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La legge di Maldonado – Parte prima

 

1) Lettere e letterati

“«Non cerco la verità. Fiuto la menzogna.» precisò Ángel Maldonado”
(MIRCO MALSERA, Per nostra grandissima colpa)

I
«Ho dato uno sguardo veloce: niente libri del morto sugli scaffali» disse l’Ispettore Persio Pasotti.

Il Vice Commissario Salvatore Angelillo distolse lo sguardo dal corpo riverso sulla scrivania per scoccargli un’occhiata di scherno «Pasò! T’è venuta la fregola del bibliotecario?»

Gli agenti della scientifica fissavano l’ispettore tra il meravigliato e il commiserante. Dubbioso ma interessato il Sostituto Procuratore.

Seccatissimo, invece, il medico legale: «Per favore! Sono le quattro di notte e fa un caldo boia. Prima ci lasciate finire meglio è.»

Non era solo l’afa, a rendere tutti nervosi.
Quello era l’ultimo fine settimana, caotico, di libera visita alle ”Floating Pears” le piattaforme mobili approntate sul lato nordest di Montisola per collegarla alla terraferma e all’isolotto di San Carlo.

«Perdonate lu guaglione.» intervenne Angelillo. Il Vice Commissario, di origini napoletane, preferiva quel termine a “giovanotto”. «È un po’ indisciplinato…»

Il dottor Zambon storse il naso.
Non era la prima volta che lavorava con i due, e non era entusiasta del loro modo di fare scanzonato e informale, spesso volutamente maldestro, come se non stessero investigando ma si trovassero lì per caso.
Cercavano, in questo modo, di stemperare l’antipatia connaturata al ruolo. Un vezzo che li rendeva più digeribili a testimoni e sospetti, ma i colleghi, e i superiori, lo mal sopportavano.
Comunque, i due a cambiar stile non pensavano lontanamente.
Erano poliziotti di razza, e si integravano così bene, anche per la differenza d’età, marcata ma non troppo (quarantenne il Vice Commissario, trentaduenne l’Ispettore) che li mandavano ad indagare in coppia.
Essere l’uno campano e colto, e l’altro bergamasco e rude non nuoceva alla loro felice chimica.

La tragica morte di Mirco Malsera, celebrità abitante a Monte Isola, avrebbe fatto gola alla crema della Questura bresciana, ed era toccata a loro solo perché, col pretesto che erano gli unici scapoli della Sezione Omicidi, li avevano messi in turno in quella domenica di inizio luglio.

In verità, l’ispettore Silverio Scalvini del Reparto di Polizia di Iseo, sfigato stakanovista festivo al loro pari, non avrebbe dovuto chiamarli con quella premura.
Se non fosse per il dattiloscritto rinvenuto accanto al cadavere, sfigurato da una revolverata alla testa.

Il qui presente scrittorello, che m’appresto ad ammazzare, è un fottuto truffatore. Definirlo scrittorello è persino troppo. Questo bastardo è un prestanome. Avete capito bene: non uno dei suoi thriller stravenduti è farina del suo sacco. Lui si limita a mettere la firma sugli scritti di un altro. L’altro è una vittima. Lo scrittorello lo ricatta. Che immondo parassita, eh? La sua colpa più grande non è di appropriarsi di meriti che non gli spettano, ma di non preoccuparsi dello scarso valore letterario dei romanzi che il forzato “gost writer” gli sforna. No, non ho pensato neppure per un momento di denunciarlo: il motivo del ricatto è così compromettente che la vittima negherebbe fino all’ultimo. Per certa gente la giustizia è inutile, ci vuole un giustiziere. Vi assicuro che nessuno più di me ha titolo per diventare il suo. Non sapete che senso di liberazione ne provo.

Pasotti si avvicinò a Zambon sussurrandogli, in modo che potesse udire solo Angelillo: «Intendevo che se nello studio suoi libri non ce ne sono, davvero non gli piacevano, come sta scritto nella lettera»

«Bella pensata!» commentò Angelillo.

