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“AL TEMPO DEL MOSTRO” : i segreti del Mostro di Firenze in un thriller fantascientifico

L’apprezzamento ottenuto in self publishing,  nella  forma del racconto lungo, dal thriller fantascientifico Al tempo del Mostro”  ha portato alla sua rielaborazione in forma di vero e proprio romanzo, pubblicato in digitale da Algama. Il nuovo testo  approfondisce,  sviluppa e per molti versi  raffina i temi della storia originaria.  “Al tempo del Mostro” è un contributo “fiction” ad una  vicenda, quella del “Mostro di Firenze”, che conta una sterminata letteratura “non fiction”, e appassiona ancora oggi pur essendo passati trentacinque anni dalla sua conclusione,  e  ventuno dal termine della sua appendice giudiziaria. Come indica il titolo, la saga di questo celebre assassino seriale è narrata in tutti i suoi passaggi  tra il 1981 e il 1985, appunto “il tempo del Mostro”, attraverso gli occhi di due ventenni di allora, un scienziato e un giornalista . Entrambi si impegnano a risolvere l’enigma del “Mostro di Firenze”, un incubo per la gioventù dell’epoca. Il primo applicando alla ricerca dell’assassino un modello matematico, il secondo seguendo un’ipotesi investigativa trascurata dagli inquirenti. In esclusiva per Fronte del Blog il capitolo iniziale

 

Negli ultimi anni su questo blog è apparsa una nutrita serie di  miei post sul caso del Mostro di Firenze.

Ad aver risvegliato il mio interesse per questa vicenda, che sembra non dover avere mai fine, è stata la notizia dell’ennesima ipotesi di soluzione, ben presto avvolta nell’oblio, che vedeva il coinvolgimento di un ambiguo “legionario” toscano di estrema destra nell’ambito di un presunto collegamento tra omicidi del Mostro e il terrorismo degli anni 80.

Da lì  a tuffarmi di nuovo  nell’intricata epopea di questo celeberrimo serial killer, sviscerandone i molteplici aspetti irrisolti e contraddittori, il passo è stato breve.

Essendo nato nel 1958, ho intensamente vissuto i delitti del Mostro due volte.

Dapprima nel loro svolgersi, come appartenente alla “categoria a rischio”: i ventenni degli anni 80 che, per avere momenti di intimità col partner amoroso, non disdegnavano “andare in camporella”.

In quel tempo, quando nel 1981 il caso del Mostro esplose in tutta la sua dirompente drammaticità, il nome Pacciani era sconosciuto.

Si conoscevano bene, invece, i nomi del guardone di Montelupo Fiorentino Vincenzo Spalletti, accusato del delitto di Morciano di Scandicci, e  di tutti i sardi di Lastra a Signa protagonisti del primo duplice omicidio della serie, avvenuto nel 1968.

Non solo: erano assurti a effimera notorietà i nomi , oggi completamente dimenticati, di persone che, per la sempre più diffusa “psicosi” generata dall’imprendibilità del Mostro, qualche delatore additava come sospette semplicemente perché di professione medici, infermieri o macellai (categorie che condividevano con l’assassino la dimestichezza con le lame) o, in modo ancor più generico, perché avevano tenuto comportamenti ambigui ricollegabili alla follia omicida del serial killer.

A metà degli anni 90,  trascorso dall’ultimo delitto un tempo sufficientemente lungo per ritenere il pericolo ormai passato, anche perché col matrimonio era per me passata l’età dell’amore in campagna a cielo aperto, ho vissuto, insieme all’Italia intera, l’esplodere della vicenda giudiziaria, con l’incriminazione di Pietro Pacciani. 

Anche io, come tutti, ho assistito al colpo di scena con cui l’ipotesi di una colpevolezza solitaria di Pacciani si è trasformata in quella collettiva dei cosiddetti “compagni di merende”.

Questa, come si sa, è la verità processuale sul caso del Mostro, ovvero dei “Mostri”, anche se permangono molti dubbi su di essa.

