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Un inquietante episodio inedito nella biografia di William Vizzardelli, il Mostro di Sarzana

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Il romanzo “La logica del Burattinaio” è costruito sul parallelismo tra la trama, ambientata ai giorni nostri, e la storia di William Vizzardelli, il pluriassassino adolescente che alle soglie della seconda guerra mondiale, tra i quindici e diciassette anni, imperversò nella cittadina di Sarzana (tanto da guadagnarsi, appunto, l’appellativo di “Mostro di Sarzana”) commettendo, prima di essere fermato, cinque omicidi.

In realtà, la storia di Vizzardelli non finisce con la sua cattura.

LA STORIA DEL MOSTRO SI SARZANA. Leggi 

C’è un’appendice negli anni 70, che lascia attoniti quanto i fatti sanguinari di cui il criminale fu protagonista tra il 1937 e il 1939: dopo esser stato posto in libertà condizionata, Vizzardelli scelse, ottenuta la grazia dal Presidente della Repubblica, di togliersi la vita in modo terribilmente efferato.

Del periodo di prigionia, durato più di trent’anni, si hanno scarse notizie.

LA LOGICA DEL BURATTINAIO E LO “SCUDETTO DI GUERRA” DELLO SPEZIA CALCIO

Risulta un tentativo di fuga, fallito, dal carcere di Marassi, nel 1948, seguito da un lunghissimo periodo di condotta esemplare (anche per questo ottenne la libertà vigilata) in cui Vizzardelli si dedicò allo studio, laureandosi in tedesco e realizzando numerose traduzioni da quella lingua.

Nessuno si aspetterebbe che il Mostro di Sarzana, nel lontano 1944, si trovasse a scontare la pena dell’ergastolo nel carcere di Massa, proprio mentre in quel luogo si verificava una strage nazista di fine guerra, meno nota tra quelle che hanno insanguinato il territorio dell’Apuania, ma forse la più spaventosa.

Allacciate le cinture di sicurezza perché stiamo per riferire qualcosa che sta alla pari con gli episodi più torbidi e cupi della biografia finora conosciuta del Mostro di Sarzana.(*)

Incominciamo con un breve resoconto di quello che gli storici della Resistenza chiamano il massacro delle Fosse del Frigido.(**)

Nel settembre 1944, il carcere di Massa, situato nel Castello Malaspina, era sotto il controllo della Feldgendarmerie (Polizia militare) appartenente alla 16ª divisione volontari delle Waffen SS Panzergrenadier “Reichsführer”.

Tuttavia, il pericoloso avvicinarsi del fonte a seguito dell’offensiva alleata, denominata Operazione Oliva, tesa a sfondare la Linea Gotica, indusse il comando militare tedesco a ordinare il ripiegamento della divisione “Reichfurer”.

La prigione avrebbe dovuto, quindi, essere sgomberata, e trasferiti altrove  i detenuti, in prevalenza comuni stante la sbrigativa fucilazione, già avvenuta, di quasi tutti quelli politici.

L’evacuazione fu programmata per la mattina del 16 settembre 1944. La guarnigione tedesca fece uscire dalle celle i 169 carcerati rimasti al Castello Malaspina, caricandoli su una colonna di camion.

Quando gli automezzi arrivarono al Ponte sul fiume Frigido, il convoglio venne fatto arrestare bruscamente, forse con la scusa dell’avvistamento di uno stormo di caccia alleati, ordinando a tutti di scendere e di rifugiarsi in alcuni crateri scavati dalle bombe in precedenti attacchi.

Lì vennero sterminati a raffiche di mitraglia e ricoperti di terra.

Non sfuggirà la cinica disumanità dell’operazione: non c’era alcun motivo di passare per le armi le vittime, se non che avrebbero fatto da fastidiosa “zavorra” alla ritirata del reparto.

Le agghiaccianti foto a cappello di questo articolo, tratte dal citato libro di Alina Gjika, sono state scattate durante l’esumazione dei cadaveri, che poté avvenire solo nei primi mesi del 1947.

E il Mostro di Sarzana, vi chiederete giustamente?

Come mai non è finito, come gli altri, crivellato di proiettili, nelle fosse del Frigido?