«Ha ragione» considerò Zambon «ma come movente per togliersi la vita è del tutto improbabile. Anche perché, gli piacessero o meno, quei romanzi l’avevano reso ricco e famoso.»

Angelillo conveniva.
Eppure, secondo esperienza nella scena del suicidio tutto quadrava: la postura del corpo, la ferita mortale, la posizione della pistola.
L’unico dettaglio dubbio era il silenziatore innestato sul revolver. A che pro non far sentire la detonazione?
Tra l’altro quell’accorgimento aveva fatto sì che il gesto fosse scoperto con qualche ora di ritardo, verso le due di notte, quando la governante di casa, svegliatasi nel sonno, aveva notato la luce accesa nello studio.

II
«Allora, dottore: com’è morto?»

«All’istante. Il colpo di pistola gli ha distrutto il cervello. Ci sono tracce di polvere da sparo sulla mano destra, e impronte sul calcio dell’arma, che i colleghi della scientifica, a un primo esame, dicono coincidere con quelle della vittima.»

«Uhm… Il poveraccio era in sé quando è partito il colpo?»

Ferrari oppose ad Angelillo il suo faccione insofferente. «Non faccio l’indovino. Sarò più preciso dopo l’autopsia.»

Il fastidio del medico era più che comprensibile. Rispondere alla domanda era un terno al lotto. Bisognava trovare tracce di sonnifero o roba simile nel corpo della vittima.
Tutti i suicidi soggiacevano a quell’alea: poteva trattarsi di omicidi mascherati manipolando il corpo incosciente del preteso suicida.
Per sciogliere il dubbio si doveva indagare sul contesto: il solito sgradevole lavacro di panni sporchi altrui.
Angelillo sospettava che il dottor Zambon se ne fosse andato, delegandoli al prosieguo dell’indagine, perché aveva sentito puzza di rogne.

III
«Abbia pazienza, signora: solo qualche domanda»

Di fronte ad Angelillo la governante di casa Malsera, una donna di sessant’anni con addosso una vestaglia fuori moda, appariva ancor più spaurita di quanto già non fosse per la perdita del padrone.

«Comissà, tu sei troppo materiale con le “s-cète”, lascia fare a me!» intervenne Pasotti, che per beffarda galanteria dava a tutte le donne, specie se attempate, delle ragazze, ovvero “s-cète” in bergamasco, il suo dialetto natale. «Vorremmo» aggiunse amichevole «che ci raccontasse capitato ieri sera prima che andasse a dormire. Quel ch’è successo stanotte lo sappiamo già»
Una menzogna tattica: mai ammettere di brancolare nel buio.

La donna doveva aver già raccontato a Scalvini la stessa storia, ma la ripeté paziente.
«Be’, ho preparato una cena leggera, poi il povero signor Mirco si è ritirato in studio.»

«A che ora?»

«Saranno state pressappoco le 10»

«Le è parso strano il suo padrone?» s’intromise Angelillo.

«No assolutamente! Ancora non mi so spiegare. Mi aveva detto che doveva sentirsi per telefono col signor Soria»

«Xavier Soria?» fece Pasotti «Il Premio Nobel?»

IV
«Però, che concentrazione di “scrittoroni” su quest’isoletta!» disse Pasotti, accomodato su una poltrona nello studio di Soria. La battuta era parsa forzata persino ad Angelillo, che pure stravedeva per l’umorismo di Pasotti.

Il grande romanziere argentino, un sessantenne di due metri per non meno di un quintale e mezzo, la ignorò.
«La gente di gusto va nei posti belli, in todo il mundo. E il lago d’Iseo è bellissimo. Il pobro Malsera era residente, io ci vengo in vacanza»

«Almeno tre mesi all’anno da dieci anni…»

«Cierto. Mi hanno fatto anche cittadino onorario. Quest’anno non potevo proprio mancare, con le instalaciones de Christo Iavachev…»

«Quando vi siete conosciuti con Malsera?»

