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Appunti di un venditore di donne

Recensione del film tratto dal libro di Giorgio Faletti

Due aneddoti, uno all’inizio ed uno al termine, per incentivare l’attenzione e, in linea di massima, fregare gli occasionali lettori.
Primo: nel 2012 mi trovai a chiacchierare con il comico Paolo Rossi. Gli dissi: “Che ne pensi delle dichiarazioni di Daniele Luttazzi?”
“Quali dichiarazioni?”
“Mah, ha detto che tu e Faletti vi siete presi a pugni per una battuta.”
Fece una faccia contrariata.
“A parte che queste sono cose che dovrebbero rimanere private. Comunque con Faletti c’è stata una discussione riguardo un personaggio ferrarese che lui aveva tirato fuori ma che in realtà era mio, essendo io vissuto a Ferrara.”
Non sembrava avere particolare simpatia per Daniele Luttazzi ma, piuttosto, un profondo rispetto nei confronti dell’artista piemontese che sarebbe scomparso un paio d’anni dopo.

Quasi dieci anni dopo, il piccolo grande Rossi (meraviglioso uomo di teatro e sconfinata cultura), si ritrova ad interpretare uno dei protagonisti del film “Appunti di un venditore di donne”.
La regia è di Fabio Resinaro, quarantenne milanese di grandi speranze.
Riprende il capoluogo meneghino di Placido (qui attore secondario) che in Vallanzasca (2012) aveva incasinato i contesti e le atmosfere al fine di esaltare esclusivamente l’immagine del protagonista Stuart/Renato. Accantonò i contesti storici, le personalità (Turatello, una macchietta) e le intrinseche motivazioni dei banditi.
Per fortuna questa volta la bacchetta passa appunto a Resinaro che, memore degli errori non suoi, tinge di scuro le due ore della pellicola e ci scaraventa in una realtà disperata fatta di violenza, prostituzione e malessere.
Il protagonista è l’attore Mario Sgueglia, romano classe 1979. Un po’ Keanu Reeves, un po’ Francesco Bianconi. La sua prova attoriale è sublime. Si destreggia con la sigaretta perennemente in mano e l’espressione criptica dipinta sul viso pronta, raramente e nei momenti adatti, a sfoderare un sorriso alla De Niro capace di sfondare lo schermo ed inquietare lo spettatore.
La storia, evitando eccessivi spoiler, è la seguente:
“Bravo” è un procacciatore di donne, gestisce un giro di prostituzione e vive nel malessere di una vita costruita sullo sfruttamento ed il rischio. Frequenta come prevedibile ambienti poco raccomandabili e si ritrova immischiato suo malgrado nella faccenda del rapimento Moro. La svolta avviene quando avvicina la bella e spregiudicata Claudia (Miriam Dalmazio) finendo travolto dalla sua bellezza e dal suo desiderio di evadere dalla realtà comune.
Nel meccanismo della trama si alternano personaggi caratteristici: il musicista cieco, il politico, il boss, il giocatore d’azzardo alcolizzato. Tutta gente che, da generazioni, si rincorre nel repertorio noir senza cambiare troppo e mantenendo inalterato il proprio contributo allo sviluppo delle storie.
Quest’ultimo in particolare, il giocatore, viene stavolta impersonato dal buon Paolo Rossi.
Il comico s’incolla al personaggio straordinariamente bene. Barcolla con la voce impastata, alterna lucida precisione ad un atteggiamento quasi assente, si circonda di un aurea di mistica miserabilità.
Rossi è davvero impressionante, stavolta. “Daytona”, così il suo alter ego nel film, è uno schifo d’uomo che non riesci a disprezzare, anzi.
Non ho letto il libro di Faletti e lo confesso a malincuore ma, forse proprio per questo, ho apprezzato il film dal quale è tratto. L’ultima mezz’ora, però, mi è parsa confusa. Il regista sembra aver voluto indossare i panni di Quentin Tarantino senza averne ancora il talento e l’esperienza.
Roberta Bellesini, la vedova di Faletti, ha sottolineato più volte nelle interviste il fatto che il marito Giorgio avesse conosciuto agli esordi della sua carriera come comico il boss della mala milanese Francis Turatello. I richiami a Francis “Faccia d’angelo” in “Appunti di un venditore di donne” sono evidenti (prostituzione, rapporti con la mafia, Aldo Moro), seppure mascherati dietro l’estro del grande scrittore.
Quindi, concludo prima dell’inutile secondo aneddoto atto solo ad incollare i gonzi fino alla fine, reputo il film di Resinaro un buon prodotto corredato da brillanti attori ed una trama appassionante.
In America sarebbe stato probabilmente un successo. In Italia finirà presto, come al solito ingiustamente, nel dimenticatoio.
Dunque, circa un anno fa mi ritrovai a fare un lavoro in casa di una cliente in via Marghera a Milano. Aveva un prodotto in garanzia ma il guasto era riconducibile esclusivamente alla sua negligenza.
“Ci sarebbe da pagare l’uscita”, le dissi prendendo il blocchetto delle ricevute.
Lei, la classica “figlia di papà” sulla ventina, incrociò le braccia.
“Sono in garanzia, non pago niente”, sentenziò.
Provai a scardinare le sue presunzioni d’innocenza e infine, rassegnato, mi guardai attorno rimettendo il suddetto blocchetto nella borsa.
Sul tavolino in vetro davanti a me, in bella vista, c’era il romanzo “Io uccido”, di Faletti. Il segnalibro spuntava fuori troppo presto per non approfittarne.
Allargai le braccia, mi diressi verso la porta e, prima di uscire, mi voltai indicandolo.
“L’assassino è il Deejay”, le confessai uccidendola a mia volta.

Alex Rebatto

Napoleone e la bufera

 

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Alex Rebatto

Alex Rebatto, classe 1979. Ha collaborato nei limiti della legalità con Renato Vallanzasca ed è stato coautore del romanzo biografico “Francis”, sulle gesta del boss della malavita Francis Turatello (Milieu editore), giunto alla quarta ristampa. Ha pubblicato il romanzo “Nonostante Tutto” che ha scalato per mesi le classifiche Amazon. Per Algama ha pubblicato il noir "2084- Qualcosa in cui credere"

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