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Coronavirus in Lombardia: ecco i veri dati che fanno sperare. E cosa può essere successo nella Pianura Padana

Ma con uno Stato assente, dobbiamo salvarci da soli

In Lombardia quella che si sta verificando è una vera e propria ecatombe, con 1640 morti, un tasso di mortalità sugli unici dati disponibili che abbiamo del 10,1%. Uno studio sembra aver trovato una connessione tra virus e Pianura Padana. Mentre il Governo pensa ad una nuova demenziale misura sulla “procurata epidemia”, alcuni numeri fanno ben sperare. Dopo le bugie sulla “semplice influenza”, sull’inutilità delle mascherine e i ridicoli provvedimenti economici, le Regioni devono muoversi da sole per salvarsi

 

Di Edoardo Montolli

 

In Lombardia si muore tanto: 1640 decessi dalla scoperta del primo contagio a Codogno, il 21 febbraio. In meno di un mese il coronavirus ha toccato 16220 persone, con una percentuale ormai altissima per numero di abitante di ogni provincia.

Caratteristica peculiare della Lombardia, al 17 marzo, è l’eccezionale picco di mortalità: il 10,1%, rispetto ad una media nazionale del 7,9%, una media tenuta alta proprio dal dato lombardo e da quello emiliano.

Abbiamo già parlato della strana mortalità nel cuore delle regioni del Po, molto più alta che a Wuhan: se infatti noi togliessimo Lombardia ed Emilia dal computo dei dati italiani, il tasso di mortalità nazionale sarebbe intorno al 4,1%. Oggi uno studio della Società Italiana di Medicina Ambientale sembra confermare la nostra ipotesi: da un confronto tra i dati sui siti delle Arpa in merito alle polveri sottili nella Pianura Padana, è stata rilevata la possibilità che queste abbiano fatto da vettori del virus.

L’ASSENZA DI UN GOVERNO CENTRALE

La disastrosa miopia del Governo per quaranta giorni ha portato a misure drastiche solo da poco. Non del tutto, peraltro. Il Governatore dell’Emilia Stefano Bonaccini, stante il silenzio di Roma alle sue richieste, ha messo autonomamente in zona rossa il Comune di Medicina, nel bolognese, una decisione che in Lombardia si sarebbe dovuta prendere subito – senza attendere il via libera del tentennante esecutivo – per il focolaio di Alzano e Nembro in Lombardia, paesi che oggi fanno di Bergamo la provincia più contagiata d’Italia.

L’unico che si sia mosso con metodo è stato il Veneto. Incurante del parere della comunità scientifica italiana (ma in linea con l’Oms), ha iniziato a fare tamponi a tappeto, producendo da subito in proprio il materiale e scovando così 66 asintomatici, che sono i veri superdiffusori, in grado di far crescere i contagi a migliaia nel giro di pochi giorni. I costi li sostiene la Regione e il Governatore Luca Zaia ha detto l’unica cosa che un politico dovrebbe avere sempre in mente: «Del bilancio mi importa poco, vale sempre meno della vita dei miei concittadini». Non a caso la stessa linea la vogliono seguire ora la Campania, l’Emilia, le Marche e la Puglia.

I numeri del contagio fuori dalla Lombardia lo consentono.

LE MASCHERINE “INUTILI”

A Roma, d’altra parte, siamo ancora alla burocrazia. Fermano l’Italia in una notte, ma fanno ancora gare d’appalto negoziate per acquistare ventilatori salvavita, mandano mascherine definite di “carta igienica” in Lombardia, senza contare l’invio totalmente inadeguato di 500mila mascherine in 24 giorni quando alla Regione ne servono 150mila al giorno. Anche qui, gli “esperti” governativi hanno dato il meglio di se stessi. Per un mese, mentre morivano centinaia di persone, sostenevano che fossero inutili se non si era contagiati, senza peraltro rendersi conto che se è vero che ci sono in giro migliaia di asintomatici, uno non può sapere di essere contagiato. Ora, soltanto oltre mille morti più tardi, cominciano a cambiare idea. Qualcuno vorrebbe renderle obbligatorie, solo che non ce n’è in giro e le aziende, nella capitale mondiale del tessile e della moda, hanno iniziato a produrle in massa soltanto adesso. Non per inerzia, ma perché, come evidenzia Confindustria Moda «siamo pronti a una riconversione produttiva, ma resta indispensabile chiarire gli aspetti tecnici e normativi». Burocrazia, come sempre, appena leggermente scalfita dal fatto che servirà adesso unicamente il parere dell’Istituto Superiore di Sanità. Eppure, fin dal primo studio cinese del 24 febbraio, quando cioè iniziò la diffusione in massa del coronavirus in Italia, doveva essere noto a tutti, esperti e politici, che le mascherine risultavano fondamentali per evitare il contagio: era scritto nero su bianco. Non bastasse, nella provincia di Hubei in Cina, culla del morbo, chi non la indossava veniva arrestato. Ci hanno detto che non servivano perché non ne avevano in casa o per mera ignoranza dei documenti scientifici? Di certo ora i medici si sono stufati. Al Messaggero, il virologo Francesco Broccolo, docente di Microbiologia clinica dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, dice: «Non è vero che le mascherine servono solo a chi è già infetto, per proteggere gli altri dal contagio. Sono utili anche a chi è sano: per il Covid-19 sono una barriera». Peccato che – come ha svelato Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia – nel comitato scientifico istituito dal Governo per combattere il virus più devastante del dopoguerra, un virologo non ci sia.

UN PROVVEDIMENTO DEMENZIALE

I giornali, senza un briciolo di senso della vergogna, li trattano ancora da statisti, anche dopo il ridicolo decreto “Cura Italia” che ha offerto agli autonomi devastati dal virus, l’umiliante elemosina di 600 euro e la dilazione di due mesi delle imposte al posto di un radicale taglio fiscale.