La conseguenza è che la pubblicistica sul caso non accenna a diminuire, generando continuamente nuove interpretazioni, molte davvero solide ed interessanti, anche se nessuna decisiva.

È abbastanza strano che, a fronte di una saggistica copiosa, la narrativa sul Mostro sia  scarsa.

Come esempio, a me viene in mente solo il romanzo Coniglio al martedì” di  Aurelio Mattei.

Credo di poter spiegare questa circostanza col fatto che la vicenda reale del Mostro assomiglia essa stessa a uno straordinario thriller di inventiva, pieno di sorprese e inquietanti misteri.

Alla fine, mi sono deciso ad arricchire la narrativa sul caso con una mia storia, “Al tempo del Mostro”, autopubblicata quattro anni fa nella formula del racconto lungo.

Il titolo già rivela l’angolazione da cui mi sono posto.  Ho voluto far rivivere il clima che si respirava nei primi anni 80, quelli in cui il Mostro colpiva almeno una volta all’anno,  puntuale come una ricorrenza del calendario, solo che non se ne sapeva la data esatta.

Inevitabile che ne fossero protagonisti miei coetanei di allora, spaventati dalla carneficina e desiderosi che vi si ponesse fine al più presto.

Da buon “mostrologo”, categoria di cui sono irresistibilmente entrato a far parte, non potevo accontentarmi di un romanzo d’atmosfera, ma dovevo cogliere la sfida di entrare nel merito di una possibile soluzione del caso, alternativa sia a quella giudiziaria che alle altre correnti.

Lo spunto mi è venuto da una delle mie grandi passioni, la fantascienza, che all’apparenza  con una vicenda concreta come quella del Mostro sembrerebbe non aver niente a che vedere.

Però… Per non “spoilerare” non posso aggiungere altro. Mi  limito a dire a quanti non prediligono la fantascienza che arrivati all’ultima pagina potrebbero convincersi che tra le tante ipotesi avanzate sul serial killer forse  quella alla  base di “Al tempo del Mostro” non è  la più  fantasiosa…

La versione originaria, in forma di racconto lungo, del romanzo ha avuto un inaspettato successo, sia nella versione digitale che cartacea, credo perché molti si sono riconosciuti nella determinazione del protagonista, il giovane  scienziato prodigio Lorenzo Medici, che mette le sue particolari conoscenze e competenze al servizio della cattura del Mostro. Tra l’altro Medici utilizza una tecnica di proiezione  statistica, le “equazioni di Volterra”, veramente utilizzata dagli investigatori durante le indagini per catturare l’assassino.

Col tempo mi sono formato il convincimento che, in quella versione, il racconto fosse in qualche modo sbilanciato, o comunque incompiuto.

In accordo con la casa editrice Algama, disponibile a inserire “Al tempo del Mostro” nel proprio catalogo, ho ripreso in mano la storia, rivedendola a ampliandola sino a farle raggiungere le dimensioni di romanzo.

Quasi inevitabilmente, alla figura di Lorenzo Medici si è aggiunta quella di un altro ventenne, anche lui con un nome emblematico, Nicolò Macchiavelli ( non omonimo dell’illustre pensatore rinascimentale, che si chiamava Niccolò Machiavelli) che persegue parallelamente, nello stesso periodo, l’obiettivo di Lorenzo Medici con altri mezzi.

Nicolò e Lorenzo non si  conoscono mai, ma le loro storie si intrecciano, andando  entrambe verso la vera soluzione del mistero.

Il testo contiene riferimenti precisi e documentati ai fatti veri, e molti non faticheranno a riconoscere nell’idea forza che ispira la ricerca di Nicolò Macchiavelli l’assunto che sta alla base di una delle più importanti piste seguite per scoprire l’assassino, anche se “al tempo del Mostro” era totalmente negletta.

Qui, su Amazon è disponibile la versione cartacea.

L’ESORDIO

7 giugno 1981

&&&

Nicolò Macchiavelli è uno studente in Filosofia all’Ateneo di Firenze, ma non si sente portato per gli studi universitari. 

