Panorama

Coronavirus, la città di Wuhan e il grande mistero del mercato di animali vivi in un libro

Il libro inchiesta “Wuhan, virus esperimenti e traffici oscuri nella città dei misteri” edito da Il Giornale e ora in ebook per Algama, racconta, tra le altre cose, come sia impossibile che il coronavirus sia nato al mercato di animali vivi della metropoli cinese. E allora perché continuano a raccontarcela così? Ecco un capitolo in esclusiva su Fronte del Blog

 

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(Clicca sulla foto e vai alla scheda del libro)

 

Il pangolino mancante

Wuhan è una metropoli futuristica, con grattacieli avvenirtistici e strade a sei corsie. Nulla da invidiare alla Grande Mela, tantomeno alle capitali europee sotto il profilo della tecnologia o dell’architettura degli edifici contemporanei. Alcuni la chiamano la Chicago d’Oriente. Quando scoppia l’epidemia e viene individuato il mercato di Huanan come luogo d’origine del morbo, si moltiplicano sulla Rete i video del wet market. Sono immagini dell’orrore che mostrano in stradine e vicoli putridi, cani sgozzati accanto a pipistrelli arrosto, serpenti fatti a pezzi vicino a teste di vitello, sangue e feci ovunque, uccelli e gatti macellati vivi. Nell’immaginario collettivo si trasferisce l’idea di un luogo sporco, promiscuo, addirittura agnosciante, ed è normale ipotizzare che in ambienti del genere i virus possano moltiplicarsi a dismisura. Ci si figura una Cina povera, affamata e disposta a cibarsi di qualsiasi cosa pur di sopravvivere. Della città vediamo solo strade vuote e gli effatti devastanti delle drastiche misure di contenimento, con regole impensabili in un Paese democratico: l’arresto per chiunque sia trovato in giro senza mascherina e la pena di morte per chiunque tenti di violare le disposizioni governative.

Non ci è così difficile idealizzare un clima da barbarie medievale in cui le scene dell’orrore siano all’ordine del giorno. Però un conto sono le immagini del momento, un conto è la dispotica politica cinese, un altro la realtà della metropoli. Il problema, infatti, è che nessuno di questi filmati riguarda davvero il mercato di Huanan. Intendiamoci, sono filmati reali, ma sono girati altrove: in altre zone della Cina, alcuni di quelli più truculenti certamente in Indonesia. Ma non a Haunan, anche se spacciati per tali.


Nei pochi video disponibili su Youtube sul mercato del pesce di Wuhan e girati molto prima che il coronavirus si diffondesse, si nota un mercato chiuso in un’area ben definita, con pesci, tartarughe, conigli e pollame ognuno nella propria vasca o nella propria gabbia. Nessuna traccia di macellazione dal vivo: ogni tipo di pesce è peraltro tenuto in vita da tubi di acqua fresca gettata all’interno della vasca. Di cani e pipistrelli non c’è l’ombra. Sarà sicuramente un caso. Non è però un caso quanto scrive la piattaforma indipendente cinese Radii all’indomani dello scoppio dell’epidemia. I giornalisti non negano come i wet market siano diffusi in alcune aree del Paese. Sostengono però che spesso non si vendano animali selvatici. Al contrario si tratta di bestie d’allevamento, come scarafaggi, scorpioni, zibetti e roditori. Dividono pure le zone: dai serpenti del Guandong ai macellai di cani di Yulin, fino a chi vende di contrabbando pangolini, cuccioli di orso e tigri a Xiaomengla. Ma aggiungono:

«Supporre che tutti i cinesi mangino serpenti e cani, anche all’interno di una particolare regione, è sciocco come supporre che ogni americano che incontri abbia un’arma semiautomatica. Presumere che tutti i mercati umidi della Cina siano uguali è altrettanto sciocco. Liu Shuai, giornalista della Radio e della televisione del Guangdong, originario di Taiyuan, la capitale della provincia settentrionale dello Shanxi, vive a Guangzhou da 11 anni. Liu afferma che i mercati del sud sono molto diversi da quelli con cui ha familiarità nel nord della Cina. “Dei mercati bagnati di Taiyuan, la maggior parte sono all’aperto e molti di loro non sono organizzati come qui a Guangzhou – sono solo persone che vendono cose sul retro di una bicicletta o di una moto”, ci dice Liu. “Ma anche i venditori lì non vendono animali vivi; maiali, mucche, agnelli e galline vengono tutti uccisi [fuori sede], gli animali non vengono uccisi al mercato. A Guangzhou, puoi vedere polli e anatre vivi nelle gabbie e vengono uccisi proprio lì nel mercato”… “Quando penso a un mercato umido, essendo cresciuto a Guangzhou, penso a pavimenti bagnati ricoperti di rifiuti vegetali e animali”, afferma Christy Choi, nativo di Guangzhou che si è trasferito a Shanghai per lavoro un anno fa. “A Shanghai, i mercati sono più organizzati. La carne è ben disposta […] nei nuovi mercati, la carne è conservata nei frigoriferi”».