«Lo sanno tutti, ormai. E’ uno degli episodi mas popolari delle nostre biografie»

«Perdoni l’ignoranza. Lo racconti anche a me»

«Be’, ho notato Malsera in una taberna, poco tiempo dopo che avevo comprato questa casa. Mi ha intrigado che tutti tranne me sapessero chi fosse. Anche lui non aveva idea di chi fossi io, forse per questo abbiamo familiarizado subito. Ben presto mi ha confiado che sveva scritto un romanzo giallo. Me lo ha fatto leggere e ne sono rimasto encantado. Mi sono offerto di presentarlo ad un editore italiano, ed è nato il triunfo de La larga visiòn del ciego.»

«Che bella storia!» esclamò Pasotti «Guarda caso protagonista del libro è un investigatore argentino non vedente…»

«Sì: coincidenza increìble, quasi fatale direi»

«Tutti i romanzi di Malsera sono ambientati in una Buenos Aires del secondo dopoguerra ricostruita con grande realismo» aggiunse Angelillo.

«Vero. Ho più volte scritto che Malsera sa encarnare lo spirito argentino. E il suo investigador sarebbe piaciuto a Borges»

V
L’ispettore Scalvini era sorpreso che Angelillo si fosse presentato da solo al Reparto di Polizia di Iseo per la riunione di coordinamento.

Il Vice Commissario c’era abituato: tutti consideravano inseparabili lui e Pasotti. «Il collega è rimasto sull’isola per un sopralluogo sulla strada tra Carzano e Peschiera Maraglio.»

«Se dubitate dell’argentino, perché non gli avete fatto ricercare addosso residui di sparo?»

Angelillo pensò che Scalvini era perspicace, per appartenere alla razza dei bresciani lacustri. «E bravo! Il premio Nobel si diletta di tirassegno con la pistola. Ieri pomeriggio è andato al suo poligono naturale dietro la villa per tenersi in allenamento. Che si sa dal medico legale?»

«Si sbilancia solo sull’ora della morte: tra le 23.30 e le 24 del 15. Per il referto autoptico ufficiale ci vuole tempo. Ma in via riservata mi ha detto che per lui è “strasuicidio”.»

«Ahah. Parli per sé, il dottore…A me la scientifica non ha potuto escludere che la vittima abbia agito sotto costrizione dell’assassino. Malsera, come la maggioranza di noi, non era un eroe, e se minacciato da una pistola, avrebbe potuto accondiscendere a qualsiasi richiesta dell’assassino, funzionale alla messinscena del suicidio. Ma lasciamo stare. Mi dica qualche buona malignità sui rapporti tra Soria e Malsera»

VI
«Allora?»

«La rivierasca tra le due ville è in buono stato.» rispose Pasotti «Ci si mette si e no cinque minuti in auto, in bici un quarto d’ora, di buon passo mezzora. Di notte non passa nessuno e l’illuminazione è poca. Uno potrebbe andare dall’una all’altra anche per acqua, in gommone. È vero che in questo periodo, con le “Floating Pears”, a Montisola c’è un gran casino, ma non di notte in quel tratto lì: essendo annullate le visite dopo le 23, i traghetti tra Carzano e Iseo sono sospesi.»

«La telefonata tra i due?»

«Tim conferma. Durata dalle 22.00 alle 22.45 circa. Ne risultano molte altre in precedenza: linea calda»

«Questo è un caso di “omisuicidio”!» si sfogò Angelillo.

Pasotti rimase perplesso, poi alzò il pollice della mano destra in segno d’approvazione.

VII
Il Questore aveva un diavolo per capello. Le indiscrezioni uscite sulla stampa riguardo al coinvolgimento del premio nobel argentino Xavier Soria nelle indagini per la morte di Mirco Malsera lo avevano costretto a interrompere la vacanza in barca a vela.
Nonostante ciò, Angelillo sedeva serafico di fronte a lui.

«L’inchiesta è durata due giorni di troppo. Avrebbe dovuto chiedere di archiviarla come suicidio già l’indomani.»

«Con quella lettera, dottor Plevani?»

«Cazzate di letterato, pace all’anima sua!»