Ha sostenuto appena una decina di esami, preparati svogliatamente e superati a stento. 

Ha il sospetto che non ci sarebbe riuscito senza un occhio di riguardo da parte della commissione, bendisposta dalla sua omonimia, che non poteva passare inosservata, col famoso pensatore della Firenze rinascimentale. 

I professori, al contrario della gente comune, si sono accorti subito che non di omonimia si tratta ma di assonanza.

Nelle sue generalità, rispetto all’autore del Principe, c’è, come si dice in enigmistica, uno spostamento di consonante.

Il padre di Nicolò gli ha confessato che alla sua nascita non ha resistito alla tentazione di dargli quel nome, creando l’equivoco di una discendenza  dal Segretario della “Repubblica di Savonarola”.

Nicolò deve ammettere che il “gioco linguistico” gli ha portato fortuna.

Attualmente, sta trascurando i manuali di filosofia per dedicarsi alla sua grande passione, manifestatasi fin dai tempi del liceo: il giornalismo. Sono molti a sostenere che il successo che sta ottenendo come “firma di punta” di un piccolo ma rampante foglio locale, il “Gazzettino di Val di Pesa”, dipende soprattutto da quel nome così evocativo.

Malignità, naturalmente: da quando è entrato nella redazione, i suoi articoli stanno facendo decollare la tiratura di quel minuscolo quotidiano di provincia per il motivo che lui è bravo.

Appena c’è qualche notizia fresca, anche se si tratta dei soliti fatti banali che avvengono in provincia, ci si tuffa anima e corpo, traendone servizi pieni di interviste e piccoli scoop.

Lo fa perché gli piace, non per il guadagno. 

Questo è misero al punto che i genitori, con cui i rapporti sono da sempre difficili, si lamentano perché butta via il tempo in una attività poco remunerativa e senza futuro.

Sul primo aspetto, non può che dar loro ragione; sul secondo, no. 

Ha appena ventitré anni, e tutta la vita davanti per diventare un giornalista affermato. La stoffa ritiene di averla. Di sicuro ha l’entusiasmo per provarci.

Uno dei punti di forza della felice esperienza di Nicolò al giornale è la rete di conoscenze utili che, in breve tempo, è riuscito a tessere.

Lo deve  all’intraprendenza unita al carattere socievole. Quel nome altisonante non basterebbe, da solo, ad aprirgli le porte.

In particolare, è diventato buon amico dell’Ispettore Aurelio Piccinini, del Commissariato di Scandicci.

È lui che la mattina di quel caldo giorno di quasi estate, verso le 11 e 30, lo chiama a casa per avvertirlo che nelle campagne intorno a Mosciano, una frazione del comune, è avvenuta un tragica scoperta.

«Dai, prendi l’auto e vieni. C’è così tanta gente qui intorno che manchi solo tu!»

Nicolò si precipita nel luogo indicato alla guida della sua polverosa e ammaccata Citroen Diane, oramai conosciutissima nel circondario.

Il clima continentale di Firenze è tremendo.

Quando Nicolò arriva sul posto, alle 12 del mattino, benché  ci si trovi in piena campagna, il sole rovente ha già riscaldato l’aria portando il termometro vicino ai 30 gradi.

Ma nessuno che si trova lì ha voglia di lamentarsi del clima. 

Piccinini ha ragione: le forze dell’ordine convenute sul luogo della raccapricciante scoperta non riescono a tenere a bada le frotte di curiosi.  

Ammesso che, turbate da quanto hanno trovato e assorbite dai rilievi, se ne preoccupino…

Ma la notizia di un fatto del genere era destinata a propagarsi alla velocità del lampo, richiamando la gente per venire a vedere coi propri occhi.

Come Nicolò sa, è un male per la buona riuscita delle indagini.

Non dovrebbero nemmeno permettere a lui di muoversi con quella libertà, anche se, rispettando l’accordo tra gentiluomini con Piccinini, bada a non creare intralcio e, soprattutto, a non inquinare la scena criminis. 