Bene, i due testi citati in nota rivelano che William Vizzardelli era tra gli unici tre scampati alla strage. Non ci sono dubbi poiché la notizia proviene da Don Angelo Ricci, cappellano del carcere, cui si deve la pietosa ricostruzione dell’elenco delle vittime dopo la guerra.

I tre fortunati erano stati scelti dal Comandante del Corpo di Guardia del carcere Malaspina come servitù personale.

Hanno avuto salva la vita come ricompensa dei loro buoni servigi. Le mansioni svolte erano cuoco, cameriere e infermiere.

Nel libro di Alina Gjika Vizzardelli viene indicato come l’infermiere, riportando un episodio di non chiara attendibilità: nei giorni precedenti alla strage sarebbe stato impegnato a curare un fastidioso “vespaio” sul collo del Comandante.

Addirittura, lamentatosi perché gli toccava rimanersene a Massa mentre i suoi compagni di carcere avevano la fortuna di poter sfollare, avrebbe ricevuto la sibillina risposta che “un giorno avrebbe ringraziato” di quel trattamento sfavorevole.

Non risulta che Vizzardelli avesse competenze infermieristiche.

Avrebbe potuto apprenderle in carcere, anche se dall’inizio della sua detenzione, all’epoca, erano passati solo cinque anni. Non si spiega comunque come mai di questa abilità non si sappia più nulla nel resto della sua vita.

È più probabile, dovendosi allo stesso modo escludere sue competenze culinarie, che facesse il cameriere.

Pur in assenza di conferme, la conoscenza della lingua tedesca che Vizzardelli mostrò in seguito indica nella capacità di interloquire con i militari occupanti il motivo per cui venne preso a servizio del Capo della guarnigione.

Probabilmente, anche gli altri due scampati al massacro furono scelti per la stessa ragione.

La notizia che stiamo riportando avrebbe il valore di semplice curiosità storica, se non fosse che la figura di William Vizzardelli suscita interesse perché sulla personalità del “mostro giovinetto” ancora oggi sappiamo pochissimo.

I PRIMI DUE CAPITOLI DE LA LOGICA DEL BURATTINAIO. Leggi

 

Può apparire strano che la psicologia di un pluriassassino condannato all’età di 17 anni, rimasto in carcere per trentanni, e in libertà vigilata per quattro, rimanga un mistero. Eppure è proprio così.

Le ragioni profonde delle sue efferatezze non sono mai state approfondite.

Non al processo, chiusosi in fretta prendendo atto della sua confessione, riscontrata con prove inconfutabili, e non in seguito, per il riserbo in cui Vizzardelli si è chiuso, rifiutandosi sempre di parlare di sé. Un ritegno cui ha corrisposto quello dei suoi famigliari.

È inevitabile che il coinvolgimento del Mostro di Sarzana nella strage delle Fosse del Frigido scateni tutta una serie di congetture.

Innanzitutto, viene spontaneo chiedersi se un individuo che aveva mostrato, ai tempi della sua attività criminale, non comuni doti di lucidità ed astuzia, che gli avevano permesso di non farsi scoprire per tre anni, nonostante l’impegno della polizia fascista, potesse non essersi accorto di cosa si preparava al Carcere di Massa.

Nel qual caso, non potrebbe Vizzardelli, se era quel “delinquente per natura”, una specie di incarnazione del male, che si diceva, aver scelto di mettersi dalla parte delle SS?

Ci rendiamo conto che si tratta di un volo di fantasia, ma si può  persino  supporre che Vizzardelli abbia messo a disposizione dei carnefici il proprio sia pur rudimentale bilinguismo per aiutarli a ingannare gli altri detenuti, ignari, secondo la ricostruzione più accreditata, che quel trasferimento improvviso significava la morte…

Potrebbe esser questo, in tal caso, ad aver guadagnato a Vizzardelli la salvezza…

Si consideri che l’unico dei tre superstiti di cui si conosce l’identità è lui. E se il solo sopravvissuto fosse Vizzardelli, aiutante tuttofare del capo della guarnigione, i cui servigi di cameriere, cuoco ed infermiere sarebbero poi stati attribuiti a tre persone diverse?