«Stia a sentire. Fino a dieci anni fa Malsera era un personaggio televisivo di successo. Poi, di colpo, il crollo. Nemmeno per sbaglio lo chiamavano più in un programma. E come risorge dalla cenere? Inventandosi niente di meno che giallista»

«Embé? Giallista, mica progettista aerospaziale»

«Si vede che lei è uomo d’azione, digiuno di letteratura! Malsera ha dato un contributo originale al genere. Tutti si sono domandati dove l’avesse nascosto fino ad allora, quel talento.»

«Vada avanti»

«Il protagonista dei romanzi di Malsera, lo scienziato-detective Ángel Maldonado, è famoso per il principio d’insolubilità

«Sarebbe a dire?»

«Un caso poliziesco non ha MAI soluzione. Lo impedisce una forza bruta naturale, totalmente incontrollabile, che Maldonado definisce degrado della verità, di cui le manovre ingannevoli del colpevole sono una minima parte, nemmeno la principale. In pratica, dal momento zero del crimine la possibilità di ricostruirne la dinamica si degrada progressivamente e irreversibilmente. Maldonado è un fisico teorico che ha perduto la vista in un incidente di laboratorio. A indurlo a dedicarsi all’investigazione è l’omicidio, rimasto irrisolto, di sua moglie e suo figlio durante una rapina in casa. Secondo lui basta qualche minuto perché il degrado della verità confonda inestricabilmente le tracce. Di fatto, solo la flagranza consente di risolvere un caso.»

«Bella roba. E noi povere forze dell’ordine cosa ci staremmo a fare?»

«L’investigatore può proporre una soluzione secondo la sua sensibilità. Se i fatti non possono essere dedotti, bisogna sentirli, percepirli.»

«Cavolata.»

«Sì? Mi dica: nella nostra storia giudiziaria, quanti processi si sono conclusi con una soluzione chiara e incontestabile?»

«Che c’entra? Eppoi noi non dobbiamo fare letteratura. Poliziotti, siamo.»

«Allora esaminiamola da poliziotti, quella lettera»

«L’addio di un suicida fuori di testa»

«Perché, se voleva suicidarsi, avrebbe dovuto far scambiare la propria morte per omicidio?»

«Giusto. Ma perché se è stato ucciso, l’omicida dovrebbe essere proprio Soria?»

Angelillo di rifugiò in una pausa di apparente frustrazione. Poi: «La storia dell’amicizia tra i due è illuminante»

«Sentiamo. Conoscendola, l’avrà passata al setaccio»

«Malsera e Soria non hanno nulla in comune. Il primo era una ex star televisiva tutta immagine e niente cultura che scopre la vocazione di giallista, il secondo è un anonimo professore di liceo che si mette a scrivere romanzi rivoluzionari, che rinnovano attraverso una lingua unica, ricca d’inventiva, la struttura stessa delle storie e il rapporto col lettore. Si sarebbero dovuti scansare al primo contatto come cariche elettriche opposte. Tra l’altro Soria ha sempre dichiarato il suo disprezzo per la narrativa poliziesca, e certamente lo stile elementare del fortunato ciclo di Maldonado fa a pugni con la sua prosa raffinata.»

«Soria è consulente di moltissime case editrici e sa distinguere ciò che piace a lui da ciò che può avere successo. Quanto al feeling tra Malsera e Soria, non è la prima volta che persone diverse legano.»

«Dubbi sulla paternità dei romanzi di Maldonado sono circolati subito. Prima de La lungimiranza del cieco Malsera non aveva mai messo piede in Argentina»

«E allora?»

«Qualche commentatore ha insinuato che parecchi dettagli della Buenos Aires descritta nel ciclo di Maldonado può conoscerli solo chi ci ha vissuto negli anni 80.»

«Senta, non so cosa dire. Di certo non basta a dire che i romanzi glieli scriveva Soria… Tra l’altro dei presunti testi originali non si sono trovate tracce, né cartacee né informatiche.»

«E con ciò? C’era un reciproco interesse a farle sparire. Bastava il testo edito…Ha mai seguito le performance di Malsera sul piccolo schermo? Era il re del trash, famoso per i suoi sfondoni, divertenti per il pubblico. Lui e la cultura erano cane e gatto.»