Discretamente, riesce a scattare alcune foto.

La circostanza avrebbe meritato la presenza del “paparazzo” ingaggiato dal giornale, ma non ha avuto tempo di reclutarlo, così supplisce lui personalmente, come spesso gli capita.

È l’esperienza più cruda non solo della sua ancor breve carriera di cronista, ma della sua vita.

 §§§

Per Lorenzo Medici è un giorno felice. 

Il giovedì precedente ha sostenuto l’ultimo esame del corso di laurea in fisica, alla Scuola Normale Superiore di Pisa.

Adesso, potrà dedicarsi a completare la tesi, poi il sospirato diploma sarà suo. 

Non troppo sospirato, in verità: il percorso universitario di Lorenzo, uno dei migliori allievi della famosa istituzione formativa pisana, è stato di una rapidità e una facilità sbalorditive.

Lorenzo, primo nel difficilissimo concorso per l’ammissione alla Scuola Normale, ha bruciato le tappe, completando in soli due anni tutti gli esami a pieni voti. 

Nell’ambiente scientifico viene considerato una grande promessa. Le sua tesi sperimentale sulla misteriosa “sparticella” detta “selettrone”, è attesa con grande interesse.

Ma Lorenzo è anche un giovane di ventun anni, con una ragazza coetanea, Caterina Luporini, insegnante elementare a Sesto Fiorentino, dove Lorenzo risiede con i genitori.

Poiché per la maggior parte dell’anno lui, per poter frequentare lezioni e seminari, alloggia a Pisa, presso il Collegio D’Ancona a due passi dalla sede della Normale, in Piazza dei Cavalieri, i due non hanno molte occasioni di vedersi.

Quella domenica di giugno, malgrado non sia ancora estate secondo il calendario, già risente del torrido clima fiorentino. 

Il padre di Lorenzo, operaio presso la Richar Ginori, ha accettato di prestargli la propria automobile, una Citroen Visa comprata non senza sacrifici e tenuta con estrema cura, per una gita al mare.

Lorenzo e Caterina sono partiti di buon’ora per raggiungere Viareggio.

Alle 21, dopo aver trascorso tutto il giorno in spiaggia, si concedono la cena in una delle molte pizzerie intorno a Viale Carducci, l’interminabile lungomare della città, famoso per le sfilate dei carri allegorici durante il Carnevale.

In quel periodo dell’anno il luogo, pieno di luci e negozi aperti, a pochi metri dall’arenile, è la meta preferita del passeggio serale.

La pizzeria non è ancora piena come nell’alta stagione, così Lorenzo e Caterina riescono ad appartarsi in un tavolino d’angolo a chiacchierare liberamente.

Proprio davanti a loro, su un trespolo, sta un televisore spento.

Poco prima delle 22 si presenta il proprietario del locale. Chiede gentilmente di poter accendere l’apparecchio. 

«C’è il telegiornale.» spiega. «Oggi è capitato un fatto brutto a Mosciano di Scandicci, e volevo sentire cosa dicono…» 

«Scandicci?» fa eco Lorenzo, scambiando un’occhiata con Caterina «Ma è vicino a casa nostra!»

In effetti Sesto Fiorentino e Scandicci distano una ventina di chilometri.

È una bella zona collinare, qualche volta i due fidanzati ci sono andati in gita.

«Ah…» L’uomo adesso sembra titubare.

«Be’, che aspetta?» lo sprona Lorenzo.

«Veramente…» L’imbarazzo del ristoratore è palese. Lorenzo intuisce che l’interlocutore deve aver commesso una gaffe. Non solo perché loro due provengono dalla zona dove è avvenuto il ”fatto brutto”.

«Non vorrei disturbarvi…» mente l’uomo.

«Mannò, basta che non lo metta a tutto volume!»

L’apparecchio viene acceso.

Il Telegionale di Rai 3 è già iniziato. Lorenzo sa che la prima parte è dedicata all’informazione nazionale. Si stupisce che il servizio in onda riguardi già quello che il titolare della pizzeria ha definito il “fatto brutto” di Scandicci.

