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NATALE CON TUTTO IN VENTI ORE E LA LOGICA DEL BURATTINAIO

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Sino alla mezzanotte di oggi è gratuitamente scaricabile TUTTO IN VENTI ORE, il romanzo, ambientato a Sarzana, prequel de LA LOGICA DEL BURATTINAIO, thriller scritto assieme al mio socio Daniele Cambiaso, incentrato uno dei personaggi più clamorosamente unici della cronaca nera italiana : il serial killer bambino Giorgio William Vizzardelli.
Non sarebbe male leggere i due romanzi in successione…
Di seguito quattro brevi quadretti, che in TUTTO IN VENTI ORE non si trovano, ma avrebbero potuto esserci, e una rassegna stampa d’epoca sulle vicende di Vizzardelli, che alla fine degli anni 30, in piena era fascista, si guadagnò il famigerato soprannome di “Mostro di Sarzana”.

 

TUTTO IN VENTI ORE

1) UN DIRIGENTE MOLTO IMPEGNATO
«Basta con le chiacchiere» esclamò l’ingegner Tullio Colasanti con improvvisa insofferenza « Bisogna intervenire sui costi per l’elettricità, dottor Quadrelli! E-let-tri-ci-tà! Duiunnò? » aggiunse, facendo ruotare a destra e sinistra la mano vicino all’orecchio.
Il Vice Direttore della Cementeria, seduto dall’altra parte della scrivania tacque, raggelato. Era da un quarto d’ora che si sforzava di argomentare, col suo eloquio pacato e puntiglioso, le difficoltà a raggiungere l’obiettivo di “ottimizzazione del 10% dei costi di produzione”, imposto dalla Sede Centrale e prontamente trasferitogli dal Direttore in qualità di “capo progetto”, un termine raffinato per indicare che, in caso di insuccesso, il capro espiatorio sarebbe stato lui.
Silvio Quadrelli era un uomo magro, pelato e di bassa statura, che cercava di rimediare alla mancanza di “fisique du rol” vestendo con impeccabile eleganza manageriale: completi di ottimo taglio stirati con cura, camicie candide e cravatte sobrie ma di gusto. Era sempre preciso e controllato. Coi subordinati inflessibile e tagliente, tanto da farsi la nomea di carogna.
Ma il suo complesso di inferiorità nei riguardi di Colasanti era palese. L’ingegnere era l’esempio di ciò che lui avrebbe voluto essere e soffriva di non riuscire a diventare. Non era solo una questione di aspetto. Che da questo punto di vista il Direttore lo sovrastasse, era indubbio. Colasanti era un quarantenne aitante, sempre abbronzato, vestito con abiti sportivi che portava con spontanea classe.
Chi lo vedeva per la prima volta, tendeva a identificarlo, vista la vicinanza di quella mondana zona costiera, col tipico “cucador” versiliese.

