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A mare si gioca

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“Giocano tutti
Si può giocare al gioco dello scafo
Si sale tutti su un gommone
Fino a riempirlo all’inverosimile
Quando quello che porta il gommone
Che comanda
Dice di buttarsi tutti a mare
Ci si butta a mare
È un gioco.”

A Cagliari ci sono bambini che non sono mai scesi dal barcone. Navigano sbattendo le spalle contro le onde che s’infrangono sul loro presente.
A Cagliari c’è il pesce fresco da prendere direttamente dai pescatori, giù al porto. C’è una brezza che ti scompiglia i capelli.
A Cagliari c’è una scuola e i bambini giocano tra di loro. Si rincorrono, si abbracciano e poi litigano, come bambini.
Ci sono due orfani provenienti dall’Egitto e dall’Etiopia. No, non due orfani, due bambini.
Hanno nove e tredici anni e un solo pensiero nella vita: giocare.
Non perché siano arrivati in Italia salvandosi dalle miserie della propria terra, ma perché sono bambini.
Abbiamo perso tutti.
Ogni volta che quei due bambini verranno additati mentre saranno costretti ad andare in un bagno diverso da quello concesso ai loro compagni di classe, avremo perso.
Hanno perso i cagliaritani, i sardi, gli italiani, l’Europa intera.
Perché è comodo, troppo comodo, sentirsi diversi.
Ed è comodo ascoltare il dottor Pietro Bartolo in Tv e sostenerlo con un appaluso spudorato.
Grande uomo. Grande coraggio.
E poi?
E poi due bambini attraversano un corridoio deserto per raggiungere un bagno per negri.
Un bagno per negri.
Un bagno per negri.
Fa male?
Due bambini che si ritrovano soli, orfani, in un paese inospitale che li giudica, li condanna, li umilia.
Mentre abbiamo pianto e riempito pagine e pagine di aforismi di Mandela ci siamo sentiti tutti negri e fratelli. E pisciavamo tutti nello stesso bagno.
Ho letto un’infinità di commenti.
E ho capito solo che Mandela è morto invano.
Ora provate a chiudere gli occhi. Immaginate un barcone sommerso dalle onde e le urla. La persona che vi stava accanto sfuggirvi alla vista mentre un tuono copre la sua richiesta d’aiuto.
Immaginate mentre cercate con lo sguardo vostra madre e non la trovate più.
E le onde che si alzano. E il barcone che s’inclina. E le urla sempre più terrorizzate.
Immaginate di trovarvi sott’acqua, con i polmoni che vi bruciano e la vista che si annebbia.
La vedete la nonna rimasta sulla sedia che vi guardava partire con le mascelle serrate in un doloroso addio e così tanta voglia di piangere?
Li sentite i morsi della fame?
Ora la costa sembra così vicina. Qualche bracciata e vi ritroverete con mamma e papà a vivere.
A Vivere.
Ora riaprite gli occhi, ma piano.
Perché la luce del corridoio da percorrere prima di arrivare in classe potrebbe accecarvi.
C’è un cartello sulla porta che dice “negri” o “stranieri”, invece che “bambini”.
Aprite il rubinetto, vi sciacquate la faccia e vorreste ci fosse un tuono che copra il vostro grido di rabbia.
Perché in fondo volevate solo correre, ridere, vivere e giocare.
Volevate solo essere bambini.
Solo bambini.

“Si gioca
Ci sono bambini
Che giocano a stare immobili con la faccia in acqua
Senza respirare
Perché tanto lo sanno
Che sta per arrivare la mano forte del papà
Che li prenderà e li farà giocare.”

Alex Rebatto

“A mare si gioca” di Nino Frassica

2084 di Alex Rebatto per ALGAMA Editore

 

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Chi è Alex Rebatto

Alex Rebatto, classe 1979. Ha collaborato nei limiti della legalità con Renato Vallanzasca ed è stato coautore del romanzo biografico “Francis”, sulle gesta del boss della malavita Francis Turatello (Milieu editore), giunto alla quarta ristampa. Ha pubblicato il romanzo “Nonostante Tutto” che ha scalato per mesi le classifiche Amazon. Per Algama ha pubblicato il noir "2084- Qualcosa in cui credere"

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