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Banche, il problema è sempre avere più capitale

Italia mia, benché il parlar sia indarno, vorrei spiegarti due o tre cose facili facili sui guai del tuo sistema bancario, il cui problema più grave è in questo momento quello dei crediti non performanti (npl, dalla sigla dell’espressione inglese Non-Performing Loans). Guarda, cara Italia, che dal punto di vista tecnico la questione non potrebbe essere più semplice. C’è molta gente che non può restituire i soldi presi a prestito, dunque è aumentato il rischio; bisogna allora – per potersi sentire tranquilli – aumentare il capitale di rischio. Cioè quello che in caso di perdite le sopporta per primo, così solo in casi estremi la banca andrà a rompere i santissimi a obbligazionisti, correntisti e contribuenti. Tutto qui. Non c’è la minima difficoltò concettuale.

Il diavolo, more solito, spunta non appena si va in qualche dettaglio. Come si fa a integrare il capitale di una banca e portarlo al livello richiesto? Il mercato, di aumenti di capitale non vuole nemmeno sentirne parlare. I piccoli investitori italiani si stanno ancora leccando le ferite del crac Parmalat, che ha mostrato la scarsa onestà dei manager e la carentissima protezione del risparmiatore. (Niente di ciò che è venuto dopo ha smentito quella lezione, anzi!) Gli operatori professionali, be’, neanche quelli hanno poi ’sta gran voglia di farsi avanti… e un motivo ci sarà pure, o no? Se del caso, preferiscono fare i consulenti, cosa che si può fare senz’euro scucire e magari facendosi pagare parcelle superiori alla capitalizzazione di Borsa del cliente, come JP Morgan e Mediobanca con Montepaschi. Fare il consulente ha questo di bello, che uno consiglia e basta, non mette i soldi.

C’è un’altra via per aumentare il capitale del sistema finanziario: cedere gli npl a un soggetto esterno. Il risultato finale della cessione equivale in modo perfetto a un aumento di capitale, solo non di una singola banca, ma dell’intero sistema. Se una banca è piena di crediti non performanti e li cede a una bad bank o un’impresa di recupero crediti, ciò da una parte attenua il suo fabbisogno di capitale, mentre dall’altra comporta che qualche altro ente – appunto la nuova bad bank o l’impresa recuperi – impieghi in questo modo il capitale di cui dispone. Nell’insieme del settore, dunque, il capitale di rischio si accresce. Si spera anche che gli acquirenti, essendo specializzati, siano più bravi a receuperare i crediti. Gira e rigira, insomma, i problemi sono sempre e solo due: il Problema (trovare i soldi) e il vice-problema (recuperare i soldi).

L’orrenda volatilità in Borsa dell’azione Mps, negli ultimi giorni, ha mostrato con chiarezza che il vento delle aspettative sta soffiando contro le banche. E il perché è ovvio: Marco Morelli, Ceo per grazia di Renzi del Monte dei Paschi di Siena, ha detto abbastanza chiaramente che nessuno si è ancora assunto impegni vincolanti, neppure di massima, nella ricapitalizzazione della banca. Si capisce allora che in un giorno il prezzo del titolo Mps possa segnare da + 25% a – 25%. Anche per le altre banche si parla, si parla, ma non spunta fuori niente di ben definito, con nome cognome e cifre. Si può portare il vegano alla griglieria, ma non si può costringerlo a ordinare bistecca alla fiorentina.

Quando gli spiriti animali di keynesiana memoria làtitano, chi deve intervenire? Repetita iuvant: lo Stato. Se è reale e non solo a parole, l’intervento promette di essere efficace. C’è qualche esempio. Banca Popolare di Bari ha ceduto a una bad bank 500 milioni di npl, al 30% del valore nominale. I crediti sono stati cartolarizzati e poi divisi in tre tranche. La tranche senior, da 126,5 milioni, è sostenuta dallo Stato con la Gacs, la Garanzia pubblica per la cartolarizzazione delle sofferenze bancarie. A questo punto le tranche mezzanina da 14 milioni e junior, da 10, si potrebbero anche gettare via – visto che il valore della tranche senior, grazie alla garanzia dello Stato, schizza subito verso l’alto, e altro che 30% vale. Facile, vero? Aggiungiamoci un interventino sul versante del Recupero Ghelli, come il Montepaschi sta facendo con il sistema Juliet di gestione dei crediti difficili, e forse un bel momento avremo qualche risultato, Italia mia, benché il parlar sia indarno.
Paolo Brera

 

 

 

Chi è Paolo Brera

Paolo Brera è nato nel secolo scorso, non nella seconda metà che sono buoni anche i ragazzini, ma nell’accidentata prima metà, quella con le guerre e Charlie Chaplin. Poi si è in qualche modo trascinato fino al terzo millennio. Lo sforzo non gli è stato fatale, ma quasi, e comunque potete sempre aspettare seduti sulla riva del fiume. Nella sua vita ha fatto molti mestieri, che a leggerne l’elenco ci si raccapezza poco perfino lui: assistente universitario di quattro discipline diverse (storia economica, diritto privato comparato, eocnomia politica e marketing), vice export manager di un’importante società petrolifera, consulente aziendale, giornalista, editore, affittacamere e scrittore. Ha pubblicato una settantina di articoli scientifici o culturali, tradotti in sei lingue europee, due saggi (Denaro ed Emergenza Fame, quest’ultimo pubblicato insieme a Famiglia Cristiana), due romanzi e una trentina di racconti di fantascienza, sei romanzi e una decina di racconti gialli, più un fritto misto di altri racconti difficili da definire. Negli ultimi anni si è scoperto la voglia di tradurre grandi autori, per il piacere di fare da tramite fra loro e il pubblico italiano. Questo ha voluto dire mettere le mani in molte lingue (tutte indoeuropee, peraltro). Il conto finora è arrivato a quindici. Non è che le parli tutte, ma oggi c’è il Web che per chi lo sa usare è anche un colossale dizionario pratico. L’essenziale è rendere attuali questi scrittori e i loro racconti, sfuggire all’aura di erudizione letteraria che infesta l’accademia italiana, e produrre qualcosa che sia divertente da leggere. Algama sta ripubblicando le sue opere in ebook, a partire dalla serie dei romanzi con protagonista il colonnello De Valera.

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