Sul teleschermo scorrono immagini di campagna. Si vede una numerosa folla di uomini in divisa intorno a un’automobile ferma in uno spiazzo sterrato circondato da alberi.

Lo speaker, con voce dolente, spiega che si tratta della “scena del delitto”.  Aggiunge che i “corpi dei poveri ragazzi sono stati trasportati presso l’Istituto di Medicina Legale di Firenze”.

Lorenzo impallidisce. Adesso è chiara la riluttanza del ristoratore. Lo conferma l’espressione inquieta di Caterina.

Quell’automobile abbandonata in una solitaria zona agreste. L’allusione a giovani vittime.

Dev’essere accaduto qualcosa di terribile ad una giovane coppia, proprio come la loro, appartatasi in macchina.

Lo spettro del “fatto brutto” aleggia nell’abitacolo della Visa per tutto il viaggio di ritorno. 

Lorenzo e Caterina si sforzano di non parlarne, ma ne sono rimasti impressionati. 

Dopo la conclusione del telegiornale, in pizzeria hanno provato, senza riuscirvi, a scacciare il pensiero mettendosi a programmare, ostentatamente, una nuova puntata a Viareggio a breve termine. 

Come sempre accade per i casi di cronaca nera, il TG3 ha confezionato un servizio lungo e dettagliato, con interviste a esperti e, nonostante la cura nell’uso degli eufemismi, non ha lesinato i particolari macabri.

Al termine del servizio, il conduttore del TV aveva buttato là la notizia più inquietante: nell’archivio della Polizia giaceva il fascicolo di un delitto molto simile, ancora senza soluzione, avvenuto nel 1974 nei dintorni di Firenze, a Borgo San Lorenzo. 

Lorenzo è in agitazione proprio perché si è ricordato di quest’altro “fatto brutto”.

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GAZZETTINO DELLA  VAL DI PESA”, 8 giugno 1981. “Un pazzo assassino infesta le nostre campagne” di Nicolò Macchiavelli.

“(…) Verso le 9.30 di ieri l’Ispettore di polizia Vittorio Sifone, mentre stava facendo una passeggiata assieme al figlioletto per le campagne di Mosciano, ha scorto una Fiat Ritmo color rame parcheggiata in una piazzola tra gli alberi. Il luogo è ben conosciuto alle coppiette desiderose di solitaria intimità ed anche ai numerosi “guardoni” che al calar delle tenebre frequentano la zona per soddisfare il loro  vizio.

Avvicinatosi, s’è accorto che nell’abitacolo, al posto di guida, c’era un giovanotto con la barba.

Ad un occhio meno esperto poteva sembrare addormentato, ma Sifone ha subito capito che era morto ammazzato. 

Allontanatosi per non spaventare il bambino, ha dato l’allarme chiamando il Commissariato di Scandicci.

I colleghi in servizio di Sifone, giunti prontamente sul posto, si sono trovati di fronte al teatro di un orribile delitto.

Il giovane dentro l’auto si chiamava Giovanni Foggi, trent’anni, magazziniere dell’ENEL.

La sera prima, verso le 22, era uscito con la fidanzata Carmela De Nuccio, ventun anni, commessa in una pelletteria di Scandicci. 

Da quel momento, si sono perse le loro tracce, tanto da indurre in grande preoccupazione il parentado.

Da osservazioni dirette e indiscrezioni raccolte negli ambienti della locale Polizia di Stato, siamo riusciti a ricostruire il quadro della situazione.

Foggi indossava la camicia e un paio di jeans, sfilati dalla gamba sinistra. È stato raggiunto da tre colpi sparati a bruciapelo con una pistola Beretta calibro 22 armata di cartucce Winchester Long Rifle serie H. Lo indica l’esame dei bossoli ritrovati sulla scena.

