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Italia, provincia del Tagikistan (e non sappiamo nemmeno dove sta)

Alla fine ce l’hanno fatta: l’Italia, repubblica democratica fondata sul lavoro, è il primo e al momento unico Paese al mondo dove per lavorare in ogni settore servirà il green pass. Roba che nel regime cinese nemmeno se lo sognano. Senza green pass niente stipendio, checché ne dica la Costituzione, che ignorava l’ipotesi di un lasciapassare.

E, dove è già attivo, stanno succedendo cose grottesche, la più delirante delle quali è forse quella accaduta a Riccione, città in cui un’insegnante è stata allontanata dalla classe nel mezzo della lezione perché il green pass era appena scaduto. Ma il vero caos lo vedremo certamente dal prossimo 15 ottobre, quando il certificato verde entrerà ufficialmente in vigore per tutti. Su Il Giorno si calcola che costerà ai novax fino a 225 euro al mese, 450 in una famiglia nella quale entrambi lavorano. I mass media, per far vedere che siamo in ottima compagnia, titolano sulla Germania, che avrebbe deciso di non pagare più la quarantena ai non vaccinati. Peccato che il sistema sanitario là sia basato sulle assicurazioni e la scelta novax costituisca semplicemente un’orrenda opportunità per le compagnie di non pagare i ricoveri con il placet del governo.

Quanto al fatto che nessun altro Paese, dittature comprese, abbia applicato il Green Pass per lavorare sia nel pubblico che nel privato, stiamo assistendo ad un caos. Nessuno più informa. Da mesi ripetiamo che se il Green Pass deve costituire una prevenzione sanitaria, allora tutti dovrebbero essere sottoposti al tampone, perché anche i vaccinati possono contagiare e ammalarsi. Ma taluni esperti rilasciano interviste dicendo che vorrebbero agire esattamente al contrario: togliere il green pass da tampone e darlo solo ai vaccinati. Repliche? Zero.

D’altra parte, sulla vaccinazione che è ad oggi ancora una scelta “libera”, i giornalisti giocano una partita molto più simile alla propaganda che al racconto dei fatti: chiamano i novax “terroristi”, c’è chi invita ad andarli a prendere a casa per inocularli, chi invoca serenamente i licenziamenti. Come se stessero violando chissà quali leggi, mentre non violano manco una norma amministrativa. E così va per il mantra sui farmaci che non funzionano. Avrete sentito dire dell’ultima “follia americana”, quella di curare il Covid con l’ivermectina, un farmaco per cavalli, no? In Italia, a settembre, è stato uno scagliarsi continuo di stampa e virologi contro il farmaco, spernacchiandone l’utilizzo da parte dei medici dopo gli strali lanciati dalla Fda americana. Sarà. Però, il 22 agosto, prima che si scatenasse l’ultima crociata, Il Fatto Quotidiano intervistava il professor Marco Cosentino, ordinario di Farmacologia e direttore del Centro di Ricerca di Farmacologia Medica dell’Università dell’Insubria di Varese. Non esattamente l’ultimo degli arrivati, insomma. E cosa sosteneva il luminare? Questo: «L’ivermectina è un farmaco antielmintico impiegato ormai da 50 anni e incluso nella lista dei farmaci essenziali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, lista che seleziona i farmaci più importanti sulla base della loro efficacia e del loro profilo di sicurezza. Una recentissima revisione della letteratura scientifica, comparsa sull’American Journal of Therapeutics (Lippincott Williams & Wilkins) conclude sulla base di numerose evidenze, compresi studi clinici controllati e randomizzati in cieco, che l’ivermectina è grandemente efficace sia per la cura del Covid (in termini di riduzione della durata della malattia, delle ospedalizzazioni, della carica virale e della mortalità) che per la profilassi (in termini di riduzione della trasmissione), e tutto questo a prezzo di effetti avversi in genere limitati, prevedibili e gestibili».

È perciò di ogni evidenza che qualcosa non vada soprattutto nell’informazione italiana. Agli inizi di agosto, due mesi fa, vi avevamo data per certa la terza dose nonostante i dubbi che gli esperti manifestavano all’epoca. E ora la terza dose è in partenza. Vien da dire dunque che si sappia e non si dica, perché come era evidente a noi, doveva essere evidente a tutti. Invece si va avanti così. Il Corriere della Sera è riuscito addirittura a scrivere che nell’ultimo rapporto Aifa sugli eventi avversi ai vaccini non vi sia riportato alcun decesso. Ma basta leggerlo, il rapporto: 555 sono i decessi segnalati, 14 quelli certamente correlabili al vaccino, 128 quelli su cui mancavano prove sufficienti. E sono 3909 le segnalazioni gravi risultate correlabili, oltre tremila quelle per le quali mancavano prove sufficienti. Tra le reazioni avverse: condizioni clinicamente rilevanti, pericolo di vita, ospedalizzazione e pure invalidità. Di tali persone nessuno si interessa e nessuno, fuorché Mario Giordano a Fuori dal Coro, ha dato loro parola.

Nonostante questi danni e nonostante quanto stabilito dal Consiglio d’Europa, illustri giuristi ci dicono che il governo italiano potrebbe tranquillamente imporre l’obbligo vaccinale. E ci tocca così constatare che la tanto elogiata Costituzione italiana, conquistata col sangue versato da milioni di italiani, altro non sia che carta straccia. Perché gli unici altri Paesi al mondo cui la legge ha consentito di imporre l’obbligo vaccinale sul Covid sono sconosciute “patrie del diritto” come Indonesia, Micronesia, Turkmenistan e Tagikistan. Se sapete dirmi al volo dove stanno, vi offro un tampone.

(Dal Momento di Cronaca Vera in edicola)

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