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Teoria e pratica di Sherlock Holmes e Padre Brown

Sta per uscire  “Sherlock Holmes, Padre Brown negli scritti di Gramsci” , Marietti Editore, scritto da Carlo Lucarelli  con l’italianista  Daniele Chiara e  il biblista Jean- Luois Ska.

Il libro riprende quanto discusso fra i tre nell’incontro “Sherlock Holmes e Padre Brown, due modi per scoprire il colpevole” nell’ambito del convegno “Gramsci in giallo” tenutosi a Bologna nell’ottobre 2017.

L’argomento mi riguarda da vicino.

Credo infatti di essere il primo ad aver scritto due “apocrifi”, un racconto e un romanzo, in cui i summenzionati detective letterari  sono contemporaneamente protagonisti.

In “Sherlock Holmes, Padre Brown e il delitto dell’indemoniata”, Algama, dicembre 2016, i due, senza incontrarsi, indagano in parallelo sullo stesso caso; in “Sherlock Holmes, Padre Brown e l’ombra di Dracula“, Algama luglio 2017, da questo agosto anche in versione cartacea, s’incontrano, si conoscono e collaborano a una indagine.

Entrambe le storie sono ambientate in Italia, a Bergamo, ai primi del novecento.

La scelta del luogo non è casuale.

Bergamo è una culla del cattolicesimo, e lo era ancor di più nella “bella epoque”.

Chesterton non racconta mai di una trasferta di Padre Brown in terra orobica. Tuttavia , essendo il suo personaggio sacerdote “papista”, come vengono chiamati i preti cattolici in Gran Bretagna, non c’è dubbio che Bergamo rappresenti per lui una terra elettiva.

L’ unico problema avrebbe potuto essere la lingua : il Padre conosceva solo il latino e l’inglese. Vista però la superabilità dello scoglio grazie ai servigi d’interprete del suo aiutante Flambeau, noto poliglotta, si può tranquillamente affermare che ai piedi di “Città Alta” si sia sentito culturalmente e religiosamente a casa propria.

Di sicuro, molto di più che in Inghilterra dove, per la schiacciante predominanza della Chiesa Anglicana, è il classico straniero in casa propria.

A rovescio, una zona profondamente devota al Papa come il bergamasco per Sherlock Holmes rappresenta un luogo ostile, quantunque lo si possa immaginare, come ho fatto,  discreto conoscitore della lingua di Dante  nell’ambito dei suoi multiformi, anche se un po’ confusionari interessi.

Non risulta, nel “canone” holmesiano” (così gli appassionati di apocrifi chiamano l’insieme degli scritti narrativi dedicati ad Holmes dal suo creatore, Arthur Conan Doyle) un interesse religioso dell’investigatore londinese.

Sarebbe, per la verità, del tutto incongruo aspettarselo: Holmes è esponente, nell’ambito della detection, del più schietto positivismo.

Di un positivismo, anzi, che si innesta nella tradizione filosofica empirista anglosassone.

Egli risolve casi polizieschi con una totale aderenza ai fatti, che sa collegare e interpretare con rigore logico.

In prima battuta le sue deduzioni risultano  sorprendenti, e quasi divinatorie, per  primo alla sua spalla, il medico John Watson.

Dopo che si degna di spiegarle, tutto diventa chiaro, lineare e indiscutibile. Persino ovvio, anche se la famosa frase “Elementare, caro Watson” non l’ha mai pronunciata nel “canone”.

Per la verità, molti hanno eccepito, a ragione, che Holmes non deduce, bensì “abduce”, ovvero i suoi ragionamenti non portano all’unica verità possibile, ma solo a quella più probabile, tuttavia ci sembra un appunto cavilloso. Quel che conta è che Holmes risolva le indagini con la sicurezza di uno scienziato. E non sbagli mai.

E Padre Brown?

Gramsci, nei “Quaderni dal carcere”, aveva visto lontano. Il passo in cui il grande intellettuale si esprime sul metodo investigativo del Padre, contrapponendolo a quello di Holmes ( con un abbastanza sorprendente endorsement a favore del primo), è stato, secondo i numerosi resoconti giornalistici, al centro dell’ incontro bolognese di cui s’è detto.

Io stesso non ho potuto esimermi dal commentarlo in due articoli: “Arriva don Patrizio Bruni, il Padre Brown italiano”, GQ Italia, Underground e “Sherlock Holmes e Padre Brown a confronto (con un invito al dibattito…)“, pubblicato sulla presente rivista.

