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TEATRO DEL DELITTO: SE LA SCENA SI MESCOLA AL CRIMINE

Ho sempre immensamente amato il teatro e, per un felice gioco del destino, ho la fortuna di lavorare nel Teatro per antonomasia, il Teatro alla Scala.

Inevitabile che quest’ambiente affascinante entrasse nei miei scritti narrativi, la prima  qualche anno fa, col romanzo “Il Fantasma all’opera” e oggi col racconto “Teatro del delitto”.

Il concetto di teatro sembra facile e intuitivo, invece è insospettabilmente complesso.

Lo si capisce bene leggendo un memorabile racconto di J.L. Borges, in cui un filosofo musulmano, in viaggio per l’Europa, assiste per la prima volta a uno spettacolo teatrale, sconosciuto alla sua cultura.

Ecco come descrive quel che si trova di fronte: “Erano prigionieri, e non si vedeva la prigione, cavalcavano, ma non si vedeva il cavallo; combattevano ma le spade erano di canna; morivano, e poi si rialzavano.”

Il nocciolo sta proprio qui, nel rapporto sfuggente tra realtà e rappresentazione.

Quello che accade sul palcoscenico è vero e no?

Cos’è più vera, la vita o la sua rappresentazione?

Siamo nel cuore del dilemma antico e ancora irrisolto sulla natura della verità.

Un grandissimo uomo di teatro, Eduardo De Filippo scriveva, significativamente: “Nel teatro si vive sul serio ciò che gli altri recitano male nella vita”.

Un altro, di pari grandezza, Carmelo Bene sosteneva che il teatro è il luogo della perdita di ogni senso di sé e del mondo. La rappresentazione crea una indescrivibile, irripetibile isola nel flusso del tempo, trascinando interpreti e pubblico un’ esperienza emozionale sublimemente fine a sé stessa, eterna perché unica.

Uomo ed attore finiscono per identificarsi come nelle parole dell’ultimo monologo di Macbeth: “..la vita è  un povero attore che si pavoneggia ed agita per la sua ora sulla scena, e dopo nessuno se ne ricorda più…”

Nel racconto “Teatro del delitto” nel momento topico dell’azione criminale il diaframma tra realtà e rappresentazione, già labile, crolla del tutto, generando un gioco di specchi in cui il falso diventa vero e viceversa: il personaggio e l’interprete subiscono la stessa sorte di fronte al pubblico che non percepisce la differenza.

Rino Casazza

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Chi è Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si é trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora a Milano. E’ da sempre un appassionato (come lettore, prima che come autore) della letteratura "di genere" in tutte le sue sfaccettature: giallo-noir, horror, fantascienza ecc. ecc. Altra sua grande passione sono il cinema, come testimonial la tesi di laurea sulla censura cinematografica, e il teatro, frequentato non solo come spettatore ma anche, in gioventù, come praticante dilettante. Il suo primo testo "letterario" è infatti la trasposizione teatrale della novella di Buzzati "Iago", di cui nel 1985 ha osato una regia. Ha pubblicato diversi thriller, tra cui "La logica del Burattinaio", scritto con Daniele Cambiaso ed edito da Algama, ispirato al serial killer bambino William Vizzardelli. Specializzato sui romanzi apocrifi sugli investigatori più noti di sempre, il suo ultimo giallo è "Sherlock Holmes, Padre Brown e l'ombra di Dracula"

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