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“Il serial killer sbagliato”: viaggio dentro ai misteri del “Mostro di Sarzana”

Sono nato a Sarzana e scrivo thriller, così è naturale che conosca bene il caso di William Giorgio Vizzardelli, il “Mostro di Sarzana”.

L’incontro con questo personaggio risale alla mia infanzia.
Mio padre, purtroppo morto prematuramente quand’ero dodicenne, aveva due soli anni in più di Vizzardelli.

Pur abitando a La Spezia tra il gennaio del 1937 e il dicembre del 1939, quando si svolsero i fatti, quella storia gli era rimasta indelebilmente impressa, e amava raccontarla a me e mio fratello, che lo ascoltavamo a bocca aperta.

L’epopea di Vizzardelli, conosciuto anche con l’appellativo di “serial killer ragazzino”, suscita tutt’ora, a quasi ottant’anni dalla sua cattura, un’eguale reazione in quanti ne vengano a conoscenza.

Si potrebbe pensare che, per la sua assoluta particolarità, continui ad essere rievocata e tramandata, invece proprio su questo aspetto si riscontra la prima stranezza di una vicenda del tutto fuori dal comune.

La gente di Sarzana non parla volentieri del “Mostro”.

Mio padre lo faceva, comunque sempre in privato e trattando con delicatezza i particolari più scabrosi, perché era forestiero.

Almeno sino all’inizio del nuovo secolo erano ancora in vita, tra i sarzanesi, moltissimi testimoni diretti delle vicende del “Mostro”, molti dei quali avevano conosciuto personalmente William, ma se qualcuno avesse voluto approfondire, chiedendo in giro, sarebbe andato incontro a un muro di riserbo.

Fatto strano, non risulta che nessun giornalista, o storico della cronaca nera, ci abbia seriamente provato.
La stessa pubblicistica sul “Mostro” è singolarmente scarna. A parte due pregevoli libri di Danilo Soragna, non c’è altro.

Eppure, stiamo parlando di un caso unico non solo in Italia, ma nel mondo.
Non credo sia solo il timore della pubblicità negativa (essere concittadini di un pluriomicida adolescente non è cosa di cui menar vanto) ad aver fatto finire nel dimenticatoio la vicenda e il suo straordinario protagonista.

Ho sempre pensato che ci fosse di più, senza sapere bene cosa.

Certo nel 1940, quando si svolse il processo a Vizzardelli, conclusosi con una inevitabile quanto rapida condanna, c’erano ben altre cose a cui pensare: l’anno prima era avvenuta l’invasione tedesca della Polonia, seguita dalla conquista della Francia da parte dell’esercito nazista, e il 10 giugno di quell’anno Mussolini, dal balcone di palazzo Venezia, avrebbe chiamato alle armi la Nazione, dichiarando guerra a Francia e Inghilterra.

Inoltre, la propaganda fascista aveva tutto l’interesse a mettere la sordina a una doppia vergogna: quella di un acerbo rampollo della gioventù rivoluzionaria macchiatosi di orribili delitti comuni, e quella di un fiasco inimmaginabile da parte della polizia littoria, incapace per ben tre anni di individuarlo e arrestarlo. Lui, uno sbarbato e inesperto ginnasiale.

Ma dopo? La storia di Vizzardelli è eccezionale soprattutto perché non finisce nel 1940.
Non solo per il fatto che quando il “Mostro” entra in carcere ha soltanto 18 anni: Vizzardelli è riuscito a rimanere all’altezza della sua fosca fama anche da adulto.

La sua morte, avvenuta nel 1973, a pochi anni dalla scarcerazione, è altrettanto inquietante dei cinque delitti commessi a fine anni 30.

Soprattutto, riaccende i dubbi sulla sua figura che, a 51 anni, dopo 30 di carcere, sembrava esserse ormai quella di un uomo riuscito, con la maturità, a superare i pericolosi e sanguinari sbandamenti dell’adolescenza.

In linea con la stranezza già riferita, neppure l’epilogo tragico della vita del “Mostro” ha determinato una ripresa d’interesse per la sua storia.

Dopo i primi titoloni dei giornali, tutto è ricaduto nell’oblio.

A me è rimasta un’insoddisfazione di fondo, che ha trovato sfogo, nel 2016, scrivendo, assieme al mio “socio” letterario Daniele Cambiaso, un thriller, “La logica del Burattinaio“, in cui si prova a scavare dentro la storia del “Mostro di Sarzana” mettendo in campo un “copycat” che, affetto settant’anni dopo dalla stessa tara mentale di Vizzardelli, vuol ripeterne i delitti negli stessi luoghi e con le stesse modalità.

Se ho deciso di raddoppiare con Il serial killer sbagliato”, dove ad entrare nel merito della saga crudele del “Mostro”, attraverso una rilettura critica dell’indagine, e la ricerca di nuove prove, è un mio personaggio seriale, don Patrizio Bruni, prete col vizio della detection, è per la scoperta di un episodio controverso e poco conosciuto, ma come sempre sconcertante, nella biografia di Vizzardelli.

Nel 1944, il “Mostro di Sarzana” , durante la sua detenzione presso il carcere di Massa, avrebbe avuto un ruolo nella strage nazista detta “delle fosse del fiume Frigido”, guarda caso la più spaventosa avvenuta nella zona.

Come nota Don Patrizio Bruni a un certo punto del romanzo “che l’incarnazione individuale (Vizzardelli) e quella storico-collettiva (il nazismo) del male puro s’incontrassero faceva parte di un copione quasi obbligato”.

Rino Casazza

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Chi è Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si é trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora a Milano. E’ da sempre un appassionato (come lettore, prima che come autore) della letteratura "di genere" in tutte le sue sfaccettature: giallo-noir, horror, fantascienza ecc. ecc. Altra sua grande passione sono il cinema, come testimonial la tesi di laurea sulla censura cinematografica, e il teatro, frequentato non solo come spettatore ma anche, in gioventù, come praticante dilettante. Il suo primo testo "letterario" è infatti la trasposizione teatrale della novella di Buzzati "Iago", di cui nel 1985 ha osato una regia. Ha pubblicato diversi thriller, tra cui "La logica del Burattinaio", scritto con Daniele Cambiaso ed edito da Algama, ispirato al serial killer bambino William Vizzardelli. Specializzato sui romanzi apocrifi sugli investigatori più noti di sempre, il suo ultimo giallo è "Sherlock Holmes, Padre Brown e l'ombra di Dracula"

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