Non dimentichiamo che, all’epoca, il Mostro doveva essersi tutt’altro che ravveduto, se è vero che, solo quattro anni dopo, non si fece scrupolo di tentare l’evasione dal carcere di Genova e che, comunque, la sua fama luciferina era ancora ben viva, come attestano le voci, false ma indicative, che fosse effettivamente fuggito dal carcere per unirsi alle Brigate Nere e commettere al loro fianco le peggiori scelleratezze…

È altresì oscuro che cosa accadde dopo che il massacro si fu consumato e la “Reichfurer”, sgravatasi del suo “fardello”, poté allontanarsi da Massa.

Vizzardelli, questo è certo, prosegue la detenzione.

Come mai?

Quale occasione migliore, ben più favorevole di quella che gli si presenterà nel 1948, per fuggire?  Il carcere completamente vuoto, la città allo sbando per la minaccia alleata, il cui cannoneggiare si doveva persino sentire, in lontananza… Non sapendosi più nulla sulla sorte degli altri due superstiti, si deve supporre che, loro sì, siano riusciti a dileguarsi.

Non è irragionevole che i tedeschi, specie se avevano ottenuto il suo aiuto, avessero offerto in cambio a Vizzardelli non semplicemente la vita, ma anche la libertà.

Il mistero del “serial killer bambino” lascia addirittura spazio a una teoria ancor più sorprendente, che si accorda con la conclusione della vita straordinaria e disgraziata del Mostro: l’alunno del Collegio “Le Missioni”, capace di freddare spietatamente cinque persone, è rimasto nel carcere di Massa, attendendo che la sua gestione tornasse alla normalità, perché non aveva intenzione di sottrarsi alla pena.

Riconoscendola come una giusta punizione per i propri delitti, voleva aspettare di scontarla fino all’ultimo giorno.

Solo a quel punto se ne sarebbe potuto andare.

Ma dalla vita, come ha fatto nel 1973, piantandosi una forbice in gola dopo aver appreso la notizia che il Presidente Saragat gli aveva concesso la grazia…

(*) I testi più esaurienti sulla storia di Vizzardelli si devono a Danilo Soragna:
– Frenesia omicida, Edizioni Bottazzi Suzzara, 1993
– Delitti di gioventù, Edizioni Punto Rosso, 2009

(**) Vedi, in particolare:
-Il carcere di Massa e l’Eccidio delle fosse del fiume Frigido, 1943-1945, Alina Gjika, Massa, 2004
-Sangue d’Apuania, Daniele Rossi, Pontremoli , 2010

Rino Casazza

LA LOGICA DEL BURATTINAIO E TUTTI I LIBRI DI RINO CASAZZA:

Sherlock Holmes, Dupin e il match del secolo

Gli enigmi di Don Patrizio

La logica del Burattinaio, nella mente del serial killer

Bergamo sottosopra. Un’avventura di Auguste Dupin e Giuseppe Giacosa

Il Fantasma all’Opera. Un’indagine in cinque atti con Auguste Dupin.

Le regole del gioco. Un’avventura di Auguste Dupin.

Bart

Tutto in venti ore

Chi è Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si é trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora a Milano. E’ da sempre un appassionato (come lettore, prima che come autore) della letteratura "di genere" in tutte le sue sfaccettature: giallo-noir, horror, fantascienza ecc. ecc. Altra sua grande passione sono il cinema, come testimonial la tesi di laurea sulla censura cinematografica, e il teatro, frequentato non solo come spettatore ma anche, in gioventù, come praticante dilettante. Il suo primo testo "letterario" è infatti la trasposizione teatrale della novella di Buzzati "Iago", di cui nel 1985 ha osato una regia. Oltre a numerosi romanzi brevi (tra cui quelli che hanno come protagonista il prete detective Don Patrizio Bruni) e racconti su pubblicazioni, riviste e collane varie, ha pubblicato cinque romanzi, tra cui, lo scorso giugno, il giallo Bergamo sottosopra, 0111 Edizioni. E a luglio il thriller, scritto con Daniele Cambiaso "La logica del Burattinaio", edito da Algama e ispirato al serial killer bambino William Vizzardelli

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