Delittisocietà

Pavlina Mitkova, la madre condannata a Macerata: “Non ho ucciso io la mia bambina”

Condannata Pavlina Mitkova, la mamma di origini bulgare colpevole per i giudici di aver ucciso la figlia di appena sei anni, mascherando poi il delitto con l’incendio del suo appartamento. Lei si è sempre difesa negando tutto. Tutti i dettagli del giallo

 

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Il servizio di Cronaca Vera su Pavlina Mitkova

 

MACERATA- Una mamma assassina. È questo il marchio che ora la 39enne Pavlina Mitkova si porta sulle spalle. Un marchio pesante dopo che la Corte d’Assise di Macerata l’ha ritenuta colpevole di aver ucciso la sua piccola Jennifer, di appena 6 anni, la notte dell’8 gennaio 2020. Un delitto dopo il quale la donna avrebbe tentato di sviare le indagini appiccando il fuoco all’appartamento di Servigliano in cui viveva. Lei ha sempre negato tutto: «Non ho ammazzato la mia bambina».

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L’ARRESTO

Pavlina viene arrestata dopo che le indagini hanno appurato l’origine dolosa dell’incendio. Ma non è subito indagata per omicidio. Dalle fiamme la donna aveva detto di essere uscita portando in salvo la figlia più piccola, ma di non essere riuscita a rientrare per prendere con sè anche Jennifer. L’accusa ipotizza un incendio doloso e che Jennifer sia morta dopo che sono state appiccate le fiamme. La tesi regge anche davanti al gip di Fermo Cesare Marziali, che convalida l’arresto nel carcere di Pesaro. La difesa è però meno certa delle prove in mano all’accusa. L’avvocato Gianmarco Sabbioni, parlando ai cronisti dice che «anche l’autopsia non ha fornito i risultati, non c’è nessuna certezza nè sulla causa nè sull’ora della morte». Per il legale i risultati dell’autopsia sono «fondamentali per la ricostruzione dei fatti. Ancora la magistratura non ha dato il nullaosta per lo svolgimento dei funerali, e quindi non c’è una parola definitiva negli accertamenti. Evidentemente ci sono ancora cose da accertare e da chiarire». Sono le prime fasi dell’inchiesta e però un dato risulta cruciale dalla relazione dei vigili del fuoco, che esclude la natura accidentale dell’incendio. Parte offesa nell’inchiesta è il compagno di Pavlina e padre di Jennifer, Ali Krasniqi, operaio kosovaro di 42 anni. Davanti al giudice la donna si protesta innocente. Ma l’indagine prosegue. E a luglio 2020 il capo d’imputazione cambia, ma in peggio: si passa dalle accuse di incendio doloso e morte in conseguenza di altro delitto a omicidio volontario aggravato dal legame parentale e incendio per occultare altro reato. Stando a chi indaga Pavlina avrebbe soffocato la più grande delle sue figlie, forse con un cuscino. E dopo avrebbe dato alle fiamme l’appartamento per nascondere il reato. Lo si evincerebbe dalla perizia eseguita dal medico legale Alessia Romanelli, dal tossicologo Rino Froldi e dall’anatomopatologo Marco Valsecchi: Jennifer sarebbe morta circa tre ore prima dell’incendio. Ma perchè lo avrebbe fatto? Davanti al gip Pavlina si avvale della facoltà di non rispondere. Ma in carcere la donna sta male.

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IL PROCESSO

Una relazione del penitenziario di Pesaro racconta come la donna sia provata e si rifiuti di mangiare per paura di essere avvelenata. Ha perso molto peso e la situazione clinica preoccupa sanitari e psicologi. Si va comunque a processo e anche in aula i vigili del fuoco confermano che il rogo fu volontario. Nessun incidente, dunque. Perché Pavlina appiccò il fuoco? Aveva davvero ucciso la sua bambina?

Di quella notte si sa per certo che il compagno Ali non era a casa e che l’unica testimone dell’accaduto è l’altra figlia, troppo piccola per capire cosa sia successo. Però manca un dettaglio importante: il movente. Nessuno sa dire perché Pavlina avrebbe dovuto uccidere la sua Jennifer. L’accusa chiede comunque l’ergastolo, la difesa l’assoluzione. Dopo la condanna a 25 anni di reclusione, i giudici stabiliscono anche la perdita della patria potestà sull’altra figlia, affidata al padre Ali. E l’avvocato Sabbioni commenta ai cronisti locali: «Viste la richiesta del pm possiamo essere soddisfatti dell’esito del processo, d’altronde il movente dell’omicidio non è venuto a galla neanche nel corso delle varie udienze».

Il legale di Ali, Maria Cristina Ascenzo, dice invece: «Ci gratifica il fatto che l’imputata sia stata riconosciuta colpevole di omicidio volontario e sia stata ritenuta l’unica responsabile, nonostante la difesa della donna abbia cercato di coinvolgere il mio assistito. Avevamo chiesto una pena più pesante e, una volta lette le motivazioni della sentenza, valuteremo se appellarci alla sentenza. Venticinque anni è una condanna fin troppo leggera visto che parliamo di una bambina uccisa e di una famiglia distrutta, i fatti sono stati chiariti in modo evidente e la responsabilità del delitto è stata appurata senza alcun dubbio». Ma cosa sia passato nella testa di quella madre resta tuttora un mistero.

 

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