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“Quelle notti sadiche” e la feroce innocenza del serial killer (con un capitolo in anteprima)

 

I serial killer mi affascinano molto.

Si tratta, lo so, di una predilezione inquietante, ma sono in buona compagnia. Qualcuno sostiene che, a forza di leggere e scriverne, finirò per diventare uno di loro, ma è solo una battuta, perché sono inguaribilmente refrattario alla violenza. Posso forse subirla, esercitarla sugli altri mai.

Un serial killer molto particolare compare in uno dei miei primi racconti pubblicati , “Fauci di belva”, da cui è stato tratto un cortometraggio, che si può vedere qui.

Qualche giorno fa è uscito, in edizione ebook e cartacea, il romanzo “Quelle notti sadiche”, qui il book trailer, racconto della caccia a un serial killer di cui ho voluto fare una specie di “summa” di questo tipo anomalo e agghiacciante di pluriassassini.

All’’”assassino seriale” in questione viene attribuito il soprannome di  “Bart lo stupratore” per tre motivi.

Ostenta in modo sprezzante la sua virilità, paragonandola a quella leggendaria di Bartolomeo Colleoni, il condottiero bergamasco suo concittadino, famoso per avere tre testicoli.

La sua facilità nell’aggredire le vittime senza lasciare tracce ricorda quella del mitico “Jack lo Squartatore”, che non fu mai catturato.

Alla furia omicida, veramente spaventosa, unisce una forma abominevole di necrofilia: dopo aver massacrato le vittime, tutte giovani donne, le fa oggetto di selvaggia violenza carnale post mortem.

Posso assicurare che quando se ne scopre l’identità, “Bart lo stupratore” rivela ancor di più la sua natura straordinaria.

Pur essendo un fruitore compulsivo di casistica criminologica, narrativa e cinematografia sui serial killer non ne ho ancora trovato uno che possa essergli paragonato.

Perché i serial killer suscitano tutto questo interesse?

Il motivo, secondo me, è semplice.

Essi aiutano a esplorare il più grande mistero della natura umana: la malvagità.

Perché gli uomini praticano il Male, la cui estrema espressione è l’omicidio? Nessuno come un individuo dedito a uccidere propri simili in modo compulsivamente quanto insensatamente ripetitivo può fornirci una risposta.

Benché sia uscito più di trent’anni fa, il romanzo “Il profumo” di Patrick Suskind rimane ancora emblematico al riguardo.

Si tratta di un inno alla più istintiva e allo stesso tempo raffinata delle arti, la profumeria, ambientato nella Francia settecentesca.

Grazie anche al bel film che ne è stato tratto, “Profumo – storia di un assassino” di Tom Tykwer, che riprende alla lettera il titolo originale, “Das Parfum – Die Geschichte eines Mörders”, l’opera di Suskind ha acquistato una grande popolarità.

Vi si narra la storia di un uomo, Jean-Baptiste Grenouille, in possesso di un olfatto sbalorditivamente raffinato. Tale dote, malgrado le umilissime origini, gli permette di salire la scala sociale con più facilità che se Madre Natura l’avesse dotato di un’intelligenza straordinaria.

Grenouille a un certo punto si butta anima e corpo nell’impresa della sua vita: realizzare il “profumo assoluto”, un’essenza che gli permetta di farsi percepire dagli altri come un Dio.

Tuttavia per distillare tale essenza, Grenouille deve estrarre il “profumo vitale” dal corpo di un certo numero di fanciulle, uccidendole.

Nella scena del romanzo più significativa ai fini del nostro discorso, Grenouille, arrestato e invitato a spiegare perché ha ammazzato tutte quelle ragazze, risponde : «Mi serviva».

Ecco, qui sta il punto.

Per Grenouille raggiungere il suo obiettivo è esistenzialmente così imprescindibile che dover ricorrere al delitto per lui è un accidente di nessun conto.

Diciamocelo: i serial killer ci inquietano e ci interrogano perché non sono “cattivi ordinari”.

I “cattivi ordinari” scelgono l’iniquità consapevolmente, sapendo di meritare una punizione, anche se fanno di tutto per evitarla.

I serial killer, invece, uccidono per bisogno, trasportati dalla loro natura.

Dentro di sé non si sentono sbagliati. Sbagliato, dalla loro angolazione, è il mondo, che gli nega di soddisfare liberamente il loro bisogno.

Si nascondono e colpiscono nell’ombra per sfuggire a un’ingiusta persecuzione.

Nel loro intimo, si sentono innocenti.

Come Grenouille, che manifesta persino simpatia per le sue vittime e i loro parenti. Ad esempio per il padre, distrutto dal dolore e accecato dal desiderio di vendetta, dell’ultima fanciulla sacrificata per spremere dal suo corpo l’essenza vitale.

Intendiamoci: i serial killer sono psicopatici pericolosi da cui difendersi con ogni mezzo.

Tuttavia, come non rimanere sgomenti di fronte alle affermazioni di Marco Mariolini, il maniaco conosciuto come “il cacciatore di anoressiche”?

Costui ha ucciso una donna perché si ribellava alla sua pretesa che digiunasse per mantenersi sotto peso.

