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Enrico Ruggeri & i Decibel sono tornati – INTERVISTA ESCLUSIVA

Era il 1977. Mentre la classifica dei dischi, in Italia, era dominata da Branduardi con “Alla fiera dell’est” o “I feel love” di Donna Summer, un manipolo d’irriducibili sostenitori del punk rock conosciutisi sui banchi del liceo Berchet di Milano s’impone con un sound nuovo, romanticamente aggressivo.
L’esordio discografico, l’anno successivo, con il 33 giri “Punk” contribuisce a farne conoscere lo stile. Ma è solo nel 1980 che il ruggito di Enrico Ruggeri riesce a scuotere i canoni della cosiddetta musica d’avanguardia. I singoli “Contessa” e “Vita da Re” s’impongono fin da subito all’attenzione di tutti, dai ragazzini costretti ad ascoltare Rimmel la domenica mattina agli stessi genitori, talvolta atrofizzati dalle melodie costruite su concetti politici o sulle storie d’amore infauste.
I Decibel, forse, nemmeno si resero conto dell’importante contributo che il loro impatto riuscì a dare alla musica italiana.
Le porte del paradiso sembrarono aprirsi per gli ex studenti del Berchet Enrico Ruggeri, Silvio Capeccia e Fulvio Muzio. Fans elettrizzati, la partecipazione al festival di Sanremo, contratti…
Una carriera appena iniziata e già all’apice che malauguratamente, a causa probabilmente delle solite incomprensioni, s’interruppe bruscamente.
Ruggeri abbandona il microfono dei Decibel dando inizio ad una carriera solista di grande successo diventando, negli anni, uno dei più importanti cantautori italiani.
I suoi due ex soci, Muzio e Capeccia, proseguono l’avventura con risultati  meno entusiasmanti.
Divisi, ma mai del tutto, il gruppo si ritrova assieme sul palco dell’Ariston nel 2010 per cantare il pezzo “La notte delle fate” portato dallo stesso Ruggeri.
Oggi, nel 2017, i Decibel sono definitivamente ritornati a tutti gli effetti.
Il 10 Marzo uscirà, a quarant’anni di distanza da quella prima esperienza in comune, il nuovo album intitolato “Noblesse Oblige”.
La Contessa non si arrende alla sua fine e in angolo del palco, seduta sul suo vecchio scranno impolverato, sorride nell’osservare il fascio di luce che illumina Enrico Ruggeri pronto a ridarle di nuovo vita.
Ho incontrato i tre leoni.
Gli anni sono passati e il punk ha lasciato il passo ad un rock meno sofferto, più maturo. I capelli si sono imbiancati, seppure in uno di loro si noti un po’ meno, ma il ruggito è sempre lo stesso.

Ci si ritrova alla sede della Sony, due convenevoli di rito, qualche parola di circostanza.
Ruggeri siede in mezzo, lo studio di registrazione alla sinistra, dietro una vetrata.
Le sigarette, coperte da un astuccio di pelle, davanti. Siamo gente che sa il rischio che corre, penso, e ce lo ricordiamo senza aiuti.

La prima domanda è di rito: chi erano i Decibel?
Risponde Ruggeri: la musica era quasi tutta uguale. C’era Toto Cutugno, Pupo e poi gli altri, quelli con le parrucche bionde ma, in fondo, erano tutti abbastanza stereotipati. Siamo arrivati noi, con un look londinese. Gli occhialini, i cappelli, una musica che scombinava le regole. Ci distinguemmo dalla massa, in qualche modo.

Poi si sfoga.
All’epoca c’era più pazienza nei confronti delle nuove leve. Se il primo disco era un insuccesso non ci si arrendeva subito, come oggi. Conosci qualcuno, a parte i vecchi grandi cantautori, che possa avere una carriera lunga quarant’anni? Il problema, è evidente, sono i talent costruiti per dare un immediato successo. Qualcosa che dura poco, però.
“Inoltre” interviene Muzio “La priorità ora si limita alla parte vocale.”
“E non credo che oggi” continua Ruggeri “Qualcuno vada a vedere i concerti di Battiato o Paolo Conte per sentire una bella voce, ma per vivere un’esperienza. Per assurdo oggi, un De Gregori che dovesse partecipare ad un talent, verrebbe scartato quasi sicuramente.”
“E dell’ultimo Festival che ne pensate?” domandano.
Ruggeri indica la vetrata che ci divide dalla sala di registrazione.
“Mentre c’era il festival noi stavamo suonando lì” poi indica una vetrata al lato opposto, alla nostra destra “Lì invece c’era il televisore acceso sul quale tramettevano Sanremo. Se vuoi possiamo commentare com’erano vestiti i cantanti, ma per quel che riguarda le canzoni non possiamo dirti di più.”