A Roma è arrivato così un nuovo provvedimento demenziale: dato che c’è ancora troppa gente in giro, hanno deciso di denunciare per “procurata epidemia” chi trasgredisce le regole, propinando 12 anni di reclusione a chi sgarra, con tanto di nuova autocertificazione (SCARICALA). Magari domani ripenseranno all’ipotesi della pena di morte, affidando ad un giudice il dilemma su quanto fosse giusto che una persona si trovasse fuori casa, e sposando definitivamente la tesi di Xi Jinping, il presidente della Repubblica popolare cinese, che prima ha nascosto i dati dell’epidemia e poi ha mandato a morte chi fuggiva da Wuhan.

Senza contare l’intasamento che domani avranno i tribunali (cosa che si risolverà con ogni probabilità in un’amnistia), è evidente invece anche ad un bambino che l’unico modo per non far uscire di casa le persone è quello di non darle motivo di farlo. E quindi di chiudere tutto, costringendo le persone a fare la spesa negli alimentari del proprio Comune e concedendo permessi personali per pubblica assistenza. Perchè – solo a Roma non è evidente – contagia ed è contagiato pure chi esce per lavoro, per fare la spesa, per comprare le sigarette, per andare in farmacia. Non si tratta di bloccare l’Italia intera, ma di applicare una restrittiva zona rossa solo alle zone più colpite della Lombardia e dell’Emilia, dove il tasso di mortalità è più alto: dato che i numeri, come abbiamo scritto all’inizio, sono molto diversi tra queste due regioni e il resto d’Italia.

I VERI DATI DELLA SPERANZA IN LOMBARDIA

Il fattore R0, ovvero la capacità di contagio del coronavirus, è stata calcolata fra 2.3 e 2.5: significa che ogni persona può contagiarne altre 2.3 e 2.5. Significa ancora che 2 persone ne contagiano 5, 3 persone 7, e così via. Per diverso tempo  la percentuale di aumento di contagi del virus è stata tale che i colpiti dal morbo in due, massimo tre giorni, raddoppiavano. Per quanto oscenamente tardivo, implorato invano a lungo e costato oltre 1600 morti, il provvedimento di parziale chiusura della Lombardia, la prima regione a subirlo, sta dando risultati. Non bisogna guardare al numero crescente di contagi, ma alla percentuale di aumento dovuta alla capacità di contagio del coronavirus. Abbiamo analizzato dall’inizio questo aumento percentuale di contagio. Ecco cosa accadeva fino a prima del provvedimento (in grassetto quando il numero dei contagiati raddoppiava):

25 febbraio) 240
26 febbraio) 258         +7,5%
27 febbraio) 403         +56%
28 febbraio) 531         +31%
29 febbraio) 615         +15,8%
1 marzo) 984              +60%
2 marzo) 1254            +27%
3 marzo) 1520            +21%
4 marzo) 1820            +19%
5 marzo) 2251            +23%
6 marzo) 2.612           +16%
7 marzo) 3420             + 30,9%
8 marzo) 4.189            + 22%
9 marzo) 5.469           + 30%

La media è del 27,6% di aumento giornaliero. Non bisogna farsi ingannare dalla discrasia dei dati di alcuni giorni, quando si trovano percentuali basse: semplicemente non erano giunti per il tempo della statistica gli esiti di centinaia di tamponi.

Ecco invece cos’è accaduto dopo l’entrata in vigore del decreto sulla Lombardia:

10 marzo) 5.791         + 5,8%
11 marzo) 7.280         +25%
12 marzo) 8.725         +19%
13 marzo) 9.820         +12,5%
14 marzo) 11.685       +18%
15 marzo) 13272        +13,5%
16 marzo) 14649        +10,5%
17 marzo) 16220        +13,8%

I contagiati si sono raddoppiati una volta sola. E non dopo 2 giorni, ma dopo 5. La media di aumento giornaliero si è quasi dimezzata: 14,76%. Considerando che la manifestazione dei sintomi è in media al quinto giorno, è già un bel passo avanti. Ma deve essere chiaro a tutti che dobbiamo salvarci da soli.

Edoardo Montolli

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Edoardo Montolli

Edoardo Montolli, giornalista, è autore di diversi libri inchiesta molto discussi. Due li ha dedicati alla strage di Erba: Il grande abbaglio e L’enigma di Erba. Ne Il caso Genchi (Aliberti, 2009), tuttora spesso al centro delle cronache, ha raccontato diversi retroscena su casi politici e giudiziari degli ultimi vent'anni. Dal 1991 ha lavorato con decine di testate giornalistiche. Alla fine degli anni ’90 si occupa di realtà borderline per il mensile Maxim, di cui diviene inviato fino a quando Andrea Monti lo chiama come consulente per la cronaca nera a News Settimanale. Dalla fine del 2006 alla primavera 2012 dirige la collana di libri inchiesta Yahoopolis dell’editore Aliberti, portandolo alla ribalta nazionale con diversi titoli che scalano le classifiche, da I misteri dell’agenda rossa, di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti a Michael Jackson- troppo per una vita sola di Paolo Giovanazzi, o che vincono prestigiosi premi, come il Rosario Livatino per O mia bella madu’ndrina di Felice Manti e Antonino Monteleone. Ha pubblicato tre thriller, considerati tra i più neri dalla critica; Il Boia (Hobby & Work 2005/ Giallo Mondadori 2008), La ferocia del coniglio (Hobby & Work, 2007) e L’illusionista (Aliberti, 2010). Il suo ultimo libro è I diari di Falcone (Chiarelettere, 2018)

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