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Sherlock Holmes e Padre Brown uniti contro una minaccia oscura

Sherlock Holmes, Padre Brown e l’ombra di Dracula è l’ultimo thriller di Rino Casazza, che su Fronte del Blog ci anticipa in esclusiva un estratto.

Da Sherlock Holmes, Padre Brown e l’ombra di Dracula
Un incontro scritto nelle stelle
***, Distretto di Roshford, Contea dell’Essex, 30 novembre 1913

Padre Brown aveva finito di celebrare nell’ultima funzione della sera, la sua preferita in quel periodo dell’anno.
I fedeli cattolici in paese erano una piccola minoranza, ma di domenica, in pieno Avvento, si poteva star sicuri di trovarli in chiesa quasi tutti.
Pronunciata la formula di congedo, “ite, missa est”, il Padre poteva finalmente intrattenersi coi parrocchiani faccia a faccia, mentre la liturgia gli imponeva di rimanere col viso rivolto all’altare, dando le spalle all’assemblea.
Non era una critica al ruolo di pastore che quella disposizione, simbolicamente, ribadiva; solo, gli piaceva il rapporto diretto con la gente.
Era il sacerdote, d’accordo, ma anche uomo tra gli uomini.
Il segreto della sua abilità investigativa, se di segreto si poteva parlare, stava tutto lì: nell’interesse, senza pregiudizi morali (“non giudicate, e non sarete giudicati”!), che nutriva verso i suoi simili.
Il cielo era limpido e già stellato. Faceva un gran freddo, accentuato dal vento gelido, ma il Padre s’era di buon grado attardato a conversare con la famiglia del calzolaio Barrows, composta da marito, moglie casalinga e figlio di dieci anni, garzone nella bottega paterna.
I Barrows avevano un pregio senza pari: possedevano una fede naturale, senza sovrastrutture.
Lui aspirava ad essere così, ma un prete era destinato a perdere l’innocenza immergendosi, con l’esercizio della confessione, nel mistero del peccato.
Dopotutto, occuparsi di crimini enigmatici non era molto diverso dal praticare il sacramento della riconciliazione. Ricercare il colpevole di un delitto equivaleva ad aiutarlo a pentirsi. Mandarlo in galera, e per l’interessato andarci, era un dettaglio insignificante in confronto al bene della ritrovata sintonia col Signore. Uno dei paradossi preferiti dal Padre era che, ai fini della Salvezza, recitare dieci avemarie o l’ergastolo erano penitenze dello stesso valore…
La signora Barrows, una donna un po’ sciupata ma energica, la vera colonna della casa, si doleva che il figlioletto, ultimamente, non avesse potuto frequentare il catechismo.
Padre Brown aveva notato che da un po’ di tempo tutta la famiglia era meno assidua in parrocchia.
Sperava in un aumento di lavoro per la bottega di ciabattino, ma forse era l’opposto: per sbarcare il lunario erano costretti a lavorare di più.
«Le lezioni di catechismo sono importanti» la risposta del Padre «Ma non decisive per impararlo davvero… a volte, anzi, risultano persino dannose…»
Una voce sicura e ben scandita s’intromise: «Sempre sofista, eh Padre?»
L’uomo che aveva parlato si trovava al bordo dello spiazzo davanti alla Chiesa, dove il lume dei lampioni a gas non riusciva a diradare la densa penombra. Perciò, se ne intravedeva solo la sagoma indistinta.
Il gruppetto formato dal prete e dai tre parrocchiani si volse, con sorpresa, in quella direzione.
Avanzò alla luce un’alta figura intabarrata, sulla cui testa spiccava un vistoso cappello da cacciatore coi paraorecchi abbassati. Doveva possedere un ottimo udito, se nonostante la distanza era riuscito a cogliere le frasi di Padre Brown.
«Allora è proprio vero che l’ordine dei Gesuiti dovrebbe cooptarla tra le proprie fila per chiara fama!»
Adesso il nuovo arrivato era ben visibile. Era un uomo all’incirca di mezz’età, con la faccia lunga ma in carne, nella quale spiccavano gli occhi intensi e il naso adunco.
«Be’, cos’avete da guardare?» aggiunse, di fronte al silenzio stupito dei suoi interlocutori. «Non mi dite che non mi avete riconosciuto! Mi sono anche messo il cappello che, secondo la leggenda, porterei sempre… Invece dovete sapere che lo uso di rado, solo quando fa particolarmente freddo… E qui da voi il gelo non scherza!»
Padre Brown aveva capito. «Qualcuno dirà che un nostro incontro era destinato, signor Holmes, ma so che è un imprevisto. E neppure tanto felice. Sbaglio o non è il piacere di farmi visita ad averla condotta sin qui, ma una spiacevole necessità?»
Sherlock Holmes si lasciò andare a una risata un po’ nervosa. «Mi avevano avvertito della sua elaborata dialettica, Padre, e devo confessare che non la apprezzo per nulla. Preferisco la chiarezza ai giri di parole, anche quando sono sapienti.»
