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33 IL PESO DEL VUOTO. Di Massimo Alborghetti

Ho sempre dato estremamente importanza agli oggetti nei racconti. Ricordo un film dal titolo “Non guardare” del 2000 dove alla protagonista, interpretata da Arianna Cassarino, veniva dato un logoro peluche. Un oggetto inanimato che portava con se un passato doloroso che la protagonista non voleva vedere. In molti lavori e anche sopratutto nella scrittura l’oggetto apparentemente senza significato, se non per quello che è stato creato, diventa il fulcro dell’azione. Il chinarsi nel prendere un oggetto fa schivare al protagonista un incidente. O come detto in precedenza diventa il cardine di sblocco per le azioni dei protagonisti. Ad esempio in un altro corto dal titolo “Colla” Un foulard passa di mano in mano trasformandosi e riempendosi delle emozioni di ogni persona che lo impugna. Tutto questo preambolo per parlare del peso di questi oggetti. Racconto storie principalmente per un’esigenza artistica. Dove poter incanalare la profonda creatività che diventa insostenibile nel solo cucinare o in sessioni di palestra. E’ un’energia che devo far fuoriuscire. La scrittura e il realizzare video colma il fuoco che sento dentro. Il problema subentra quando voglio raccontare vicende personali o emozioni difficili da esporre. In questo blog cerco di far capire come sia bello ed appagante avere delle valvole di sfogo creativo, anche se i film, gli scritti, non sono perfetti, hanno dentro di loro il mio vissuto e le esperienze di persone che conosco e a volte, come molti perdo. Tutti noi, purtroppo, chi più chi meno, sono portati a confrontarsi con la morte. E’ un discorso delicato e a volte taboo. Anche in questo frangente il raccontare storie mi ha fortemente aiutato. Il dolore della perdita è talmente imponente da sembrare non esserci nessuna via d’uscita. Il vuoto colma tutto. Quella sensazione così disturbante di non riuscire ad emergere, di restare sempre in quel limbo, nella disperazione ed il vuoto diventa pesantissimo. Mia madre ripete spesso” Siamo solo di passaggio” e in queste stringate parole, c’è il fulcro di ognuno di noi. Ma quando il passaggio è breve e le persone se ne vanno troppo giovani, non bastano queste parole per accettare il vuoto. Dico spesso che il tempo aiuta ad metabolizzare la perdita, per quanto ci creda fortemente, è comunque estremamente difficile. Senza entrare nel dettaglio perché diventerei troppo pesante e non sono ancora pronto ad esternare sentimenti così profondi pubblicamente. Anche a me è successa la perdita di persone che ho  amato. Mi hanno lasciato da un giorno all’altro, senza apparente motivo. Come se fossero state essenze inconsistenti che hanno attraversato la mia vita in punta di piedi e poi con un colpo di scena teatrale inaspettato se ne sono andati. E lì rimani per giorni nella disperata ricerca della verità. Il cercare di capire perché bisogna confrontarsi con un dolore così assordante nel suo silenzio e così pesante nel suo vuoto. E lì ritornano gli oggetti. Ti ci aggrappi come una gazza ladra che ruba emozioni. Quell’essenza di loro dove gli oggetti ne sono impregnati. Un diario, un fiore finto, una lanterna, una camicia, una chiave. Qualsiasi cosa sia stata loro. E la cosa inanimata riempie per un po quel vuoto. Poi con il tempo, l’accettazione e tutta la trafila che viene raccontata nei vari testi sull’elaborazione del lutto, (ma viverla è diversa che leggerla), il dolore cambia. Affievolisce e diventa parte di te, ma rimane in quel cassetto segreto chiuso nel profondo. Ogni volta che vedi quell’oggetto, ritorna, ma sempre in modo diverso. Per molti potrebbe sembrare masochistico vedere oggetti per ricordarci chi non c’è più, ma quando il dolore si trasforma in ricordo e comunque amore incondizionato, capisci che la morte può tante cose, ma non ti può togliere il pensiero che vive dentro di te e in quegli oggetti. Queste sensazioni non riesco pienamente a raccontarle nei miei progetti, ma sto sperimentando con gli ultimi lavori. Più immediati ed emotivi. Mi crea sensazioni sempre forti quando rivedo un mio vecchio corto di un minuto. Dove una cara amica Selena Patelli, interpreta una perdita. Riesce in pochissimo tento a trasferirsi nel mio dolore e lo rende suo, donandomi emozioni impalpabili. Come una piuma che vola libera e ti sfiora, impalpabile ed in punta di piedi se ne va senza fare colpi di scena teatrali.

Chi è Massimo Alborghetti

Mi chiamo Massimo Alborghetti . Ho sempre amato scrivere storie. Dopo aver scoperto la videocamera a sedici anni, ho realizzato il mio primo film e non mi sono più’ fermato. Amo raccontare storie psicologiche. Thriller , drammatici. Dopo aver frequentato una scuola da Ermanno Olmi ed aver fatto diversi corsi di Cinema,ho realizzato più’ di 100 cortometraggi e 10 lunghi. ho preso diversi premi e col denaro vinto ho continuato a realizzare e produrre. Essendo indipendente i miei film non sono perfetti ma non hanno vincoli e restrizioni. Eccovi il mio sito internet dove potete vedere alcuni miei lavori: www.massimoalborghetti.it

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