Intervistato in carcere, conferma di non essere minimamente pentito, raccomandando di non lasciarlo di nuovo in libertà poiché la sua attrazione per donne scheletriche, uniche a soddisfarlo sessualmente, lo porterebbe a commette altre  nefandezze.

Di seguito un capitolo di “Quelle notti sadiche”

Psichiatria criminale

Dopo che Colani ha concluso la sua esposizione, il dottor Sebastiano Cannizzaro gli scocca un’occhiata sorniona delle sue, all’apparenza annoiata ma in realtà  penetrante, e avvicina con lentezza la sigaretta alle labbra. 

Lo studio pieno di mobili antichi è come sempre in penombra. Le persiane di legno della finestra su via Tasso rimangono accostate, così la lampada da tavolo sul ripiano della scrivania, unica fonte di luce, racchiude nel suo alone la massiccia figura dello psichiatra e solo ai bordi quella dell’interlocutore. 

L’atmosfera raccolta dà a Colani l’impressione di trovarsi  nella tana di un morbido e rassicurante gattone. Ti avvicini a lui credendolo innocuo, ma quello,  imprevedibilmente, ti azzanna. 

Già: Cannizzaro ti mette a proprio agio col suo fare flemmatico di siciliano disincantato, a cui non sembra interessare granché del mondo e dunque figuriamoci di te, ma intanto, senza farsi accorgere, ti scandaglia,  ovvero, per tornare al paragone gattesco, ti azzanna dentro. 

Per uno psichiatra, bisogna riconoscerlo, il massimo. 

Per un amico? 

Per un amico anche meglio, pensa Colani. 

Rende meno banale il rapporto, lo trasforma in continuo discutere  le proprie certezze. 

Un po’ impegnativo, forse, ma Cannizzaro sa alleggerirlo con la sua grande capacità di affabulazione. 

Lui non conversa ma intrattiene, sciorinando una quantità di citazioni, aneddoti, chiose, esempi, metafore ecc. ecc. 

Ha  la tempra del narratore, il dottor Cannizzaro, e infatti si diletta a scrivere racconti, anche se non li fa leggere a nessuno. 

«Ad esser sinceri,» dice infine, dopo aver prolungato sapientemente la pausa, «come incubo non è originale.» Dà un altro tiro alla sigaretta, senza mutare, se non per il rapido  balenio degli occhi, l’espressione pigra del faccione rugoso. «Il cappuccio con gli occhiali protettivi fa parte dell’iconografia classica di Jack The Ripper, che lo rappresenta come un chirurgo dedito con fredda perizia alle sue orribili dissezioni. Questo comportamento asettico, seppure agghiacciante, da virtuoso del tavolo operatorio, succede alla  furia distruttiva con cui aggredisce e uccide  le vittime.» 

«Patrizia mi assicura,» eccepisce Colani «di essersi sempre tenuta alla larga da illustrazioni e resoconti, di qualsiasi genere, su “Jack The Ripper”.  Conoscendo la sua fobia per l’orrorifico, le credo.» 

«Allora? In casa di uno psichiatra, fai simili obiezioni?  Mai sentito di inconscio collettivo, o di condizionamenti subliminali? Credimi: se uno dei tratti visivi più usuali di Jack The Ripper compare nel sogno di una signora che giura di aver sempre aborrito sentirne parlare, è, sotto il profilo dell’interpretazione onirica, pura routine. Specie se la signora in questione è rimasta  suggestionata dai messaggi televisivi che ieri sera hanno accostato Jack The Ripper al maniaco bergamasco. Al riguardo, l’abito da condottiero cinquecentesco che la sua apparizione notturna indossava, parla chiaro… Ma bando alle ciance e veniamo al sodo.  Non è certo per fare un po’ di superficiale analisi del profondo» accompagna il bisticcio di parole con un sorrisetto che gli increspa i baffetti sale e pepe, «di tua moglie, che sei venuto da me… Sappi allora  che l’incubo di Patrizia ha qualcosa di interessante in chiave psichiatrico-investigativa…» 

Psichiatrico-investigativa. Colani sogghigna divertito. È  la definizione, tra il serio e il faceto, che Cannizzaro applica alle sue consulenze confidenziali.

Chissà come la prenderebbe, Senzali, sapendo che lui si consulta con quell’amico sui casi in corso. Certo malissimo, e ancor di più se scoprisse che, per rendere più efficace il contributo di Cannizzaro, lo mette al corrente, senza tralasciare nulla, sull’avanzamento delle inchieste. 

«Mi riferisco all’esibizionismo che lo Jack The Ripper “colleonizzato” mostrava…» 

“Jack The Ripper colleonizzato”… In quell’appellativo c’è tutto il biasimo di  Cannizzaro per la connotazione anglosassone del nomignolo rifilato al serial killer. 