Sul fatto che a Colasanti piacessero le belle donne, e queste ricambiassero, non c’erano dubbi, ma pensare che il vizietto del “tombeur de femmes” offuscasse le sue capacità manageriali era un errore.
Non per caso, pur così giovane, aveva già raggiunto da tempo il grado di Direttore di Cementeria, miraggio ancora lontano per Quadrelli nonostante i dieci anni di carriera in più.
Colasanti sul lavoro era determinato e positivo. Non si limitava a dare ordini, ma dimostrava di averli attentamente e rapidamente soppesati. Se sbagliava, era pronto a riconoscerlo. Ma per la competenza acquisita, e l’innato colpo d’occhio, era raro che gli accadesse.
Nel caso in questione, aveva capito al volo, nonostante le perplessità del Vice, l’area d’intervento più redditizia per l’ “ottimizzazione dei costi di produzione”, formula paludata tipica del linguaggio della Sede Centrale che, tradotta, significava: “avete margini per risparmiare: fatelo!”.
L’interfono fece sentire il suo inopportuno squillo. Colasanti lo accolse alzando gli occhi al cielo con impazienza. Premette il pulsante che lo metteva in viva voce con la segretaria e «Signorina Giampedroni!» la apostrofò brusco «Non le avevo detto che non volevo essere disturbato? Io e il dottor Quadrelli» aggiunse, non rinunciando a fare dell’ironia, altra sua caratteristica più o meno gradevole «siamo intenti a risollevare le sorti della Cementeria!»
Quadrelli, prevenuto, non prese nemmeno in considerazione che bersaglio della frecciata fosse la direzione di Brescia con le sue direttive vessatorie. Era sicuro che Colasanti avesse voluto sfottere lui.
La signorina Mara Giampedroni rispose con la sua solita voce gentile e sottomessa. «Mi scusi ingegnere, ma ho in linea sua moglie e…»
Colasanti sbuffò, contrariato. «Vabbene… Me la passi»
Quadrelli meditò sulla scena, trovandola assai indicativa. Di molte cose.
Innanzitutto del sospetto rapporto tra Colasanti e la Giampedroni.
Avevano assunto la giovane, venticinquenne, da circa un anno, subito dopo che l’ingegnere s’era insediato come Direttore della cementeria. Quadrelli aveva partecipato alla selezione, e mai e poi mai, se fosse dipeso da lui, avrebbe scelto la Giampedroni, quasi del tutto priva di referenze e chiaramente poco adatta al lavoro di segretaria di direzione, che richiedeva abbondanza di garbo, riservatezza ed efficienza.
Di siffatte qualità la Giampedroni, a parte forse la riservatezza, che intendeva “ad personam”, ovvero dovuta al capo e non all’azienda, non ne possedeva nemmeno l’ombra. Ne possedeva però altre due, quelle che avevano attirato il Direttore: era carina e, a giudicare dallo sguardo perso che aveva subito rivolto al futuro capo, sensibilissima al fascino degli uomini maturi di bell’aspetto e di successo. Quadrelli prove concrete non ne aveva, visto che i due in ufficio stavano attenti a non farsi scoprire, ma avrebbe messo la mano sul fuoco che tra di loro fosse in atto una liason. La quale si consumava, era sicuro anche di questo, non solo fuori dalla fabbrica, nel tempo libero di entrambi, ma anche, se capitava l’occasione, in quella stanza, trasformata in estemporaneo alcova…
Il Vice Direttore sospettava, anzi, che quello fosse il prevalente nido d’amore dei piccioncini. Colasanti quell’estate godeva di parecchia libertà, visto che l’attuale moglie, la seconda, non abitava con lui nella villetta che avevano acquistato sul “Vialone di Marinella”, ma aveva preferito trattenersi in villeggiatura in montagna col loro figlio piccolo.
Tuttavia Quadrelli aveva la sensazione che l’ingordo Colasanti non stesse accontentandosi di una amante, ma avesse preso nella sua rete anche un’altra preda, cui si dedicava fuori ufficio. Il suo capo, insomma, s’intendeva non solo di “ottimizzazione dei costi di produzione”, ma anche di “ottimizzazione delle “fidanzate”…
«Ciao Marzia!» disse Colasanti nella cornetta, sforzandosi di tenere un tono gioviale «Tutto bene?…Ah, sono contento…No, non stare a chiamare Massimiliano, lascialo giocare, gli parlerò un’altra volta… ammesso che ne abbia voglia, di poche parole com’è… ma no, non era una lamentela, sai che lo adoro…come?» l’ingegnere fece una buffa espressione tra l’offeso e l’incredulo «correre dietro alle gonnelle?…che dici mai!… non ho più l’età per fare il rubacuori! Eppoi è un periodaccio, fattelo dire anche da Quadrelli, che è qui davanti a me: non abbiamo un attimo di respiro, passiamo tutto il tempo a lavorare, fino a sera tarda, e dopo non vediamo l’ora di andare a letto!…da soli, sia chiaro» aggiunse, rimarcando con una punta di malignità che il suo Vice era scapolo. « Allora ok. » concluse « Riposatevi e divertitevi mi raccomando, interrompo perché devo proseguire la riunione. » Fece schioccare due baci prima di riattaccare il ricevitore.
Allargò le braccia, malizioso: «Le mogli, caro Quadrelli… Una rottura che lei ha avuto la saggezza di schivare»
Ancora!, pensò l’altro. Avrebbe avuto voglia di rispondere a quelle fastidiose punzecchiature, ma non poteva. Il capo si asseconda e non si contraddice: è la gerarchia aziendale, baby…
Ma prima o poi, non aveva affatto perso le speranze, sarebbe diventato Direttore di Cementeria anche lui, magari proprio, chissà!, per sostituire il brillantissimo ingegner Colasanti. Che scivolasse su una buccia di banana gestionale era improbabile, lo sapeva, ma qualche bastone tra le ruote poteva venirgli dalla vita privata. Si sa che i donnaioli sono sempre a rischio di incorrere nelle ire di qualche cornuto privo di fair play… Ed anche la moglie, pur avendola vista di persona una sola volta, a giudicare dalle telefonate frequenti e sospettose, non sembrava un tipo docile…
Continua, continua a fare il farfallone, caro ingegnere, e può essere che tra noi due ci sia una successione “mortis causa”.
Scacciò subito il macabro pensiero. Non perché gli dispiacesse che Colasanti si togliesse dai piedi (per onestà doveva ammettere che avrebbe accolto con favore quell’eventualità, comunque avvenisse) quanto per la consapevolezza che la defezione dell’attuale Direttore non significava di per sé che gli sarebbe subentrato. Capaci, i capoccioni della Sede Centrale, di mandare un altro giovane astro nascente.