«Corredo studiato del personaggio: trasmissione trash presentatore trash. Eppure l’ho sentita un sacco di volte dire che la TV è falsa, Angelillo…Ma mi tolga una curiosità: che ne pensa dei libri della buonanima?»

«Spazzatura.»

«Se ha appena lodato il principio d’insolubilità!»

«Non è un parere sull’originalità poliziesca, ma sulla qualità della scrittura. Il biglietto d’ addio ci azzecca, bollandola come scadente.»

«Anche nel considerare la cattiva letteratura peggiore del ricatto?»

Angelillo sorrise.

VIII
«Allora, Pasò? »

L’ ispettore inquadrò Angelillo con sguardo irridente. «Ti vedo un filo sbattutto, commissà»

«Va a qual paese» Il Vice Commissario trovava che Pasotti fosse tornato dall’Argentina con un surplus di paraculaggine e sperava dipendesse dal buon esito della trasferta. Non vedeva l’ora di scoprirlo.

«La polizia locale è stata freddissima. Le cose più interessanti le ho scoperte indagando per conto mio»

«Avrai rischiato di finire desaparecido…» lo sfotté Angelillo, che ne conosceva l’abilità di segugio.

«Nel quartiere si ricordano ancora tutti della scomparsa di sua moglie a distanza di dieci anni»
«Lo stesso anno che ha comprato casa a Montisola.»

Pasotti annuì. «Ha sempre detto, citazione testuale :“ho bisogno di mettere un oceano, un mare e un lago tra me e Buenos Aires”»

«Che ne pensa la gente?»

«Soria è una gloria nazionale, e sono tutti allineati alla conclusione dell’inchiesta»

«Però.»

«Però sotto si percepiscono dubbi»

«Più di quelli avanzati all’ epoca?»

«La sensazione è che i suoi connazionali “giustifichino” Soria più che ritenerlo innocente»

«La signora Soria era quella specie di megera di cui si favoleggiava?»

«Donna forte e decisa, col pallino degli affari, di dieci anni più anziana. Da sempre agente letterario del marito. Circola voce che continuasse a incassare percentuali esose sulle vendite dei suoi libri in base a un mai ufficialmente confermato contratto di esclusiva, sottoscritto da Soria quand’era uno scrittore alle prime armi»

«L’alibi del nostro ai tempi?»

«La signora Soria si è volatilizzata mentre si trovava nella villa di campagna dei coniugi, dove, visti i pessimi rapporti col marito, si recava spesso da sola. Nessun testimone ha mai confermato che Soria vi si trovasse al momento della scomparsa, ma il posto è piuttosto fuori mano, e nemmeno Soria è mai riuscito a dimostrare il contrario»

«Insomma il nostro premio Nobel non era messo benissimo. Tracce della moglie?»

«Macché. Perse del tutto, sino ad oggi. All’inizio era questa l”ancora di salvataggio di Soria. Finché è arrivata la lettera.»

«Un’altra lettera… »

(Continua)

Rino Casazza

TUTTI I THRILLER DI RINO CASAZZA:

 

Chi è Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si é trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora a Milano. E’ da sempre un appassionato (come lettore, prima che come autore) della letteratura "di genere" in tutte le sue sfaccettature: giallo-noir, horror, fantascienza ecc. ecc. Altra sua grande passione sono il cinema, come testimonial la tesi di laurea sulla censura cinematografica, e il teatro, frequentato non solo come spettatore ma anche, in gioventù, come praticante dilettante. Il suo primo testo "letterario" è infatti la trasposizione teatrale della novella di Buzzati "Iago", di cui nel 1985 ha osato una regia. Oltre a numerosi romanzi brevi (tra cui quelli che hanno come protagonista il prete detective Don Patrizio Bruni) e racconti su pubblicazioni, riviste e collane varie, ha pubblicato cinque romanzi, tra cui, lo scorso giugno, il giallo Bergamo sottosopra, 0111 Edizioni. E a luglio il thriller, scritto con Daniele Cambiaso "La logica del Burattinaio", edito da Algama e ispirato al serial killer bambino William Vizzardelli

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