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Le sfide per il campionato del mondo di scacchi: Alekin e Capablanca, lo scacchista nato contro il posseduto

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Nella primavera del 1927, a Buenos Aires, andò in scena uno dei più memorabili psicodrammi della storia degli scacchi.

Il campione del mondo in carica, il cubano Josè Raoul Capablanca, per la prima volta dopo aver detronizzato nel 1921 il mitico Emanuel Lasker,  matematico e  filosofo austriaco  amico di Albert Einstein, accettò di difendere il titolo.

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Il motivo di un così lungo periodo senza sfide mondiali ha due spiegazioni.

Innanzitutto, all’epoca il Campione era considerato come  “proprietario” della corona, tanto da poter dettare le condizioni economiche per rimetterla in palio.  E Capablanca richiedeva allo sfidante, per potersi sedere di fronte a lui davanti alla scacchiera, di raccogliere un montepremi di ben 10000 dollari, ai tempi una cifra stratosferica.

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Ma non è solo questo. Capablanca era un giocatore formidabile, circonfuso da un’aureola d’imbattibilità.

Precocissimo, era divenuto campione cubano a 13 anni. E si raccontava che all’età di quattro avesse strabiliato il padre dimostrando di conoscere le regole del gioco senza che nessuno gliele avesse insegnate.

In verità si poteva ben dire che Caissa, la Dea degli scacchi l’avesse scelto come figlio prediletto.

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Il campionissimo cubano comprendeva il gioco con divina immediatezza, e lo praticava con disarmante facilità. Vincere, per lui, sembrava un gioco da ragazzi, tanto da dar l’impressione che giocar bene fosse una banalità. Lo era solo per lui, naturalmente,  cui bastava un colpo d’occhio per trovare le mosse migliori.

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Negli anni tra la conquista del titolo e il match di Buenos Aires, Capablanca non solo s’era creato una fama di invincibilità, ma lungamente  imbattuto, come nessun’altro mai nella storia,  lo era rimasto per davvero,  dal 1916 al 1924. La sconfitta contro il francese Reti al torneo di New York dopo otto anni dall’ultima subita fu accolta come un evento.

Capablanca era una perfetta macchina da guerra soprattutto nei finali,  quando sulla scacchiera rimanevano solo pedoni e pochi altri pezzi. In tali situazioni contro di lui si poteva sperare solo di non perdere. Per questo motivo, tendeva a scambiare prima possibile la maggior parte dei pezzi.

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L’avversario del campione cubano, Aleksander Alechin, russo successivamente naturalizzato francese, aveva una personalità ed uno stile di gioco completamente diversi.

I suoi inizi, pur assai promettenti. non furono  altrettanto sensazionali di quelli di Capablanca. Ma la sua crescita fu continua e inarrestabile,  sotto la spinta di una volontà di successo paragonabile a quella di  “Bobby” Fisher. Il suo obiettivo, perseguito costantemente, fu di sviluppare  un gioco aggressivo e incalzante che, mutatis mutandis, trova l’uguale solo in quello del fantasioso scacchista lettone del dopoguerra  “Misha” Tal.

Nessuno come Alechin si è trovato a proprio agio in situazioni complicate richiedenti un’analisi profonda e originale.

Se mai è esistito il “demone” degli scacchi, è certo Alechin ne fu posseduto fino all’esasperazione, come dimostrano  gli atteggiamenti ossessivi e nevrotici tenuti anche nella vita privata.

Come Capablanca era solare e lineare, Alechin era cupo e contorto.

I pronostici sul match di Buenos Aires erano tutti sfavorevoli allo sfidante. Anche questi ha in seguito ammesso di ritenersi non ancora pronto per battere il grande avversario.

Nei tornei internazionali degli ultimi anni i risultati di Alechin erano stati lusinghieri ma inferiori non soltanto a quelli di Capablanca, ma anche dell’intramontabile Lasker e del teorico dell’avanguardia, il lettone Aaron Nimzowitch.

Soprattutto, nei confronti diretti col campione del mondo  Alechin era in netto svantaggio, avendo perso cinque volte riuscendo al massimo a strappare pareggi.

Imprevedibilmente, la partita iniziale  registrò la prima vittoria di Alechin nei confronti di Capablanca.

Ma la strada era ancora lunga. La formula dell’incontro  (irrilevanza delle patte, titolo assegnato a chi per primo avesse vinto sei partite) sembrava una montagna impossibile da scalare per il campione russo : come si poteva pensare di infliggere  una mezza dozzina di sconfitte in qualche mese al cubano, che perdeva una partita ogni morte di papa?

Il prosieguo sembrò giustificare l’esito scontato del match: Capablanca si rimise in carreggiata vincendo due partite.