Ma quale soprannome calzerebbe meglio a uno squilibrato che compie a Bergamo e dintorni i suoi massacri di giovani fanciulle, e li firma lasciando sul cadavere, sfigurato a colpi di pugnale e stuprato post mortem, il disegno schematico, elaborato al computer, di un membro con tre testicoli accompagnato dalla scritta “anche tu come le altre

«Prima di infliggere a Patrizia la pugnalata,» prosegue Cannizzaro, «il nostro si è preoccupato di farsi vedere bene da lei, come se questo gli premesse più di uccidere… Ebbene, bisogna fare i complimenti all’inconscio di tua moglie: un’interpretazione psicologica assolutamente esemplare!» 

Ci siamo, pensa Colani. E si sistema meglio sulla poltrona, preparandosi ad una delle esibizioni “ermeneutiche” dell’amico. 

«Dopo la lettera di rivendicazione inviata ad Antenna Orobica mi sembra  che “Bart”, ma sì, rassegnamoci a chiamarlo così, alla malora! ha un bisogno irrefrenabile di mettersi in mostra. Ammazzare non gli basta più, vuole che le motivazioni delle sue gesta, racchiuse in quel delirante biglietto, abbiano massima risonanza. Brutta faccenda.» 

«Perché?» 

«Lo chiedi? Nella precedente chiacchierata avevo ipotizzato che il nostro avesse ucciso una giovane e bella fanciulla spinto da una delirio di onnipotenza virile. Un ammiratore deviato del “tripallico” condottiero bergamasco Bartolomeo Colleoni, con un feroce disprezzo per il corpo femminile. Lo indicavano sia le pugnalate inferte al viso e ai seni della vittima sia, soprattutto, l’amplesso col cadavere. Confermo che in questo caso la necrofilia non c’entra nulla. Il nostro non si appaga copulando coi corpi senza vita, li stupra deliberatamente, lasciandoli a cosce spalancate per sottolineare l’umiliazione inflittagli… Adesso sembra ci sia qualcosa di più: il nostro si compiace delle proprie azioni. Le donne sono miserabili esseri inferiori, sembra volerci dire, ma adesso c’è il loro giustiziere…» 

Colani trova un po’ troppo scontata quella conclusione. «Ma va’?» provoca «Non ci sarei mai arrivato, senza il tuo aiuto…»

Cannizzaro incassa senza scomporsi. «Aspetta. Non ho finito. Se il nostro solo volesse affermare il predominio maschile, ci troveremmo di fronte una personalità pericolosamente violenta, ma elementare.  Invece, la psicologia di “Bart” è più complessa e ambigua. Lo dicono i tre testicoli.» 

«Eh?» 

«Sì. I tre testicoli del disegno non sono solo sfoggio di potenza virile ma anche consapevolezza della propria devianza. Bart sa di essere anormale. Uno con un testicolo in più è  superdotato ma anche deforme.» 

«Non ti seguo.» 

Cannizzaro fa una pausa, beandosi della recuperata autorevolezza. «Voglio dire» riprende «che “Bart” nel disprezzare brutalmente la femminilità disprezza sé stesso. Un nano che recide le gambe alle persone d’altezza normale per portarle alla propria, ma  un nano rimane: questo è Bart. Non vorrei essere nei suoi panni: niente è peggio di una frustrazione che si alimenta del suo stesso scaricarsi…» 

In bilico tra l’ironico e l’ammirato, Colani gli batte le mani: «Una suggestiva analisi  clinica. Ma che indicazioni investigative posso trarne?» 

«Devi cercare di capire perché Bart si sente diverso.» 

«Vedrò… » fa Colani, dubbioso. 

Gli sembra una chiave interessante, ma troppo filosofica per essere utile. 

Ancora non sa di sbagliarsi, e quanto questo errore sarebbe pesato.

 

Rino Casazza

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Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si è trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora al Teatro alla Scala Di Milano. Ha pubblicato una cinquantina di racconti e undici romanzi che svariano in tutti i filoni della narrativa di genere, tra cui diversi apocrifi che vedono rivivere come protagonisti i più grandi detective della letteratura di genere. Gli ultimi romanzi pubblicati sono Il serial killer sbagliato, Algama, 2018; Al tempo del Mostro, 2018, rivisitazione in chiave fantascientifica della vicenda del Mostro di Firenze; il libro per ragazzi Lara e il diario nascosto, Fratelli Frilli, 2018, scritto insieme a Daniele Cambiaso e, sempre in collaborazione con lo stesso autore, L’Angelo di Caporetto, 2017, uscito prima per Algama e poi in allegato a Il Giornale nella collana “Romanzi storici”, Gli enigmi di Don Patrizio, Algama, 2016. Per la collana Gli apocrifi di Algama sono usciti: Sherlock Holmes, Padre Brown e l’ombra di Dracula ; Padre Brown, Philo Vance e l’Angelo della Morte, ; Sherlock Holmes, Padre Brown e il delitto dell’indemoniata ; Sherlock Holmes, Auguste Dupin e il match del secolo ; Sherlock Holmes, Charlie Chan e il salvataggio del Titanic salutati con grande favore dalla critica per l’originalità delle trame. L'ultima fatica è un trittico di romanzi apocrifi su Auguste Dupin, l'investigatore inventato da Edgar Allan Poe Sempre per Algama ha pubblicato l’antologia Il trucco dei due poliziotti, 2019.

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