Risquillò l’interfono. Stavolta Colasanti si arrabbiò proprio, con prevedibile cruccio della Giampedroni «Signorina! Capisce o no il significato di “non disturbare?»
«Mi scusi tanto ingegnere! Ho in linea suo figlio… è molto agitato…»
Al Direttore la collera passò di colpo, sostituita da un amaro senso di sconforto. Il figlio adolescente di primo letto, Giovanni, era la sua croce. Il ragazzo viveva con lui nell’abitazione in Val di Magra, e definirlo “difficile” era un eufemismo. Diciamo pure che era viziato, ribelle e insolente. Essere un precoce orfano di madre non giustificava certo quei difetti. Il padre sapeva di avere molte responsabilità. Avrebbe dovuto stargli più vicino, seguendone con costanza l’educazione. Gli impegni lavorativi non scusavano la sua latitanza, visto che il tempo per dedicarsi allo “spulzellaggio” l’aveva trovato. L’ingegnere confidava che il nuovo matrimonio, con la presenza di un fratellino e di una donna forte come la seconda moglie, l’avrebbe aiutato a raddrizzare il ragazzo. In realtà le aspettative sembravano andate deluse, come dimostrava il fatto che la famiglia in quell’estate fosse divisa, padre e figlio grande da una parte, madre e figlio piccolo da un’altra. Una separazione che si era spesso verificata anche negli altri periodi dell’anno.
«Che cosa c’è ancora, Giovanni?» esordì l’ingegnere, dopo essersi fatto passare il figlio «La colf??» l’uomo si alterò visibilmente «Che ti ha fatto la colf? Ti ho detto mille volte di lasciarla lavorare in pace. Chiuditi nella tua stanza o vatti a fare un giro. Che cosa?? Non dire scemenze!>>> Riattaccò di colpo.
«Problemi?» chiese Quadrelli, malcelando il gusto di percepire il superiore in profondo disagio.
Questi aveva troppo bisogno di uno sfogo per preoccuparsi di eludere la curiosità malevola del sottoposto. «Non so più come fare con Giovanni… mi sta facendo impazzire. Adesso s’è messo in testa che la nuova donna delle pulizie è una puttana che lo provoca con atteggiamenti lascivi…»
Divertente! pensò il Vicedirettore, ed anche interessante…
«Magari ha ragione.» la buttò là con la sua miglior aria ingenua, in realtà cercando conferma a una certa sua idea.
«Ma neanche per sogno» smentì Colasanti con sospetta categoricità «La signora Bettelani è una donna per bene. Lo sporcaccione è mio figlio»
Eccola trovata la fidanzata n°2!, si disse il Vice Direttore, trionfante.
Chiunque fosse questa signora Bettelani, e conoscendo le preferenze del suo capo doveva essere un bel bocconcino, l’atteggiamento del figlio rendeva la faccenda alquanto torbida.
Forse c’è luce in fondo al tunnel…, considerò, perfido, Quadrelli.
2) LA SIGNORA IN GIALLO
«Vieni un po’ a vedere!» Gianroberto Moruzzo accennò alla moglie Annalisa di raggiungerlo davanti agli scuri accostati. Attraverso le fessure il bagliore meridiano rischiarava la stanza più del lampadario nei pomeriggi d’inverno.
Ristagnava un’afa appiccicosa. La signora Annalisa, distesa sul letto matrimoniale, non si preoccupava di mostrarsi sotto la vestaglia semitrasparente. I seni nudi, sformati, scappavano di lato, e il pancione ricadeva sul pube con un risvolto tremolante.
Ma che importava?
L’unico testimone del suo déshabillé aveva poco da stare allegro.
La canottiera bianca stentava a fasciarne il ventre gonfio, e lasciava scoperte le spalle gracili con braccia smunte. Dalle braghe penzolanti spuntavano gambette di pollo.
Che bella coppia di vecchiacci!, scherzava spesso la signora Annalisa, scoprendo la dentiera in un ghigno autoironico.
Ma adesso aveva energia solo per tentar di smuovere l’aria davanti alla faccia con un ventaglio a paletta.
Dove le aveva trovate, Gianroberto, le forze per raggiungere la finestra battuta dal sole di agosto?
Per guardar cosa, poi? Lì sotto, all’incrocio tra via XX Settembre e via Garbusi, a parte la maledettissima cicala che che friniva a gola spiegata, potesse rimanere stecchita!, doveva esserci il deserto…
Con l’asfalto e le mura delle case infuocati, minimo c’erano quaranta gradi.
L’ingresso del Commissariato, sulla sinistra, forniva buoni spunti di pettegolezzo, ma non sembrava proprio il momento. Almeno, lei non aveva voglia di alzarsi.
«E vieni!» Il marito adesso s’era messo a sbirciare con gli occhi appiccicati a una fessura «Dai, sennò se ne va!»
L’interesse del consorte nell’ occhieggiare convinse la signora Annalisa a levarsi, macchinosamente, dal letto. Con passi stanchi andò a mettersi a fianco al marito.
Sul marciapiede di fronte al Commissariato una macchia giallo pastello brillava nella luce intensa. La vistosa tunica da mare di una donna pettoruta e abbronzatissima. Gliela stringeva alla vita un cinturone con borchia d’argento. Le gambe affusolate calzavano sandali col tacco dello stesso appariscente colore. Pure la borsetta era in tinta.
Il morso dell’invidia spazzò via il torpore della signora Annalisa.
Quella donna, di una trentina d’anni, era piacente. Volgare, certo, ma piacente.
Gianroberto doveva essere rincitrullito dal caldo per mostrargli la carne fresca di femmina su cui stava sbavando.
«Bella manza eh?»
«No: cavallona»
«Come??»
Nell’espressione di lui non c’era lascivia, o perlomeno non era questa a prevalere, ma la meraviglia.
«È il soprannome di quella lì. Lo capirai appena la vedi camminare.»
«Ecco cosa fai tutto il tempo al bar! Guardi le zoccole che passano!»
«Ma no! E’ lei che fa di tutto per farsi notare! Si atteggia come se stesse sfilando sulla passerella, senza averne la classe. E’ sulla bocca di tutti!»
«Solo perché è vanitosa?»
«No! E’ sposata con uno dei proprietari del bar “La piccola nicchia”, in centro e, approfittando che fa la donna di servizio in giro, lo riempie di corna.»
La moglie adesso era interessata. Si mise anche lei a sbirciare la “cavallona”, ferma sul marciapiede incurante del calore da forno.
«Noti nient’altro?»chiese Gianroberto.
«No»
«Guarda là» Il marito indicò una finestra del commissariato. Dietro le tende s’intraveva una figura alta e massiccia, in giacca e cravatta.
«Il Commissario Berricchillo!» esclamò la signora Moruzzo.
«Proprio lui!»
La moglie si soffermò a guardare ora l’uno ora l’altra dei protagonisti della scena.
L’insinuazione del marito (donna sposata infedele e desiderabile + prestante uomo celibe = tresca) non la convinceva.
Troppo grossolano.

