Home / Delitti / Sarah Scazzi, ad Avetrana è calato il sipario sul più strano dei gialli italiani

Sarah Scazzi, ad Avetrana è calato il sipario sul più strano dei gialli italiani

Zio Michele ha confessato e fatto ritrovare il cadavere. Ma non gli credono. Finiscono definitivamente all’ergastolo la cugina e la zia, con un movente abnorme per un omicidio. E ora?

Dicono che ad Avetrana non ci sia nemmeno una targa per Sarah. E che terminato il Far West di telecamere che trasformarono un paesino della Puglia in un reality della morte, oggi tutti vogliano dimenticare. La Cassazione ha d’altra parte appena messo il sigillo sul caso, rendendo definitivo l’ergastolo per Cosima Serrano e per sua figlia Sabrina Misseri. Otto anni per zio Michele, che ora potrà piangere in prigione. Quattro anni e undici mesi, pena ridotta, per suo fratello Carmine. È finita dunque come la totalità dei casi mediatici da mezzo secolo a questa parte: con la condanna degli imputati. Succede sempre, senza eccezioni: Lorenzo Bozano e Massimo Carlotto, il giallo di Parma, Cogne e la strage di Erba, il mostro di Balsorano e il delitto di Garlasco, il mostro di Firenze, Gigliola Guerinoni e la Circe della Versilia. Pure a Perugia, Raffaele Sollecito e Amanda Knox sono stati infine assolti, ma un colpevole, in fondo, c’era già: Rudy Guede. E al giovane pugliese è rimasta l’amarezza di quattro anni in galera senza un minimo risarcimento: per i giudici in cella ci finì anche per colpa sua.

Eppure, anche il giallo di Avetrana, come tutti i processi mediatici, quasi sempre indiziari, si porta dietro le sue ombre. Quelle che fanno dire all’avvocato di Cosima, Roberto Borgogno: «Sono due sventurate, combatteremo fino alla fine perché è una battaglia per la giustizia: è un enorme errore giudiziario. Rimaniamo convinti che c’è un colpevole, Michele Misseri, e due innocenti che stanno scontando la pena al suo posto». E va oltre, annunciando un ricorso alla Corte europea per i diritti dell’Uomo: «Riteniamo che ci siano state delle violazioni di principi fondamentali, in particolare il principio del contraddittorio e la possibilità per la difesa di esaminare i testimoni che sono stati fondamentali per l’accusa».

La storia

Per capire questa storia bisogna tornare indietro di quasi sette anni, al primo torrido pomeriggio di un giorno d’estate, 26 agosto 2010. Sarah Scazzi, quindici anni, svanisce nel nulla nel budello di strada che la separa dalla casa della cugina Sabrina. Dovevano andare al mare insieme ad un’amica. Dov’è andata Sarah? La domanda finisce sui giornali, in tv, negli appelli accompagnati ad innumerevoli filmati della ragazza, girati col telefonino a feste e in famiglia. Le ipotesi si moltiplicano: si alimentano le fantasie di improbabili fughe d’amore, come già era accaduto in passato quando a sparire nel nulla fu la famiglia Carretta, in realtà sterminata dal figlio Ferdinando. Si ricordano le tante scomparse di minori diventate coldcase, da Angela Celentano fino a Denise Pipitone. L’indagine pare incagliarsi. Poi, all’improvviso, arriva la svolta. La risposta al rebus la fornisce zio Michele, di mestiere contadino, che in lacrime racconta ai cronisti di aver trovato il cellulare di Sarah nel suo campo: «Ieri io e un mio amico abbiamo pulito gli alberi di ulivo e, quando sono andato via, mi sono accorto di aver dimenticato un cacciavite. Stamattina sono andato a recuperare l’arnese e, appena sono sceso dalla vettura, ho visto una cosa bruciacchiata e ho avvertito un colpo al cuore. L’ho preso in mano e ho telefonato a mia figlia». Si sente osservato e giura che è stato un caso, un’incredibile coincidenza.

Sette versioni

La prima a credergli è la mamma di Sarah, Concetta Serrano: «Se dovessi escludere una persona io escluderei proprio mio cognato, lui non c’entra niente». Ed è così sicura della sua innocenza che la sera in cui Michele viene messo sotto torchio, si trova a casa del cognato con Cosima e Sabrina, in collegamento con Chi l’ha visto? Sarà proprio lì che apprenderà che tutte le sue convinzioni sono sbagliate: tra una lacrima e l’altra Michele ha confessato. E sta portando gli inquirenti ad un pozzo, là dove ha scaraventato giù il corpo della nipote. «Un raptus» giura ancora. Poi, ad imperitura memoria, i quotidiani del giorno dopo indugiano sui dettagli del contadino: «L’ho strangolata con una cordicella mentre era di spalle e ho abusato di lei dopo che era già morta». Mostro in prima pagina e caso chiuso. Almeno pare. In effetti c’è tutto: confessione, riscontro, vittima fatta ritrovare, movente. Ma presto le versioni di Michele sull’accaduto aumentano. Diventano due, tre, cinque. Si assestano a sette. Nell’ultima Michele coinvolge nel delitto la moglie Cosima e la figlia Sabrina. Per sé tiene la parte inerente la soppressione del cadavere. E il suo ritratto cambia: diventa quello di un gran lavoratore in balìa delle donne di casa, che dormiva su una sdraio e mangiava gli avanzi. Col cambio di scenario non tutto è però più così lineare. L’indagine si allarga a macchia d’olio. Cinque anni più tardi ci sono dodici testimoni indagati. Nell’inchiesta finisce anche un fioraio che prima disse di aver visto Cosima trascinare Sarah su un’auto, poi sostenne di aver sognato. Il movente stupisce: gelosia. Racconterà in aula Mariangela Spagnoletti, che il 26 agosto sarebbe dovuta andare al mare con Sabrina e Sarah: «A Sabrina piaceva Ivano. Me lo diceva lei che parlava sempre di Ivano, gli interessava come ragazzo, voleva avere con lui una storia. Sabrina glielo ha detto e glielo ha fatto anche capire. Per lei era una cosa forte». Ricorderà anche una lite tra Sabrina e Ivano la sera prima dell’omicidio: «Andammo al pub e Sabrina disse, riferendosi a Sarah, “si vende, si vende”. C’era anche Sarah, non rispose, non so se si mise a piangere o meno, non la vidi in volto. Poi in auto Sabrina mi disse che Ivano considerava più Sarah di lei». E ancora, rammenterà che quando arrivò a casa Misseri: «Sabrina era già in strada. Era agitata, ha fatto una prima telefonata fuori dall’auto, la seconda in auto e poi ha detto “l’hanno presa, l’hanno presa”».

