscito dall’autostrada, aveva informato la polizia. Come se, prima o dopo, non avrebbero comunque scoperto il cadavere e, di conseguenza, interrogato al cameriera.
Tornò Isabella, fintamente ansiosa di conoscere la faccenda del vecchio compagno di università. “Allora? Racconta.”.
In realtà stava rimuginando se negli ultimi tempi non avesse esagerato nel mostrare distacco verso Arsenio. Forse era sconfinata in un involontario cinismo, persuadendo l’uomo, ferito, a rompere il legame…. Una preoccupazione infondata, perché era semmai Arsenio a esibire un cinismo, recitato ma quanto brutale!, che lasciava ferite profonde sotto la corazza della sua insensibilità, recitata con molto minor disinvoltura.
“Beh, questo mio amico, questo Giustini che non vedevo da anni, si è presentato in ambulatorio in preda ad un’agitazione indescrivibile.”
“Non credo riescano a risalire a me. ” pensava intanto ” La cameriera durante la giornata ha visto centinaia di clienti ed anche se collegherà la mia descrizione a Dolores, difficilmente ricorderà la mia fisionomia… Ma chi può aver ucciso Dolores?”
Isabella pensava: ” E se gli fosse capitato qualcosa? Che so – facciamo gli scongiuri ! – un incidente in macchina, un infarto, un ictus ? Quante volte gli ho detto che il punto debole nel nostro rapporto è questo? Se uno dei due sta seriamente male, può non farcela ad avvisare l’altro… Ma già, figurarsi se lui non rispondeva: e allora ? due amanti come noi vivono intensamente ogni incontro senza pensare al prossimo!”
“Insomma ” proseguì Raffaele “Giustini è andato fuori di testa. La moglie ha una malattia incurabile e lui, invece di farsene una ragione , passa da un medico all’altro (è venuto da me per questo!) implorando una controdiagnosi che ne certifichi la guarigione…Crede di riuscire a salvarla così !”
“Davvero ?” esclamò Isabella, sinceramente colpita.
“Ah, è un nevrotico lucido, più discuti con lui e più si rafforza nella sua convinzione, ribatte tutte le obiezioni con grande abilità dialettica. Ho avuto un bel spiegargli che una diagnosi si basa sulle condizioni oggettive di un malato, sai che cosa ha risposto? Che le malattie sono solo parole, e una volta negate sul piano del linguaggio scompare anche il loro effetto reale, e giù a sciorinare esempi di questa teoria sulla corrispondenza biunivoca tra linguaggio e realtà, in modo così ingegnoso e appassionato che credimi, alla fine mi ha quasi convinto…”
” Non esageriamo!” commentò Isabella. Cominciava a trovare la vicenda interessante non per la singolarità del caso clinico ma per la forza del sentimento di Giustini per la moglie: quell’uomo era la dimostrazione vivente di cosa significava “amare da impazzire”… Gli sarebbe piaciuto conoscerlo…Raffaele amava lei così? E Arsenio? Ah, quanto a lui – si diceva tra il serio e il faceto – vuoi vedere che, convintosi di aver davvero aver incontrato l’Amore con la A maiuscola, stava facendo la prova della lontananza? Mannaggia a lui: vista la forzata reciprocità della prova, non poteva avvisare?
“Si fa per dire… ” riprese il dottor Dusi “Ma quando ha capito che io non avevo alcuna intenzione di rilasciargli una falso certificato, e l’ha buttata sul patetico: proprio tu l’amico più caro degli anni universitari, il solo oramai che può aiutarmi, proprio tu mi tradisci, ti rifiuti di compiere l’atto che può salvare la mia povera Marta; quando si è fatto supplichevole, be’ ti assicuro che ho provato l’impulso di cedere alla sua pretesa, con l’augurio che il miracolo linguistico/terapeutico si compisse!”
“Perché non l’hai fatto ?”
“Per non bruciargli l’ultima ragione di vita. Te lo immagini veder morire la moglie nonostante aver ottenuto la panacea tanto affannosamente cercata ?”
Isabella lo fissò stupita e ammirata. Stentava a credere Raffaele capace di tanta sensibilità.
Dusi provò vergogna a quello sguardo.
Non era vero, aveva mantenuto fermo il diniego solo per puntiglio professionale: non si fanno diagnosi fasulle, e soprattutto i pazzi non vanno assecondati. Casomai portati fuori strada… Infatti s’era rifugiato in un diversivo specioso: non essendo oncologo, non poteva pronunciarsi.
“E lui ?”
“E lui si è fatto aggressivo, minaccioso. Ah è così, eh? Ma sei un delinquente, un assassino, ti deferisco all’Ordine dei Medici, ti faccio radiare dall’Albo, questa è omissione di soccorso ecc ecc.”
” Tremendo!”
” Sì” confermò il dottor Dusi, e tra sé: ” Niente, in confronto a quanto è accaduto dopo !”
“E poi?”
“Be’, l’ho dovuto cacciare , è stato penosissimo ma non c’era altra scelta, era scatenato, non sai quanto ho penato a spingerlo fuori e dare due giri di chiave.”
“Poveretto!”
“Poveretto sì” pensava il dottor Dusi ” ma almeno è vivo, e forse con una buona cura si riprenderà. Magari anche la moglie, chi può dire?, riuscirà a salvarsi, mai sottovalutare le virtù della medicina. Dolores, invece, certamente non la rivedrà più nessuno!”
Isabella pensava: ” Arsenio, l’ipotesi più romantica e più lusinghiera per entrambi è che la lontananza da me, così impari ad averla provocata, ti abbia fatto uscire di senno come l’avvocato Giustini…”

