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Massimo Bossetti e quel dna che crea un precedente

Ecco cosa scriveva già tre anni fa su Fronte del Blog il noto penalista Fabio Schembri a proposito del dna di Ignoto1 sui vestiti di Yara. Lo riproponiamo in forma integrale perché pare attualissimo e pone un problema serio in materia di diritto.

di Fabio Schembri

da Fronte del Blog del 23 giugno 2014

L’unico elemento che allo stato, lega Bossetti all’omicidio di Yara, è una minuscola traccia di dna.  Un unico indizio, dunque, ma estremamente importante. Gli inquirenti hanno impiegato uomini e mezzi facendo ricorso alla scienza per poter assicurare il colpevole alla giustizia. Il risultato sembra brillante.

IL DUBBIO- Ritengo tuttavia, che non sia sufficiente perché si possa arrivare ad una sentenza di condanna. In effetti,  dalle notizie fornite dai media nei giorni scorsi, è emerso che l’esame del dna non può essere ripetuto, poiché, la traccia di dna rinvenuta sugli indumenti della povera Yara sarebbe stata esaminata più volte e dunque non sarebbe rimasto un campione a disposizione delle parti processuali. La notizia è stata, nei giorni scorsi, diffusa da tutti i media e risulta essere di particolare importanza per la risoluzione di questa complessa vicenda. Quest’oggi, vi è stato qualche quotidiano che ha rilanciato la possibilità della ripetizione dell’esame del dna. Mi auguro che sia così. In caso contrario, si potrebbe solo constatare che il risultato al quale sono giunti gli inquirenti, non potrà essere verificato dalla difesa di Bossetti e, in caso di dibattimento, valutato da un Giudice terzo.

DNA POTREBBE NON ESSERE UNA PROVA-  Ma se il tam tam mediatico dei giorni scorsi, che ha reiteratamente sposato la tesi dell’impossibilità di una ripetizione dell’esame del dna, dovesse essere confermato, si aprirebbe uno scenario completamente diverso rispetto a quanto auspicano gli inquirenti (in assenza di altri indizi che. peraltro. gli inquirenti stanno tentando in tutti i modi di reperire). Infatti, nell’ impossibilità di ripetere l’esame del dna, si dovrebbe prendere atto della scelta operata dagli inquirenti, i quali non avrebbero conservato neanche un piccolo campione per consentire una compiuta verifica, e dunque quell’unico grande indizio che lega Bossetti al delitto, diventerebbe improvvisamente fragile e non verificabile. Se l’esame del dna non si potrà ripetere, il dato acquisito dai consulenti del pubblico ministero  non avrà certo il requisito della prova che deve formarsi in dibattimento nel contraddittorio delle parti.

NON SI PUÒ CHIEDERE UN ATTO DI  FIDUCIA ALL’INDAGATO – Del resto, non si può certo pretendere da parte dell’indagato e della sua difesa un “atto di fede” su un accertamento compiuto unilateralmente dai consulenti della pubblica accusa, in totale assenza di contraddittorio. Certo l’opinione pubblica potrà dire:  “ma quello è il dna dell’assassino, cosa ci fa sul corpo della povera Yara?” Il quesito, così formulato, non è dirimente per la verifica e la valutazione processuale.In ogni caso, alla domanda possono essere fornite plurime risposte.

DNA DA INQUINAMENTO- Pur non conoscendo gli atti, si potrebbe ipotizzare che il dna di Bossetti sia lì perché egli è l’assassino, ma si potrà anche ipotizzare che il dna si trovi sui leggins di Yara a seguito di un inquinamento involontario, o ancora perché, molto più semplicemente, il corpo di Yara è entrato in contatto con il dna di Bossetti. I motivi del contatto potrebbero essere molteplici e possedere anche il requisito della logicità. Fosse logico anche solo un motivo, allora quell’indizio sarebbe meno granitico di come oggi appare e probabilmente, non sarebbe sufficiente per superare la soglia dell’oltre ogni ragionevole dubbio che il legislatore ha posto per evitare condanne di possibili innocenti.

E SE FOSSE UN FALSO POSITIVO?- Ed ancora, il risultato dell’esame del dna di Bossetti, rinvenuto sugli indumenti di Yara, potrebbe essere un falso positivo. Potrebbe significare tante cose quel dna. Volgo alla fine delle mie considerazioni, e per un attimo ritorno al principio: se l’esame del dna non potrà essere ripetuto, allora il risultato raggiunto dai consulenti della pubblica accusa non potrà essere definito certo, né potrà essere verificato.

Ma ciò che più conta, è che i Giudici avrebbero a disposizione solo un dato parziale, formato dai consulenti dell’accusa in assenza di contraddittorio con la difesa, e dunque, anche i giudici sarebbero privati di una compiuta valutazione del dato scientifico perché, in assenza della possibilità di verifica dovrebbero compiere, così come l’indagato un “atto di fede” in ordine alla bontà , ed alla veridicità del risultato raggiunto dai consulenti del pubblico ministero.

L’ERRORE SU FIKRI- Proprio in questo caso, era già stato compiuto un errore che aveva portato gli inquirenti ad iscrivere inizialmente sul registro degli indagati il sig.  Mohamed Fikri . Infatti, Fikri venne indagato a seguito di una telefonata effettuata nella sua lingua che era stata interpretata in modo errato dall’interprete nominato dal pubblico ministero. Solo a seguito di una successiva verifica si è scoperto l’errore di traduzione compiuto dall’interprete. Fortunatamente, la bobina della telefonata era stata conservata, e ciò, ha consentito di ripetere l’accertamento che com’è noto, ha scagionato definitivamente Fikri.

E SE FOSSE STATA PERSA LA BOBINA DI FIKRI?- Fosse andata persa la bobina, quel dato errato, avrebbe potuto inchiodare l’innocente Fikri?  In assenza di una verifica, ritengo di no. La possibilità di una compiuta verifica, infatti, consente di fugare ogni dubbio su quel margine di errore che può sempre contraddistinguere le attività umane. Ecco perché, nel caso in cui non si potesse ripetere l’esame del dna, l’unico indizio che allo stato lega Bossetti al delitto sarebbe molto labile.

L’UNICA CERTEZZA – La scelta degli inquirenti di effettuare ripetuti esami del dna e di non lasciare un campione perché possa essere verificato il risultato, certamente è l’unica “colpa” che non può essere attribuita all’indagato. Questa allo stato, è l’unica certezza che mi sento di sottoscrivere.

 Fabio Schembri

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