Innanzitutto era imprudente che la fedifraga venisse a trovare il “ganzo” sul posto di lavoro. Ci voleva almeno una buona scusa.
Gianroberto non se n’era accorto, ma il contegno di lei suggeriva che fosse giunta fin lì, con quel clima improbo, per un motivo serio.
Se fingeva, era un’attrice nata. Il linguaggio del corpo esprimeva agitazione e, allo stesso tempo, titubanza. Come se avesse urgente necessità di un aiuto da parte della Polizia, ma non ne fosse convinta sino in fondo.
Anche l’atteggiamento del Commissario non era quello del maschio che osserva compiaciuto la sua donna. Sembrava piuttosto incuriosito, ed anche un po’ preoccupato, da quella visitatrice indecisa.
Chissà cosa c’era sotto…
Abbastanza per cavarne una storia poliziesca, più che boccaccesca. O tutte e due.
3) SIRENE E SIRENETTE
“Ma sta ‘n po’ zito ch’en t’sè manco duvi è r maro a Marinela!”
Carlo Neri increspava il faccione in un sorrisetto furbo al pensiero di quel motto dialettale.
Lo si usava per tappare la bocca a chi spropositava. Letteralmente : “Ma stai un po’ zitto che non sai nemmeno dov’è il mare a Marinella!”. Ovvero: “Ma che cazzo stai dicendo?”
Appunto: anche il più imbecille dei sarzanesi sapeva trovare il mare a Marinella, la frazione balneare cittadina. Bastava arrivare in fondo a Viale XXV Aprile e, al primo cartello che indicava la località, l’azzurro dell’altro Tirreno, tra la linea dell’orizzonte e il promontorio di Punta Corvo, s’imponeva alla vista.
Col suo arenile che si estendeva dal confine di Marina di Carrara fino alla foce del Magra, il litorale di Marinella era l’estremo lembo di Versilia prima del golfo di La Spezia.
Malgrado in tutta Italia fosse comune mettere quel nome ai piccoli luoghi di mare, c’era sempre qualche forestiero cretino che lo supponeva omaggio alla canzone di De André.
Potenza nefasta dell’immaginario canzonettistico…
Marinella aveva cancellato dal vocabolario dei sarzanesi il termine “ferie”. A otto chilometri dalla città, le sue spiagge da giugno a settembre erano un comodo luogo di villeggiatura dietro l’angolo di casa.
A parte la chiusura di Ferragosto, Neri continuava a tenere aperto per tutta l’estate l’ufficio di corrispondente locale del Bollettino Ligure. Al mare, se non aveva urgenze, usava andarci nella pausa pranzo. Mangiava qualcosa al bar del bagno “La Turbina”, il più gettonato per il fondale che si abbassava dolcemente sino a una corona di scogli artificiali. Poi si trasferiva in spiaggia sotto l’ombrellone. Se ne trovava uno libero, ché “La Turbina” era sempre affollatissima… Ma i proprietari tolleravano che i bagnanti si sdraiassero sulla sabbia sopra l’asciugamano. A patto di scovare un posticino, ché nel momento clou di agosto c’era la densità di popolazione di Shangai.
La moglie Giorgia rimaneva a casa, preferendo balneare col marito e il figlio decenne il fine settimana in posti meno frequentati. Da sempre deplorava l’abitudine di Carlo, chiedendosi che gusto ci provasse a infilarsi in un carnaio sotto il sole rovente del meriggio.
<<A me piace.>> spiegava Carlo evasivamente, e la moglie non aveva mai approfondito, prendendosi il buono della situazione, ovvero non dover preparare il pranzo anche per lui. Carlo, inoltre, per darle il minor disturbo, portava in ufficio una borsa con l’abbigliamento da spiaggia, cambiandosi prima di uscire alle 13 e ricambiandosi al ritorno alle 15.
A Neri il mare nelle ore più calde effettivamente piaceva, perché la sua pelle non soffriva scottature, e se non tirava brezza ci si poteva rinfrescare immergendosi in acqua. Ma soprattutto era un buongustaio del corpo femminile, pur non avendo mai “sostanzialmente” ( come amava dire “il problema non è che l’uomo è farfallone ma che di Maria Goretti c’è n’è una sola”) mancato alla fedeltà coniugale. Nessun dubbio che la spiaggia de “La Turbina” fosse una concentrazione impareggiabile di bellezze al bagno.
Lui, poi, tra la gente era a suo agio. Quel posto al Bollettino Ligure se l’era guadagnato, e ne andava fiero, non per le capacità di scrittura, invero modeste, ma per la tenacia , e sarebbe stato meglio dire la faccia tosta, con cui sapeva correre dietro alle notizie.
Neri, insomma, era un socievolone invadente che aveva trasformato questo tratto del carattere in virtù professionale.
Tutti gli indigeni lo conoscevano, a “La Turbina”, ma anche se, come spesso accadeva, si trovava circondato da gente foresta, non faticava ad attaccar bottone, meglio se con qualche fanciulla in bikini adamitico…
Il fisico tutt’altro che prestante per paradosso lo aiutava: l’occasionale conoscenza non si sentiva insidiata da un rubacuori da spiaggia, permettendogli di lavorare di simpatia, la sua dote migliore.
Verso le 14 di quel pomeriggio d’agosto, stava appunto intrattenendosi con una tipa di Varese, Eleonora Gnutti, ventitré anni, un po’ in carne ma con una ragguardevole quarta di di reggiseno.
La giovane stava villeggiando a Marinella con un gruppo di amiche, entusiaste a tal punto degli scogli de “La Turbina” che erano sempre in acqua, mentre Eleonora preferiva curare l’abbronzatura.
La ragazza, studentessa in lettere, era rimasta incuriosita dal lavoro di Neri che, sdraiato indolentemente di fianco sull’asciugamano verde e giallo, la guancia paffuta sorretta dalla mano puntellata sul gomito, ray-ban agli occhi e boxer fioriti stretti sui fianchi pingui, riusciva a farla pendere dalle proprie labbra sciorinando aneddoti sul giornalismo di provincia.