Zio Michele

Nel frattempo zio Michele è tornato a piangere. E a giurare che l’assassino è solo lui: «Sì, pensano che io sia una vittima, ma non è così. Non ho solo il senso di colpa per quello che ho fatto a Sarah, Sabrina e Cosima, ma la rabbia che non mi crede nessuno. Se fosse stata mia figlia io non l’avrei abbandonata, l’avrei aiutata, ma non mi sarei mai caricato la colpa. Ogni volta che faccio il nome di Sabrina mi viene da piangere perché sta soffrendo per colpa mia. Se saranno condannate per me è la fine. Io non ce la faccio più ad andare avanti così». Ma gli inquirenti non gli danno più peso. E con loro i giudici. Sabrina e Cosima finiscono all’ergastolo. L’appello conferma. Il pg della Cassazione pg Fulvio Baldi chiede la conferma delle condanne, delineando la dinamica di ciò che sarebbe accaduto: «Sabrina era in uno stato di agitazione e nervosa frustrazione, accusava Sarah di aver contribuito alla fine della storia con Ivano Russo, di aver rivelato dettagli della sua condotta sessuale gettando discredito su di lei e sulla sua famiglia. La madre solidarizza, con un atteggiamento da madre del Sud. Ne nasce una discussione in cui Sarah risponde da 15enne, scappa via, ma riescono a raggiungerla per darle la lezione che merita, una lezione evidentemente assassina. Poi danno ordine a Michele Misseri di disfarsi del corpo». Resta difficile da digerire un movente tanto abnorme. E che una madre solidarizzi con la figlia a tal punto da aiutarla ad ammazzare la cugina per una cotta giovanile. Le ore passano e il giudizio finale si avvicina. Quanto alla disperazione di zio Michele, una donna di Avetrana, stavolta senza nome, confida a Repubblica: «L’ho visto in tv che dice di essersi costruito in casa la sua prigione ma qui se ne va in giro liberamente, mangia dai parenti alle feste, partecipa alle processioni e si fa vedere in chiesa senza che nessuno lo contesti. Non capisco perché sia libero dopo quello che ha fatto. Speriamo che quella povera bambina possa avere finalmente pace». Lo zio attende la sentenza definitiva a casa, dove una cognata gli fa da mangiare. Quando i carabinieri arrivano sta scrivendo una lettera a Sarah. L’ennesima. L’ordine di carcerazione riporta il divieto assoluto di suoi incontri coi famigliari. Una postilla che forse non serviva.

Edoardo Montolli per Gqitalia.it

 

Chi è Edoardo Montolli

Edoardo Montolli, giornalista, è autore di diversi libri inchiesta molto discussi. Due li ha dedicati alla strage di Erba: Il grande abbaglio e L’enigma di Erba. Ne Il caso Genchi (Aliberti, 2009), tuttora spesso al centro delle cronache, ha raccontato diversi retroscena su casi politici e giudiziari degli ultimi vent'anni. Dal 1991 ha lavorato con decine di testate giornalistiche. Alla fine degli anni ’90 si occupa di realtà borderline per il mensile Maxim, di cui diviene inviato fino a quando Andrea Monti lo chiama come consulente per la cronaca nera a News Settimanale. Dalla fine del 2006 alla primavera 2012 dirige la collana di libri inchiesta Yahoopolis dell’editore Aliberti, portandolo alla ribalta nazionale con diversi titoli che scalano le classifiche, da I misteri dell’agenda rossa, di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti a Michael Jackson- troppo per una vita sola di Paolo Giovanazzi, o che vincono prestigiosi premi, come il Rosario Livatino per O mia bella madu’ndrina di Felice Manti e Antonino Monteleone. Ha pubblicato tre thriller, considerati tra i più neri dalla critica; Il Boia (Hobby & Work 2005/ Giallo Mondadori 2008), La ferocia del coniglio (Hobby & Work, 2007) e L’illusionista (Aliberti, 2010). Dirige la casa editrice Algama (www.algama.it).

Leggi anche

Delitto Luca Varani, la lettera del padre di Marco Prato

Ledo Prato, segretario generale dell’associazione Mecenate90 e padre di Marco Prato, scrive una lettera pubblica sul suo sito, invitando tutti a non emettere giudizi sommari

Booking.com