AGRATE BRIANZA,CASA DUSI, 24 DICEMBRE 1991, ORE 1.30

Nel silenzio della camera matrimoniale, Raffaele e Isabella giacevano immobili nella reciproca finzione del sonno.
Nella stanza vicina, Massimiliano ed Alfredo si erano addormentati con la consolazione che la rifinitura di Albero e Presepe sarebbe proseguita l’indomani mattina, come aveva promesso la mamma “perché stasera papà è molto stanco “.
Raffaele pensava: “Come farò senza Dolores? Solo adesso che l’ho perduta, mi rendo conto di quanto fosse importante per me. Non era un capriccio. Accanto a lei avevo trovato la felicità vera, il sesso era solo un corollario…. E’ stato terribile scoprire il corpo nell’abitacolo della Golf, e quei segni sul collo, che orrore! Come si può commettere una simile efferatezza ?”
Efferatezza sì ma, riflettendoci bene, tutt’altro che imprevedibile: Dolores era una donna capace di suscitare gelosie distruttive. Mettiamo il caso che lui l’avesse sorpresa in atteggiamenti intimi con qualcuno dei temuti ma, ahimè, certi rivali: non l’avrebbe preso una folle furia?
“Non la vedrò più, e ho nemmeno avuto modo di conoscerla bene. Ci saremmo visti sì e no una trentina di volte, in circostanze in cui ha prevalso la rapacità del rapporto extraconiugale. Mi aveva detto di abitare a Bergamo, in una via che porta il nome di un famoso inventore. Volta? Marconi? Meucci? Non sono mai andato a trovarla a casa fingendo di credere al pretesto che la vecchia zia molto malata e molto puritana con cui abitava non avrebbe gradito una visita maschile. ”
Isabella pensava: “No, non posso aspettare un altro giorno. E’ sicuramente successo qualcosa. Arsenio è un uomo bizzarro, ma corretto. Se avesse voluto lasciarmi, me l’avrebbe detto. Come mi avrebbe informato di qualsiasi impedimento ad incontrarci.”
Considerazioni che si alternavano a quelle, contrarie, che si era ripetuta appena qualche minuto prima: non c’è ragione di preoccuparsi, è solo una normale pausa, Arsenio vuole ricaricarsi per riprendere la relazione con più vigore…
Oscillava fra questi due poli: una serenità quasi incosciente e la più ossessiva angoscia.
Quando sdrammatizzava, il caso Giustini le appariva in una luce grottesca, quasi comica.
Quando prevaleva il pessimismo, la tragicità di quella situazione senza futuro la turbava, e si augurava che il Futuro che non gliene riservasse una analoga.
Provava risentimento verso il marito, addormentato al suo fianco malgrado il drammatico incontro col vecchio amico. Ma già, Raffaele aveva il cuore di pietra. Dall’alto del suo cinismo, avrebbe dormito senza problemi anche sopra la sua morte! Contava, per lui, solo la professione di medico di provincia, remunerativa ma priva di voli: era sempre fuori di casa, in ambulatorio ad ascoltare malanni insignificanti, o in giro per visite inutili. Non che le spiacesse esser trascurata, per il contraccambio di un’ ampia libertà; ma almeno i figli poteva, anzi doveva, vederli di più. Non bastava dedicarsi a loro anima e corpo a Natale, Pasqua o alle altre feste comandate.
Un giorno o l’altro, gliel’avrebbe vomitato addosso il suo disprezzo. E cosa credeva, che non si fosse accorta delle sue frequenti scappatelle? E quei convegni fasulli? Figuriamoci se la presenza di un medico anonimo come lui era indispensabile!
Arsenio sì che era un uomo al cui fianco valeva la pena vivere! Ah, il suo impareggiabile estro trasgressivo! Non fosse stato per i figli sarebbe fuggita con lui!
In realtà, il terrore di perdere l’amante le faceva smarrire il distacco ironico utile a bilanciare le esagerazioni dialettiche più vistose.
Tanto per incominciare, non era scappata con Arsenio perché lui, da quell’orecchio, non ci sentiva, e chissà quanto tale indisponibilità davvero le dispiaceva, potendo continuare a godere degli agi che la posizione del marito le garantiva .
Quanto al pensiero di essere tradita, non era vero che la lasciasse indifferente. Le procurava un dispiacere che sapeva meritato per aver lei ferito della medesima spada.
Riguardo ai figli, anche lei non era propriamente una madre modello, come dimostrava l’ampio ricorso a babies-sitter pagate dall’aborrito Raffaele.
Infine, anche la sua sensibilità d’animo era tutta da dimostrare, visto che la vicenda dell’amico Giustini la coinvolgeva soprattutto in virtù delle interessate analogie con i propri casi personali.
“Ma Dolores, quando stavamo insieme, era se stessa?” si chiedeva il dottor Dusi.
Propendeva per una risposta negativa.
Dietro l’apparenza di prostituta di lusso, professionalissima nel concedersi sia carnalmente che umanamente, si nascondeva un fondo di tristezza. Una barriera sottile, quasi invisibile ma alla lunga percepibilissima, che impediva una vera confidenza.
Il gioco delle parti – lui l’agiato professionista dongiovanni, lei la mantenuta d’alto bordo – era ben recitato, ma il solo che vi si spendeva senza residui era lui, lei teneva le carte coperte.
Oh sì, gli aveva fatto molte confidenze su di sé, non si era limitata a raccontargli della vecchia zia. Gli aveva rivelato (mi raccomando, assoluta riservatezza, eh ?, sei il primo con cui ne parlo! ) di essere uscita distrutta da una lunga relazione con un uomo molto conosciuto in zona, che le aveva promesso di divorziare per sposarla, una specie di romantico fidanzamento, insomma, su cui spargere calde lacrime quando si è piantati. A suo dire lei non si era mai legata a più di un uomo contemporaneamente; non era, e non avrebbe mai accettato di diventare, una “puttana” che si concede a questo e a quello per soldi, e gli splendidi regali, gli assegni a sei zeri che riceveva da lui non li considerava, lungi da lei quel pensiero!, un corrispettivo, ma una generosa prova d’affetto ecc, ecc.
Quanto più Dolores si profondeva nella finzione, tanto più la vera natura di lei si allontanava.
“Che cosa faceva nel parcheggio dell’Autogrill?” pensava il dottor Dusi, chiedendosi se era arrivata lì seguendo il filo della vita che lui conosceva, fatta di spregiudicato commercio del proprio corpo e ipocrisia, oppure sulle piste di un’altra vita a lui ignota.
Dolores da morta gli ispirava un desiderio di conoscenza che, lei viva, era sovrastato dal cinismo del donnaiolo.
Isabella pensava: “Venti giorni di silenzio sono troppi. Forse Arsenio non ne sente il peso, abituato com’è (si può dubitarne ?) a rapporti irregolari. Per me sono un’eternità. Devo rintracciarlo. Sarà l’occasione per mettere in chiaro le cose: a me va bene una relazione saltuaria e disordinata, ma il legame deve essere forte, saldo, sincero…”
In balia dell’emotività, non si rendeva conto della vistosa contraddizione : era come se chiedesse l’avventura impegnata, o il matrimonio libero…
Raffaele pensava: “Devo sapere chi era. Anche a rischio d’incrociare la strada della polizia.”
Non si rendeva conto di ribaltare, quando oramai era troppo tardi, il senso della relazione con Dolores.