All’improvviso, in sottofondo allo spigliato eloquio di Neri, sopra lo sciabordio molle della risacca e gli altri monotoni rumori della spiaggia, si stampò, in lontananza, verso Viale XXV Aprile, il suono bitonale di sirene in avvicinamento.
Neri tacque di colpo e tese le orecchie, come gli altri bagnanti.
Uno sgamato come lui ci mise un attimo a trarre le conclusioni.
Loro, a Marinella, stavano avvertendo quel segnale sonoro, malgrado non vicinissimo, ad occhio e croce a metà del vialone, perché somma di numerose sirene spiegate, tre o quattro.
Un simile treno di automezzi di soccorso ( lui avrebbe detto auto della polizia, ma anche se fossero state ambulanze, o autocisterne dei Vigili del Fuoco poco cambiava) era inusitato. Significava che era accaduto qualcosa di grosso.
Il fiuto di reporter gl’imponeva di piantare in asso la formosa Eleonora e accorrere.
4) OGGI NON SI PUÒ LAVORARE
Mancò poco che a Marzia Battistini, nome di battaglia “Marzia, rimborsato se non ti sazia”, prendesse un colpo.
Dietro il folto canneto giallastro che delimitava la carreggiata del vialone, aveva sentito un’auto proveniente da Sarzana rallentare. Tra poco avrebbe imboccato la stradina al cui bordo, in uno spiazzo erboso, sotto un boschetto di magri alberi di pero, era come al solito accomodata lei, a gambe accavallate su un sedile portatile, in testa un ampio cappello di paglia.
S’era messa a leggere una rivista, anche se la minigonna da capogiro e la maglietta con generosa scollatatura toglievano il dubbio che stesse facendo una solitaria scampagnata. Del resto, a quell’ora canicolare e in posto fuori mano, anche se avesse indossato abiti meno sexy, chi ci avrebbe creduto?
Si preparava ad accogliere uno dei clienti affezionati o magari, perché no, uno nuovo, attirato dal passaparola lusinghiero su di lei.
Invece era una Tipo della Polizia! Ossignur!, s’era detta, pensando a come sfangare il controllo. Ma non avevano niente di meglio che venire a rompere le scatole a lei?
Per fortuna, l’andatura spedita dell’automobile, sobbalzante sul fondo sterrato della stradina, faceva ben sperare.
Infatti la Tipo azzurro-bianca passò oltre sollevando un fastidioso polverio. Marzia, fingendosi immersa nella lettura, riuscì a sbirciare nell’abitacolo.