Chiaro era il disagio dei signori Barrows, che non comprendevano quasi nulla di quello scambio verbale. Avevano però riconosciuto il personaggio che avevano di fronte, famoso non solo in Gran Bretagna. Anche il loro parroco lo era, e per lo stesso motivo, perciò ritennero, con saggia umiltà, di lasciare i due da soli, accomiatandosi sbrigativamente.
Sherlock Holmes e Padre Brown si ritrovarono faccia a faccia sul sagrato deserto, nella rigida quiete della sera decembrina.
Come gli accadeva con quasi tutte le persone, il sacerdote, rotondetto e di bassa statura, sfigurava di fronte al suo interlocutore. Ma era solo apparenza, Holmes lo sapeva bene. Quell’anonimo parroco “papista” era uso riscattare ampiamente sul piano intellettuale il suo aspetto dimesso…
«Avrei fatto volentieri a meno di incontrarla» proseguì Holmes «ma a volte bisogna compiere passi che non ci entusiasmano.»
«Al contrario, io ho sempre desiderato conoscerla. Ma per discutere tra noi, in libertà, sulle questioni capitali dell’esistenza. Lei non risulta soffermarvisi mai, come se non esistessero. Ma, naturalmente, non può sfuggirgli…»
«Ecco, lo sapevo che ne avrebbe approfittato per provare a convertirmi… Facciamo un patto: io non me la prenderò se lei non intende rinunciare alle sue prerogative “missionarie” con me. Mi riservo solo di non assecondarle. Però lei deve consentirmi di andare subito al dunque del problema che mi induce a interpellarla. Perciò le chiedo di trasferirci nella sua abitazione: qui fuori, all’addiaccio, non è il posto adatto per parlare…»
Padre Brown abitava in una casetta modesta vicino alla Parrocchia. La Chiesa Cattolica in Inghilterra non aveva grandi mezzi, per cui non poteva contare sull’aiuto di una domestica dedicata, come i colleghi delle Nazioni a maggioranza “papista”.
Il Padre faceva di necessità virtù, senza dolersene troppo.
Holmes, abituato ai preziosi servigi della signora Hudson, che si prendeva cura dell’appartamento di Backer Street, condiviso da lui e il dottor Watson, non percepì alcun particolare disordine.
Ma non era questo che gli importava.
Sedettero al tavolino della scarna cucina, illuminata da un semplice lume ad olio. Padre Brown accese una piccola stufa a carbone, così l’ospite londinese, pur continuando a tenere addosso il cappotto “havelock”, poté togliersi almeno il “deerstalker” a quadretti, che posò sul ripiano.
Il Padre non si stupì troppo della vistosa calvizie di Holmes. Gli illustratori dei racconti del dottor Watson raffiguravano l’investigatore con la capigliatura intatta ma si trattava, evidentemente, di un’esigenza editoriale. Considerato che Holmes era salito alla ribalta delle cronache nel 1887, quando era vicino a trent’anni, adesso doveva aver ampiamente superato i cinquanta. Per la sua età, si manteneva ancora in forma, nonostante fosse abbastanza appesantito.
«Permette che fumi?»
Il Padre se l’aspettava. Il suo ospite non si faceva mancare nessun vizio. Qualcuno, anzi, era al confine del lecito… Acconsentì cortesemente, e constatò, di nuovo, che i disegni in voga, mettendo sempre in bocca a Holmes la pipa, erano infedeli: il suo ospite si accese un sigaro.
Le impressioni dell’investigatore su Padre Brown erano all’opposto. Trovava che il singolare prete dell’Essex, in carne ed ossa, corrispondesse all’immagine che ne dava il suo biografo, G. K. Chesterton.
In particolare, era in linea col personaggio la chierica che lasciò scoperta levandosi il cappello nero con la falda circolare. Lo sguardo del sacerdote, invece, era così timido e bonario che veniva spontaneo chiedersi come potesse possedere il profondo acume sfoggiato tutte le volte che si era cimentato in veste di detective.
«Lei ha buone amicizie nella città di Bergamo, in Italia, vero?» esordì Holmes.
Padre Brown immaginò che l’investigatore avesse saputo che quando l’anno prima era stato chiamato a Bergamo, per risolvere il “caso dell’indemoniata”, lui era ospite di un convento nella città lombarda.
Che Holmes fosse venuto fin lì per una “resa dei conti” tra di loro su quell’inchiesta? No, impossibile: il ruolo svolto da lui e Flambeau nella circostanza era rimasto segreto.
«Amicizie forse è un po’ eccessivo. Parlerei di conoscenze: dopotutto sono stato là solo una volta… Devo dire che mi sono trovato bene…»
«Non ne dubito: quella terra abbonda di fratelli nel suo stesso credo!»
«Se per questo, mio caro, in qualsiasi parte del mondo si trova abbondanza di fratelli. In umanità, se non altro, ed è più che sufficiente…»