La prima sigaretta viene sfilata dal pacchetto. Enrico si rovista nelle tasche per cercare l’accendino lasciandola penzolante ai lati delle labbra.
Noi non ci siamo mai divisi, riprende. Quando abbiamo deciso di fare una album, all’inizio, pensavamo a qualcosa di nicchia. Una cosa tipo cento dischi numerati e basta. Poi sono andato da presidente della Sony e lui, dopo aver ascoltato il terzo pezzo, ha messo pausa e ha detto “Album di nicchia, un cazzo!”.
Penso che le cose funzionino quando c’è lo spirito giusto, che poi è lo stesso identico di quarant’anni fa. Sono passato ultimamente in certi studi in cui si stava registrando e sembrava che l’unico pensiero costante fosse “chissà se questo singolo avrà successo” e “Speriamo lo passino in radio.”
Noi volevamo divertirci come ai vecchi tempi, ed è quello che abbiamo fatto.
“E’ colpa della crisi dell’industria discografica?” domanda qualcuno.
Ovviamente, rispondono i tre quasi all’unisono.

La sigaretta viene finalmente accesa.
“Il fatto” prosegue a spiegare il trio alternandosi “E’ che non volevamo fare una cosa commemorativa. Il solito disco di duetti”. Al massimo, suggerisce Ruggeri, l’unico che avrebbe potuto esserci era Fausto Rossi o Faust’O, come si faceva chiamare. Lui non mi sarebbe dispiaciuto.

Un giornalista chiede spiegazioni riguardo alla copertina del disco.
E’ una chiara metafora della situazione attuale, spiegano. Si dice che tra cento anni gli uomini non si muoveranno più. Saranno solo macchine sedute con una tastiera in mano. Il nostro messaggio è chiaro: ci chiediamo se, tra cento anni, si guarderà al cervello come strumento per ragionare e l’orecchio per ascoltare come noi guardiamo i reperti egizi, come qualcosa di distante, quasi incomprensibile.
Il nostro pezzo “Il lavaggio del cervello”, del primo disco, parlava di questo. E ci si riallacciano anche due nuove canzoni, una delle quali s’intitola “Fashion” ed è un affresco del mondo attuale, senza contenuti.
Anche il pezzo “La bella a la bestia” di Noblesse Oblige parla in fondo della necessità di apparire, di vivere in un mondo artefatto. Hanno tutti lo stesso comune denominatore.
Noi siamo invecchiati, abbiamo sessant’anni, ma come cantiamo nel singolo “My My Generation”, moriremo con la faccia al vento, senza arrenderci mai.

L’incontro finisce.
“Vi arrendete?” domanda Ruggeri accendendosi forse la terza sigaretta.
I leoni non vogliono uscire dall’arena, giustamente.
Un’ultima curiosità che esula dal disco: cosa ne pensate di Davide Van de Sfroos che suona allo stadio di San Siro?
“Davide se lo merita” risponde Enrico forse stupito dalla domanda “E’ un coraggioso. E poi con lui suona anche Davide Brambilla, che ha lavorato anche con me, quindi non posso che esserne felice.”
Strette di mano, autografi sulla copertina del disco, qualche aneddoto divertente. Come vecchi amici che si sono appena ritrovati. O conosciuti.
Ecco i Decibel: sognatori che non vogliono perdersi nei meandri della memoria, etichettati, spazzati via dagli anni, dalle generazioni.
Sono tre ragazzi, tre Peter Pan, che riescono ancora ad indignarsi, a raccontare miserie con infinito romanticismo (basti ascoltare il capolavoro “Il Jackpot” per capirlo), ad eludere le strategie di marketing.
“Fulvio, come fai a far coincidere la tua professione di medico, la carriera artistica e la famiglia?”
Alla sinistra di Muzio, Ruggeri, si accende la millesima sigaretta e sorride, in attesa.
“Perché quando credi davvero in qualcosa puoi realizzare tutto quello che vuoi”
E così è stato, anche quarant’anni dopo.

My My Generation, il nuovo singolo dei Decibel

Alex Rebatto

L’ULTIMO NOIR DI ALEX REBATTO:

2084

Niente macchine volanti. Niente teletrasporto. Poche, pochissime innovazioni. Nel 2084 il mondo sarà tale e quale ad oggi. Con una sola differenza: chi avrà il potere e la ricchezza potrà permettersi di uccidere gli appartenenti ai ceti sociali più bassi. Le fucilazioni ordinate da imprenditori insensibili saranno all’ordine del giorno. La politica non avrà più …

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Chi è Alex Rebatto

Alex Rebatto, classe 1979. Ha collaborato nei limiti della legalità con Renato Vallanzasca ed è stato coautore del romanzo biografico “Francis”, sulle gesta del boss della malavita Francis Turatello (Milieu editore), giunto alla quarta ristampa. Ha pubblicato il romanzo “Nonostante Tutto” che ha scalato per mesi le classifiche Amazon. Per Algama ha pubblicato il noir "2084- Qualcosa in cui credere"

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