Caspita. Alla guida c’era quel poliziotto grassone con l’accento toscano, come si chiamava più?, ma soprattutto era inconfondibile, accanto a lui, la figura alta e massiccia del Commissario di Sarzana, Berricchillo.
Sul sedile posteriore aveva appena intravisto una sagoma femminile vestita di giallo acceso.
Sembrava la tipa che veniva a fare le pulizie nella villetta a un paio di chilometri da lì, in mezzo alla campagna, appartenente a un pezzo grosso, ingegnere in una fabbrica a Carrara. A volte la vedeva passare sulla sua auto. Una bella donna, ma troppo vistosa nel vestire e nell’atteggiarsi. Avrebbe potuto farle concorrenza, se si fosse piazzata nei paraggi…Una cosa era certa: lei in quel modo lì nella vita di tutti i giorni con si sarebbe mai conciata…
Comunque, pericolo scampato. Accompagnò con lo sguardo la Tipo allontanarsi, proprio verso la villetta dell’ingegnere di Carrara.
Non era il caso di sbaraccare: i due della Polizia erano ormai ad una distanza sufficiente per non interferire con le marchette, almeno tre o quattro, su cui contava e, in ogni caso, sembravano in tutt’altre faccende affaccendati.

Riprese l’attesa, mettendosi a leggere sul serio la rivista per ingannare il tempo.
In estate, le piaceva battere di pomeriggio. Al contrario di quel che si poteva pensare, era un buon momento. Gli arrapati non erano distolti dalla calura, anzi!, e lì intorno c’erano comodi posti in cui infrattarsi. Al resto pensava lei e, non faceva per vantarsi, il soprannome se l’era guadagnato sul campo.
Una ventina di minuti dopo, sbucò in bicicletta dal canneto un tipo anzianotto in canottiera da lei conosciuto come Beppe. Si presentava almeno tre volte alla settimana, tanto che aveva deciso di fargli uno sconticino. Dalle confidenze che gli aveva strappato, ché era uno di poche parole, faceva il contadino, da solo, in una casetta colonica nei pressi. Poco appetibile per aspetto ed età, i magri guadagni gli consentivano solo quello sfogo sessuale. Per di più, anche se lei non glielo aveva mai detto, veniva con la velocità dei conigli che allevava.
Marzia ripose la rivista nella borsa, ne prese un preservativo e si alzò per accoglierlo con un bel sorriso: quale primo cliente del pomeriggio e fedele habitué, se lo meritava.
L’uomo appoggiò la bici a terra e, senza aggiungere altro, si avviò insieme a lei verso il solito alcova, un fosso neppure troppo nascosto (ma tanto che importava in quel posto solitario?) dietro il boschetto di peri. Lì avrebbero consumato il rapporto all’impiedi, perché a lui, oramai uguale agli animali della campagna anche nei gusti copulatori, piaceva prenderla da dietro. In quattro o cinque colpi ansimanti, raggiungeva l’orgasmo. Per quindicimila lire, un vero affare. Per entrambi, ovviamente…

Anche quella volta andò così, ma Beppe non aveva fatto in tempo a sfilarsi il goldone che sulla destra, verso Sarzana, s’accese un lacerante strepito di sirene che li fece sobbalzare entrambi.
Gli bastò tendere le orecchie per capire che stava venendo di gran carriera nella loro direzione.
Ossignur che giornata!, si disse Marzia, ricomponendomi in fretta.
Ci voleva poco a collegare quelle sirene all’arrivo, poco prima, dell’auto col Commissario.

 