Tuttavia, incominciò a risultare evidente che sarebbe stata una maratona a causa delle numerose patte: alla fine se ne sarebbero contate ben 25.

Una lunga guerra di trincea sembrava, sulla carta, favorire il gioco efficace ed economico di Capablanca, invece accadde qualcosa su cui , in seguito, Aliechin dichiarò di aver speculato preparando il match.

Capablanca da tempo non era più avvezzo al combattimento.  La sua chiara superiorità nei confronti degli avversari lo portava alla superficialità. Era insomma convinto che per vincere non servisse impegnarsi in analisi approfondite, bastando seguire il suo “infallibile” istinto naturale.

Ma aveva di fronte Alechin, un giocatore che metteva in campo, in ogni partita,  una  forza di volontà e  una brama di perfezione enormi.

Così Capablanca perde due partite di seguito. La prima lasciandosi più volte sfuggire il pareggio proprio per aver optato per mosse che, di primo acchito, sembravano  promettenti. La seconda per il contraccolpo psicologico di essere stato inopinatamente tradito dal proprio  fiuto.

Da qui in poi il grande cubano si innervosirà,  non accettando di dover “sudare” sulla scacchiera per prevalere su un avversario tosto.

Si moltiplicano gli episodi in cui per troppa sicurezza o precipitazione vede svanire possibilità di vittoria o chiare occasioni di pareggio, costringendosi a faticosi recuperi.

Finché Alechin rivince un’altra volta, portandosi sul quattro a due. Il suo vantaggio psicologico su Capablanca, che aveva tutto da perdere e, come in un incubo ad occhi aperti, sta effettivamente perdendo, diviene enorme.

Ce la mette tutta, adesso, il cubano, ma Alechin, forte della sicurezza acquisita, non arretra di un passo.

Dopo un lungo periodo di equilibrio, Capablanca riaccende le proprie speranze vincendo, con uno dei suoi limpidi finali, un’altra partita.

Ma il ruolo di inseguitore non fa per lui.  Dopo altre patte di attesa, rompe gli indugi e tenta di forzare, sperando che la Dea Caissa lo assista come ai tempi migliori, ma Alechin si dimostra più forte. Cinque a tre. Nella partita successiva Capablanca, ormai l’ombra di sé stesso, crolla definitivamente.

Il russo è campione mondiale. Non ci sarà nessuna cerimonia di premiazione. Capablanca abbandonerà  l’Argentina lasciando una fredda lettera di complimenti al rivale.

Da li in poi la riconquista del titolo diventerà il suo chiodo fisso, ma Alechin si guarderà bene dal concedere una rivincita, infliggendo a Capablanca lo schiaffo di accettare la sfida di altri giocatori, come se la stella del cubano, e in parte era vero, fosse ormai in declino .

Il campione russo rimarrà sul trono, imbattuto, per tutto il tenebroso  periodo  dell’affermazione dei totalitarismi in Europa sino alla fine della seconda guerra mondiale . Non gli saranno risparmiate accuse di collusione col nazismo, nella stostanza infondate poiché  che egli era, e rimase, soprattutto un uomo fragile in balia del demone degli scacchi.

Morirà in solitudine, in un albergo di Lisbona, sempre più avvitato nella sua monomaniacale dedizione al gioco.

Anche Capablanca, qualche anno prima, aveva fatto una fine tristemente simile, spegnendosi nel buio di una sala cinematografica semivuota,  a New York, con la spina nel cuore di aver tradito la predilezione che la Dea Caissa gli aveva riservato.

Rino Casazza

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La logica del Burattinaio, nella mente del serial killer

Bergamo sottosopra. Un’avventura di Auguste Dupin e Giuseppe Giacosa

Il Fantasma all’Opera. Un’indagine in cinque atti con Auguste Dupin.

Le regole del gioco. Un’avventura di Auguste Dupin.

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Chi è Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si é trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora a Milano. E’ da sempre un appassionato (come lettore, prima che come autore) della letteratura "di genere" in tutte le sue sfaccettature: giallo-noir, horror, fantascienza ecc. ecc. Altra sua grande passione sono il cinema, come testimonial la tesi di laurea sulla censura cinematografica, e il teatro, frequentato non solo come spettatore ma anche, in gioventù, come praticante dilettante. Il suo primo testo "letterario" è infatti la trasposizione teatrale della novella di Buzzati "Iago", di cui nel 1985 ha osato una regia. Ha pubblicato diversi thriller, tra cui "La logica del Burattinaio", scritto con Daniele Cambiaso ed edito da Algama, ispirato al serial killer bambino William Vizzardelli. Specializzato sui romanzi apocrifi sugli investigatori più noti di sempre, il suo ultimo giallo è "Sherlock Holmes, Padre Brown e l'ombra di Dracula"

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