Ciò che più importa, quelli di Radii concludono scrivendo che al mercato di Wuhan, in cinque anni di vita che lo frequentano, non hanno mai visto koala, cuccioli di lupo. E, soprattutto, pangolini. Da dove è arrivato allora il coronavirus che ha infettato 27 dei primi 41 pazienti ammalati di covid-19?

E non è strano che i wet market siano diffusi in quasi tutta l’Asia, ma che il virus letale entrambe le volte sia arrivato da un wet market cinese, il secondo dei quali, quello di Huanan, era certamente molto più pulito, controllato e con pochissimi animali selvatici rispetto al resto della Cina e a quelli di strada di altri Paesi?

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Chinese typical fish and living animals market

I tempi sballati

 C’è un altro dettaglio che fa dubitare del wet market di Wuhan come luogo dal quale sia arrivato il virus. Nell’articolo pubblicato su The Lancet in cui si metteva in evidenza il contatto di 27 pazienti su 41 con il mercato di Huanan, si precisava anche come il primo di essi non avesse alcun legame epidemiologico con gli altri. Significa, evidentemente: nessun contatto con il mercato, nessun contatto con gli altri ammalati, nessun contatto persone loro vicine. Ma se proprio il primo paziente non ci ha mai avuto a che fare, è possibile che il wet market, con il coronavirus, non c’entri nulla?

Viene da pensare di sì, se si considerano altri particolari. Un recente studio del genetista Peter Forster dell’Università di Cambridge pubblicato dalla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) sostiene che il coronavirus abbia tre varianti. La ricerca è stata fatta su 160 ceppi isolati. Dice Forster al South China Morning Post: «La diffusione del virus è partita più verosimilmente nel sud della Cina e non a Wuhan, ma le prove possono arrivare soltanto dall’analisi di ulteriori pipistrelli. Il virus potrebbe essere mutato nella sua forma finale mesi fa, ma è rimasto all’interno di un pipistrello o di un altro animale o addirittura degli uomini per diversi mesi senza infettare altre persone». Ci sarebbero i ceppi A, B e C: quello arrivato in Europa sarebbe una derivazione del B di Wuhan. Il tipo A è invece quello rinvenuto in 7 degli 11 campioni nel Guandong, a sud della Cina. Quindi il virus sarebbe partito da qui, a Wuhan si sarebbe sviluppato il tipo B e da lì sarebbe arrivato da noi. Dunque il passaggio è questo: Guandong – Wuhan – Europa.

La ricerca manca ancora di una certificazione scientifica, ma sostiene come l’epidemia vada retrodatata addirittura al 13 settembre.  La ridatazione del virus qualcuno l’aveva peraltro già fatta. Secondo quanto riportavano le autorità sanitarie cinesi al South China Morning Post, la prima polmonite era da spostare dall’1 dicembre al 17 novembre, quando si era ammalato un 55enne della provincia dell’Hubei, quella di cui è capoluogo Wuhan. Da lì «sono stati segnalati da uno a cinque nuovi casi ogni giorno. Al 15 dicembre, il numero totale di infezioni era pari a 27, ma il primo aumento giornaliero a due cifre viene registrato il 17 dicembre, e al 20 dicembre il numero totale di casi confermati raggiunge i 60».
In un mese, forse due, erano stati tutti al mercato del pesce di Huanan? Ma quanti animali infetti avrebbe dovuto avere quel mercato? E come si sono ammalate queste persone se lì non c’erano pangolini?

(Tratto da Wuhan, virus, esperimenti e traffici oscuri nella città dei misteri di Manuel Montero)

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Due parole su questo sito blank

Manuel Montero

Manuel Montero scrive da vent’anni per diversi settimanali nazionali. Ha pubblicato nel 2019, per Algama, Fenomeni Paranormali Italiani, in cui ha raccontato storie di cronaca, fatti ed eventi apparentemente incredibili, raccolti in prima persona negli anni sulla Penisola. In allegato a Il Giornale (e in ebook per Algama) sono invece usciti i volumi Telefilm Maledetti, dove l’autore narra la triste fine di alcuni dei più amati protagonisti di telefilm degli anni Settanta e Ottanta. E Wuhan - Virus, esperimenti e traffici oscuri nella città dei misteri.

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