LA LOGICA DEL BURATTINAIO

Il SECOLO XIX
DELITTO IN COLLEGIO
Duplice omicidio e ferimento a Sarzana
La Spezia, 5 gennaio 1937
Le indagini sul delitto avvenuto ieri a Sarzana non hanno ancora potuto accertare il movente che ha spinto l’assassino a uccidere il direttore del collegio. Dalla ricostruzione del fatto risulta che uno sconosciuto, poco prima delle 19, entrato nel Collegio delle Missioni, si recava direttamente nell’ufficio di direzione dove, dopo un concitato colloquio con il direttore don Umberto Bernardelli, di 34 anni, uccideva quest’ultimo con tre revolverate.
Appena compiuto il delitto, scendeva precipitosamente per la scale tenendosi il volto coperto con le mani. Essendosi avvicinati due giovani convittori, attratti dagli spari, lo sconosciuto sparava verso di essi, colpendo il giovane Leonello Bassano, di anni 15, da Arcola, mentre l’altro studente, Alfredo Collini da Sarzana, rimaneva incolume.
Lo sconosciuto, alla porta d’uscita, si imbatteva nel missionario don Andrea Bruno di 58 anni, portiere dell’Istituto e, avendo timore che questi potesse sbarrargli il passo, gli scaricava addosso l’ultimo colpo di rivoltella. Il disgraziato decedeva appena trasportato all’ospedale.
In un campo discosto dal luogo della tragedia sono stati rinvenuti una sciarpa di lana e un cappello floscio, a cui è stata tolta la fodera interna.

IL SECOLO XIX
IL MISTERIOSO ASSASSINO RICOMPARE E UCCIDE UN BARBIERE E UN AUTISTA
Misterioso delitto a Sarzana. Due giovani uccisi a rivoltellate rinvenuti presso il greto dell’Amola
La Spezia, 20 agosto 1938
Si ha notizia di un efferato delitto compiuto a Sarzana, in località Marazzo.
La notte scorsa verso le ore 24 un certo Sabatini, che abita in quei paraggi, udiva distintamente esplodere numerosi colpi di rivoltella. Del fatto avvertiva immediatamente i Carabinieri di Sarzana che si portavano subito sul posto dove, nel letto del torrente Amola, rinvenivano un’auto con dentro il cadavere di un giovane, subito identificato per tale Delfini, barbiere, di Sarzana. Stamane, poi, all’alba, gli stessi carabinieri rinvenivano poco discosto dall’auto un altro cadavere: quello dell’autista carrarese Bruno Veneziani.
I Carabinieri dopo un’accurata indagine hanno potuto appurare che ieri sera il Delfini, trovandosi a teatro, usciva prima della fine dello spettacolo dicendo ad alcuni amici di doversi recare ad un convegno amoroso.
I due cadaveri presentano ferite di arma da fuoco calibro 9 e 7,5. Sul posto sono accorse le autorità. Sono stati operati parecchi fermi ma finora non si è potuto trovare traccia alcuna degli autori del barbaro assassinio.

IL SECOLO XIX
L’ASSASSINO DI SARZANA HA COLPITO DI NUOVO
Altro grave delitto a Sarzana – Guardiano dell’Ufficio del Registro ucciso ad accettate
Spezia, 30 dicembre 1939
Un efferato delitto è stato compiuto a Sarzana nel Palazzo degli Uffici Finanziari di Via Gramsci 5, e di esso è rimasto vittima il guardiano notturno dell’Ufficio del Registro e della Conservatoria delle ipoteche, Giuseppe Bernardini di 75 anni, abitante in viale Vittorio Veneto, 25.
L’assassinio è stato scoperto stamane verso le 7 dal pensionato Michele Antonieri, il quale recandosi a fare la consueta pulizia nell’Archivio notarile distrettuale, che ha sede nello stesso palazzo, ha rinvenuto nell’atrio, disteso a terra in una pozza di sangue, il corpo del Bernardini.
Dato l’allarme, accorrevano i Carabinieri e successivamente il Prefetto della Spezia, accompagnato dal Procuratore del Re, dal Giudice Istruttore, dal Questore e dal Comandante il gruppo provinciale dei Carabinieri. Dai primi accertamenti risulta che il delitto deve essere stato commesso verso le 21 di ieri. Gli assassini, evidentemente, erano riusciti a farsi chiudere nel palazzo nascondendosi in un sottoscala e hanno affrontato a tradimento il Bernardini uccidendolo con un’accettata. Saliti al secondo piano hanno rubato da una cassaforte circa 10.000 lire. La altre casseforti contenenti valori bollati per diverse centinaia di migliaia di lire non sono state toccate.
Le indagini sono state iniziate sotto la personale direzione del Prefetto della Spezia e del Questore e hanno già portato al fermo di alcune persone, sull’identità delle quali si mantiene però il più assoluto riserbo. Domani i periti settori procederanno all’autopsia del cadavere dell’ucciso.