Ecco la citazione completa : “Il padre Brown è un cattolico che prende in giro il modo di pensare meccanico dei protestanti e il libro è fondamentalmente un’apologia della Chiesa Romana contro la Chiesa Anglicana. Sherlock Holmes è il poliziotto “protestante” che trova il bandolo di una matassa criminale partendo dall’esterno, basandosi sulla scienza, sul metodo sperimentale, sull’induzione. Padre Brown è il prete cattolico, che attraverso le raffinate esperienze psicologiche date dalla confessione e dal lavorio di casistica morale dei padri, pur senza trascurare la scienza e l’esperienza, ma basandosi specialmente sulla deduzione e sull’introspezione, batte Sherlock Holmes in pieno, lo fa apparire un ragazzetto pretenzioso, ne mostra l’angustia e la meschinità. D’altra parte Chesterton è grande artista, mentre Conan Doyle era un mediocre scrittore, anche se fatto baronetto per meriti letterari; perciò in Chesterton c’è un distacco stilistico tra il contenuto, l’intrigo poliziesco e la forma, quindi una sottile ironia verso la materia trattata che rende più gustosi i racconti.”

Un’opinione davvero acuta ed anticonformista. Centra alla perfezione il “sale” dell’approccio investigativo di Padre Brown.

Il pretino dell’Essex creato dalla fantasia di Chesterton va oltre il metodo logico-deduttivo.

Sull’ intenzione di Chesterton di servirsi di Padre Brown per polemizzare con la “gretta” cultura protestante, non sono cosi sicuro.

Lo scrittore londinese, di fede cattolica, era certo convinto della superiorità del cattolicesimo sull’anglicanismo, ma  i racconti di Padre Brown erano per lui un divertissement diventato col tempo, per la loro enorme popolarità, una fonte di guadagno sicuro di cui un po’ si vergognava.

Certo è che Padre Brown si eleva su tutti i detective a lui contemporanei, ed anche su quelli successivi (finché non arrivò Maigret col rifiuto della pura razionalità e la ricerca di un’empatia con vittima, colpevole e testimoni) per l’attenzione alla psicologia delle persone coinvolte nell’indagine.

Facile, persino naturale per un prete abituato a penetrare nei segreti dell’animo umano attraverso l’esercizio della confessione.

Quella cattolica, fondata su un rapporto diretto, confidenziale, tra peccatore e confessore. Ben diversa da quella, collettiva e un po’ formalistica , del credo anglicano.

Padre Brown, in un’inchiesta, non si accontenta dell’analisi accurata delle circostanze di fatto, e delle prove materiali, tanto cara a Holmes.

Come la pensi è esemplificato in questa illuminante citazione, tratta dal racconto “L’errore della macchina”:”«…non è meglio di un mucchio di chiacchiere da parte di testimoni, la prova di uno strumento affidabile?» 
«Dimenticate,» osservò il compagno «che lo strumento affidabile deve essere sempre fatto funzionare da uno strumento inaffidabile.» 
«Cosa volete dire?» chiese l’investigatore. 
«Voglio dire l’Uomo,» disse padre Brown, «ossia la macchina più inaffidabile che conosca.»”

Nei due citati “apocrifi” mi sono proposto di rispettare la diversa filosofia e il conseguente diverso approccio investigativo dei due personaggi.

Il modo più incisivo mi è sembrato metterli alle prese con casi dal risvolto soprannaturale.

Un episodio di ( vera? presunta?) possessione diabolica con conseguente omicidio.

Una serie di delitti che sembrano (o sono?) opera di un vampiro.

All’apparenza, Padre Brown dovrebbe essere aperto verso il soprannaturale, mentre Holmes lo dovrebbe rifiutare.

Le cose non sono così semplici.

Il Padre non può non sapere che i miracoli veri sono un’eccezione, mentre l’ingannatrice fantasia umana è sconfinata.

Come dice ne “La maledizione della croce d’oro”: “Sono esattamente nella posizione dell’uomo che ha detto: ‘Posso credere all’impossibile, non all’improbabile.”

Holmes non può che attenersi al principio d’esperienza, secondo cui è vero,  qualunque cosa sia, tutto ciò che è sperimentabile.

Come dice, strapazzando secondo abitudine Watson, ne “L’avventura del diadema di berilli” : “Quante volte le ho detto che eliminato ciò che è impossibile, quel che resta, per quanto improbabile, dev’essere la verità?

Rino Casazza

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Chi è Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si é trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora a Milano. E’ da sempre un appassionato (come lettore, prima che come autore) della letteratura "di genere" in tutte le sue sfaccettature: giallo-noir, horror, fantascienza ecc. ecc. Altra sua grande passione sono il cinema, come testimonial la tesi di laurea sulla censura cinematografica, e il teatro, frequentato non solo come spettatore ma anche, in gioventù, come praticante dilettante. Il suo primo testo "letterario" è infatti la trasposizione teatrale della novella di Buzzati "Iago", di cui nel 1985 ha osato una regia. Ha pubblicato diversi thriller, tra cui "La logica del Burattinaio", scritto con Daniele Cambiaso ed edito da Algama, ispirato al serial killer bambino William Vizzardelli. Specializzato sui romanzi apocrifi sugli investigatori più noti di sempre, il suo ultimo giallo è "Sherlock Holmes, Padre Brown e l'ombra di Dracula"

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