(continua)

Rino Casazza 

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(continua dopo la pubblicità)

Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si è trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora al Teatro alla Scala Di Milano. Ha pubblicato un numero imprecisabile di racconti e 15 romanzi che svariano in tutti i filoni della narrativa di genere, tra cui diversi apocrifi in cui rivivono come protagonisti, in coppia, alcuni dei grandi detective della letteratura poliziesca. Il più recente è "Sherlock Holmes tra ladri e reverendi", uscito in edicola nella collana “I gialli di Crimen” e in ebook per Algama. In collaborazione con Daniele Cambiaso, ha pubblicato Nora una donna, Eclissi edizioni, 2015, La logica del burattinaio, Edizioni della Goccia, 2016, L’angelo di Caporetto, 2017, uscito in allegato al Giornale nella collana "Romanzi storici", e il libro per ragazzi Lara e il diario nascosto, Fratelli Frilli, 2018. Nel settembre 2021, è uscito "Apparizioni pericolose", edizioni Golem. In collaborazione con Fiorella Borin ha pubblicato tre racconti tra il noir e il giallo: Onore al Dio Sobek, Algama 2020, Il cuore della dark lady, 2020, e lo Smembratore dell'Adda, 2021, entrambi per Delos Digital Ne Il serial killer sbagliato, Algama, 2020 ha riproposto, con una soluzione alternativa a quella storica, il caso del "Mostro di Sarzana, mentre nel fantathriller Al tempo del Mostro, Algama 2020, ha raccontato quello del "Mostro di Firenze". A novembre 2020, è uscito, per Algama, il thriller Quelle notti sadiche.

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