Il sorriso di Padre Brown era disarmante. Quello di Holmes nascondeva una punta di fastidio:«Devo ricordarmi di non scendere nel suo terreno preferito! Se le si offre il destro di predicare, lei è in grado di imbrigliare chiunque!»
Non aveva l’aria di un complimento, ma il Padre lo accolse come tale.
«Ho portato con me» aggiunse Holmes, mettendo la mano in una delle ampie tasche dell”havelock” «qualche ritaglio di giornale. Si tratta di quotidiani italiani. So che non conosce quella lingua, ma non si preoccupi: sono in grado di tradurre io per lei.»
«Ha ragione: mastico solo, per ragioni di ministero, il latino. Per fortuna ho come migliore amico un poliglotta…»
«Flambeau, già…» L’espressione di Holmes tradiva la sua scarsa simpatia per l’ex ladro fedele compagno d’avventure di Padre Brown. Come dargli torto? Era giustificato che un investigatore diffidasse di un ex criminale.
Il Padre, tuttavia, per nessuna ragione avrebbe fatto cambio tra Flambeau e il dottor Watson. Una pecorella smarrita ritornata all’ovile era più solerte nel ben operare di quante non l’avevano mai lasciato. Eppoi affrontando vicende delittuose valersi dell’esperienza di qualcuno che aveva praticato il delitto diventava un vantaggio.
Holmes aveva in mano una busta. La aprì, estraendone alcuni fogli ben ripiegati. Li stese sul tavolo, avendo cura che il verso di lettura fosse dalla parte di Padre Brown.
Erano pagine de L’Eco di Bergamo, Il Corriere della Sera e Il Secolo. Holmes indicò col dito alcuni titoli sottolineati.
L’Eco: “Altra misteriosa morte nelle campagne, nei pressi di Grassobbio. La vittima inspiegabilmente dissanguata”.
Il Corriere:” Terzo truce delitto nel bergamasco: ancora una volta trovata esangue la vittima. Allarme tra la popolazione”
Il Secolo: “Un crudele omicida si aggira nei dintorni di Bergamo: le vittime private del più importante tessuto vitale”
Padre Brown non ebbe bisogno di traduzione. E l’interlocutore londinese, osservando le sopracciglia del prete aggrottarsi in un’espressione seria, non ebbe bisogno d’altro per capire che aveva, d’istinto, fatto il suo stesso collegamento.
«Ahah» punzecchiò Holmes «Lei legge libri messi all’Indice dal Sant’Uffizio!»
Se c’era una dote di cui Padre Brown non mancava, era la risposta pronta: «Quel Catalogo di discutibili opere letterarie è rivolto soprattutto ai fedeli. Un sacerdote può, e deve anzi, accostarvisi allo stesso modo con cui è chiamato a frequentare, al fine di redimerli, i peccatori. Non si legge per approvare, ma per conoscere. Non lo sa che il Demonio pascola nell’ignoranza?»
«Va bene va bene, mi ha convinto!» Holmes, con gesto beffardo, aveva alzato le braccia in segno di resa. «Comunque» aggiunse «la sua intuizione è giusta: gli articoli di cronaca nera che ha sotto gli occhi mostrano inquietanti assonanze col romanzo del nostro connazionale Bram Stoker.»
«Per la verità il primo a trasporre letterariamente questo genere di vicende è stato un altro compatriota: John Polidori, il medico personale di Lord Byron.»
«Preparato, eh?» Altra smorfia ironica da parte di Holmes «Credo tuttavia non ci siano dubbi che, per quanto riguarda la leggenda del vampirismo, la storia del Conte Dracula abbia molto più da insegnare di quella di Lord Ruthven.» aggiunse.
«Uhmm… Un uomo curioso come lei potrebbe anche leggere regolarmente la stampa italiana, ma mi sembra più probabile che qualcuno l’abbia indirizzata verso gli articoli che ha portato qui. Un cliente, magari…»
«Non si vanti troppo di questa deduzione, Padre. Era fin troppo facile. Comunque sì: mi onoro di aver accettato un incarico di estremo riguardo.»

Rino Casazza

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Chi è Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si é trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora a Milano. E’ da sempre un appassionato (come lettore, prima che come autore) della letteratura "di genere" in tutte le sue sfaccettature: giallo-noir, horror, fantascienza ecc. ecc. Altra sua grande passione sono il cinema, come testimonial la tesi di laurea sulla censura cinematografica, e il teatro, frequentato non solo come spettatore ma anche, in gioventù, come praticante dilettante. Il suo primo testo "letterario" è infatti la trasposizione teatrale della novella di Buzzati "Iago", di cui nel 1985 ha osato una regia. Ha pubblicato diversi thriller, tra cui "La logica del Burattinaio", scritto con Daniele Cambiaso ed edito da Algama, ispirato al serial killer bambino William Vizzardelli. Specializzato sui romanzi apocrifi sugli investigatori più noti di sempre, il suo ultimo giallo è "Sherlock Holmes, Padre Brown e l'ombra di Dracula"

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