IL SECOLO XIX
SMASCHERATO IL MISTERIOSO OMICIDA DI SARZANA
L’autore del delitto di Sarzana è stato scoperto e arrestato
La Spezia, 2 gennaio 1940
Il mistero del delitto di Sarzana, il terzo nello spazio di tre anni, è stato chiarito. Le indagini inquirenti erano specialmente rivolte al fatto che il perito, il quale aveva esaminato la serratura della cassaforte, avrebbe escluso la minima traccia di forzamento del congegno, come abitualmente si rileva quando vengono adoperate chiavi false. Ciò aveva lasciato dedurre che, per aprire la cassaforte, fossero servite le stesse chiavi in possesso del titolare dell’ufficio.
Sospetti che hanno avuto piena conferma. Uno dei fermati che, come abbiamo pubblicato, appariva fortemente indiziato, ha fatto oggi un’ampia confessione al questore comm. Carusi e al capitano dei Carabinieri Siragusa. Si tratta del giovane Giorgio William Vizzardelli, nato a Francavilla a Mare (Chieti) figlio del Procuratore del Registro di Sarzana. Il giovanetto che, per la sua età, ha una complessione fisica notevole, ha affermato d aver preso le chiavi della cassaforte dalla giacca che il padre si era tolta appena giunto a casa la sera e di averle rimesse a posto il mattino successivo.
Presa una scure che teneva in casa, ne dimezzava il manico per poterla agevolmente occultare sotto l’abito e, quindi, si portava all’Ufficio del Registro, dove apriva la cassaforte e vi asportava il denaro che vi era contenuto. Mentre stava per uscire, si vedeva venire incontro il guardiano notturno dell’ufficio che, riconosciutolo, gli chiedeva che cosa mai facesse a quell’ora. Per tutta risposta, il giovane vibrava un colpo di scure contro il disgraziato. Poi ritornava a casa nascondendo la somma rubata nello sfiatatoio del camino, dove oggi è stata rinvenuta.

IL SECOLO XIX
PIENA LUCE SUI DELITTI DI SARZANA
L’uccisore del guardiano notturno assassinò anche don Bernardelli, il parrucchiere Delfini e l’autista Veneziani.
La Spezia, 4 gennaio 1940
Luce completa è stata fatta sui delitti che erano stati compiuti a Sarzana e che, malgrado nulla fosse stato tralasciato per scoprirli, erano rimasti avvolti sempre in un inspiegabile mistero.
Allorché in questi giorni veniva arrestato il diciassettenne Giorgio William Vizzardelli, figlio del ricevitore del Registo di Sarzana che, dopo aver perpetrato il furto di circa 12.000 lire dalla cassaforte dell’ufficio del padre, uccideva con inaudita ferocia a colpi di scure
il guardiano notturno Giuseppe Bernardini, il questore comm. Carusi, con la collaborazione del comm. Cozzi e del capitano dei Carabinieri Siragusa, sotto la direzione del Prefetto, affacciavano l’ipotesi che il giovane potesse essere l’autore anche degli altri delitti.
I loro dubbi hanno avuto piena conferma e questa sera il precoce delinquente ha fatto ampia confessione dei suoi misfatti.
Egli ha detto di avere ucciso don Bernardelli – allora aveva 14 anni e mezzo – in quanto era stato colpito da lui a schiaffi, ingiustamente, durante la lezione in classe. Il secondo delitto, l’uccisione del barbiere, fu da lui ordito perché il Delfini sosteneva di averlo riconosciuto come l’autore del tragico fatto del Collegio, ma non lo aveva denunciato e voleva dal Vizzardelli metà della somma rubata e continuamente gli estorceva somme di danaro. Invitandolo nel tassì per condurlo sul luogo ove diceva di avere nascosto il denaro rubato a don Bernardelli, lo uccideva e così il povero autista che era completamente estraneo alla vicenda.
Il Vizzardelli, appassionato lettore di Dostojewski, aveva imparato segretamente a tirare con la pistola, ma fino ad oggi non si aveva sospetto di tendenze criminali da parte sua.

LA LOGICA DEL BURATTINAIO E TUTTI I LIBRI DI RINO CASAZZA:

Sherlock Holmes, Padre Brown e il delitto dell’indemoniata

Sherlock Holmes, Dupin e il match del secolo

Gli enigmi di Don Patrizio

La logica del Burattinaio, nella mente del serial killer

Bergamo sottosopra. Un’avventura di Auguste Dupin e Giuseppe Giacosa

Il Fantasma all’Opera. Un’indagine in cinque atti con Auguste Dupin.

Le regole del gioco. Un’avventura di Auguste Dupin.

Bart

Tutto in venti ore

Chi è Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si é trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora a Milano. E’ da sempre un appassionato (come lettore, prima che come autore) della letteratura "di genere" in tutte le sue sfaccettature: giallo-noir, horror, fantascienza ecc. ecc. Altra sua grande passione sono il cinema, come testimonial la tesi di laurea sulla censura cinematografica, e il teatro, frequentato non solo come spettatore ma anche, in gioventù, come praticante dilettante. Il suo primo testo "letterario" è infatti la trasposizione teatrale della novella di Buzzati "Iago", di cui nel 1985 ha osato una regia. Oltre a numerosi romanzi brevi (tra cui quelli che hanno come protagonista il prete detective Don Patrizio Bruni) e racconti su pubblicazioni, riviste e collane varie, ha pubblicato cinque romanzi, tra cui, lo scorso giugno, il giallo Bergamo sottosopra, 0111 Edizioni. E a luglio il thriller, scritto con Daniele Cambiaso "La logica del Burattinaio", edito da Algama e ispirato al serial killer bambino William Vizzardelli

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