È chiaro che, mentre si stava togliendo i pantaloni per accingersi a un rapporto amoroso, qualcuno gli ha sparato attraverso il finestrino del posto di guida, freddandolo. L’assassino ha completato l’opera sferrandogli, quando era ormai in agonia, due coltellate al collo.

La situazione nell’abitacolo, dove erano sparse le schegge del vetro infranto, era confusa e drammatica. Il sedile del passeggero era reclinato, a conferma che Giovanni e Carmela, al momento dell’aggressione, stavano per fare all’amore. Sul tappetino anteriore destro si trovavano le scarpe di entrambi i ragazzi.

Benché Carmela non fosse in macchina, tre fori di proiettile, sul sedile e sulla portiera destra, misti a tracce di sangue, non lasciavano sperare nulla di buono sulla sua sorte.

Lo confermava il ritrovamento, accanto allo sportello sinistro, della borsetta di paglia della ragazza, aperta e col contenuto sparso per terra.

Infine, il corpo di Carmela è stato ritrovato. 

Stava a una decina di metri dall’auto, in un campo di ulivi, sdraiato supino vicino al terrapieno della strada sterrata che conduce alla piazzola.

A parte le scarpe, era vestita.

È morta a causa di quattro colpi sparati a distanza ravvicinata dalla stessa pistola che ha ucciso il fidanzato. Le tracce rinvenute nell’automobile indicano che anche la sua esecuzione è avvenuta dentro l’abitacolo. 

L’assassino, dopo averla uccisa, ha trasportato il cadavere fuori dall’automobile.

Sulla parte sinistra i jeans di Carmela erano recisi dal cavallo sino alla vita. 

C’era tanto sangue, in quel punto. L’omicida le ha asportato brutalmente ma con mano sicura, servendosi della lama di un coltello, il pube e parte del grande labbro sinistro.

Questa macabra escissione non lascia dubbi: l’assassino è un pazzo.

Quel ch’è peggio, assai probabilmente non è la prima volta che scatena la sua furia omicida.

L’attenzione degli inquirenti è puntata su un duplice omicidio, rimasto senza colpevoli, avvenuto sette anni fa a Borgo San Lorenzo. 

Anche il vostro cronista, all’epoca quindicenne, ne conserva il ricordo, per il ribrezzo che suscitò la vicenda e l’enorme risonanza che ebbe non solo in regione.

Le analogie tra questo crimine e quello della notte dell’altro ieri sono impressionanti.

Sull’argomento torneremo presto . (…)”

Rino Casazza

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Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si è trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora al Teatro alla Scala Di Milano. Ha pubblicato una cinquantina di racconti e undici romanzi che svariano in tutti i filoni della narrativa di genere, tra cui diversi apocrifi che vedono rivivere come protagonisti i più grandi detective della letteratura di genere. Gli ultimi romanzi pubblicati sono Il serial killer sbagliato, Algama, 2018; Al tempo del Mostro, 2018, rivisitazione in chiave fantascientifica della vicenda del Mostro di Firenze; il libro per ragazzi Lara e il diario nascosto, Fratelli Frilli, 2018, scritto insieme a Daniele Cambiaso e, sempre in collaborazione con lo stesso autore, L’Angelo di Caporetto, 2017, uscito prima per Algama e poi in allegato a Il Giornale nella collana “Romanzi storici”, Gli enigmi di Don Patrizio, Algama, 2016. Per la collana Gli apocrifi di Algama sono usciti: Sherlock Holmes, Padre Brown e l’ombra di Dracula ; Padre Brown, Philo Vance e l’Angelo della Morte, ; Sherlock Holmes, Padre Brown e il delitto dell’indemoniata ; Sherlock Holmes, Auguste Dupin e il match del secolo ; Sherlock Holmes, Charlie Chan e il salvataggio del Titanic salutati con grande favore dalla critica per l’originalità delle trame. L'ultima fatica è un trittico di romanzi apocrifi su Auguste Dupin, l'investigatore inventato da Edgar Allan Poe Sempre per Algama ha pubblicato l’antologia Il trucco dei due poliziotti, 2019.

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