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La capanna dello zio Rom chiude la saga di Lazzaro Santandrea: è venuto il momento di riconoscere la grandezza di Andrea G. Pinketts

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Chi mi conosce sa che sono un convinto “simenoniamo”, ovvero un sostenitore della formula narrativa del grande autore franco-belga.

Georges Simenon scrive con un vocabolario elementare, ricorrendo a descrizioni sempre molto “visive”, semplici quanto armoniose.

Come il suo eroe più famoso, il Commissario Jules Maigret, investigatore antideduttivo per eccellenza, che nelle sue inchieste rifugge dalla logica, cercando piuttosto di entrare in empatia con l’ambiente e le persone coinvolte, Simenon fa parlare i fatti e i personaggi, senza commenti, prendendo per mano il lettore e conducendolo, sicuro ma discreto, attraverso la storia.

In una memorabile intervista Simeon dichiarò che se la stesura di un passo gli piaceva particolarmente, la cassava subito: sintomo che aveva scritto per sé e non per il lettore.

Famosa anche la sua massima “Se piove, scrivo piove, non il cielo piange”.

Non solo: il padre di Maigret propugnava quella che potremmo definire la “misura aurea” del romanzo, ovvero una lunghezza che consenta al lettore, se vuole, di leggere il racconto tutto d’un fiato.

Non sfuggirà che la narrativa di Andrea G. Pinketts è agli antipodi di tutto ciò.

I romanzi dello scrittore milanese non solo non rispettano la “misura aurea”, ma sono un fuoco d’artificio continuo di trovate linguistiche, calembour, citazioni multiple e richiami interdisciplinari.

Ebbene, sono “simenoniano” ma riconosco il diritto all’eccezione.

Ci sono scrittori di così grande talento che possono, devono anzi, permettersi di uscire da qualsiasi schema, dando sfogo alla loro straripante capacità inventiva e linguistica.

Costoro ottengono comunque la mia ammirazione incondizionata.

Saranno una decina in tutto, una sparuta pattuglia di virtuosi della penna che comprende, cito a caso, Proust, Joyce, Celine e, tra gli italiani, Gadda e Bufalino.

Pinketts è meritevole di entrare in questo Olimpo.

Anche se molti, troppi, conoscono Pinketts come personaggio televisivo accattivante per sua originalità, di modi e di giudizio, si tratta di un romanziere che, negli ultimi venticinque anni, ha dato vita al “ciclo di Lazzaro Santandrea”.

Con “La capanna dello zio Rom”, uscito a inizio estate, siamo giunti al decimo titolo.

LEGGI L’ARTICOLO DI EDOARDO MONTOLLI SU LA CAPANNA DELLO ZIO ROM

L’ultimo, secondo solenne dichiarazione dell’interessato, al quale non c’è motivo di non credere, anche se la saga si sarebbe dovuta chiudere alla sesta puntata, nel 2001, con la morte dell’eroe protagonista in “Fuggevole turchese”, invece letteralmente risorto per prolungare di altri quattro episodi la sua epopea.

Pinketts viene classificato come scrittore di “gialli” o “noir”.

Una definizione sbagliata, più che riduttiva.

Nessuno più di lui richiede la definizione di scrittore “tout court”, senza incasellamenti di genere.

Intendiamoci: Lazzaro Santandrea è coinvolto in vicende dove i risvolti polizieschi sono evidenti, e il personaggio stesso non disdegnerebbe l’appellativo di “investigatore”, solo che, di nuovo, a quest’ultima parola non andrebbe aggiunto nulla.

Lazzaro Santandrea è un investigatore, punto.

Ma siamo ancora ben lontani dall’aver penetrato la sostanza della narrativa pinksettiana.

Credo non sia iperbolico pensare che Pinketts, con la sua eccezionale padronanza e versatilità espressiva, avrebbe potuto dedicarsi a comporre un unico libro memorabile, un ”Horcinus Horca” all’ennesima potenza, che fondesse innovazione linguistica e profondità tematica.

Invece, ha preferito alla strada maestra della narrativa “alta”, quella dei Premi Strega e della celebrazione da parte dei critici “laureati”, una via più difficile, ma più congeniale alla sua natura profondamente anticonformista.

Ha scelto il ghetto del “genere”, la letteratura poliziesca, non per contribuire col proprio talento alla sua rivalutazione ( secondo lui non ne ha bisogno) ma per compiere la paradossale impresa inversa: rivalutare la narrativa “alta” e questa sì, ammettiamolo, ne ha bisogno.

Con Pinketts la scrittura ricca e raffinata della letteratura con la L maiuscola accetta di sporcarsi le mani non solo con una delle componenti più significative della cultura popolare, il “giallo” e il “noir” appunto, ma con tutta la cultura di massa, dal fumetto ai “b movie”, dalle canzonette al varietà televisivo.

La cultura di massa entra nell’universo stilistico di Pinketts in una rete di rimandi espliciti ed echi nascosti. Mescolandosi disinvoltamente a un altrettanto robusto sostrato di cultura “classica”, letteraria e filosofica.

Vi potrebbe tranquillamente capitare, leggendo una pagina di Pinketts, di trovare a braccetto Nietzche e Rockerduck, Marcuse e Lamberto Bava.

Non basta ancora.

Se Pinketts fosse solo un virtuoso della scrittura, la sua importanza andrebbe ridimensionata.

Invece lo stile, nella sua narrativa, è il grimaldello di un bisogno famelico, “matto e disperatissimo”, di conoscere in profondità il significato sfuggente della propria vita e del mondo.

Un’impresa impossibile ma a cui non può rinunciare, e che fa di lui una sorta di Diogene moderno, che va in giro nel buio in cerca dell’Uomo con la lanterna della sua penna, instancabile nell’offrire a sé ed agli altri angolazioni nuove e spiazzanti della realtà.

Quando la lente d’ingrandimento, o telescopio stellare, pinkettsiano si ferma su uno scorcio del teatro del mondo, sia esso un personaggio (spesso trasfigurazione emblematica di persone reali, come ad esempio Edoardo Montolli/Montoya, giornalista e scrittore padre di questo blog)  una natura morta, un’idea astratta, o qualsiasi altro oggetto d’attenzione, ce lo restituisce messo a fuoco da un’ottica originale.

Le frasi usate per descriverlo non sono mai quelle solite, ma una combinazione nuova del significante e/o del significato delle parole.

Il risultato è, a volte, una pura suggestione sonora, altre un concetto che ci costringe a interrogarci sulle nostre convinzioni acquisite, o perse.

A volte, né più né meno che un dito puntato verso l’inesprimibile.

E la storia, direte voi, l’intreccio?

Anche se Pinketts scrive rigorosamente di getto, senza correzioni, e “guidando nella nebbia” (cioè senza conoscere la strada), non temete: c’è.

E molto più solido e strutturato di quel che le inesauste e di per sé appaganti divagazioni farebbero presagire. Ci sono pure i colpi a sorpresa, e un finale autenticamente risolutivo, come richiede il genere scelto.

Ma, come dice il poeta ( o cantautore, fa lo stesso), non si viaggia per arrivare a destinazione, bensì “per la stessa ragione del viaggio”.

Rino Casazza

LA LOGICA DEL BURATTINAIO E TUTTI I LIBRI DI RINO CASAZZA:

La logica del Burattinaio, nella mente del serial killer
Bergamo sottosopra. Un’avventura di Auguste Dupin e Giuseppe Giacosa
Il Fantasma all’Opera
Tutto in venti ore

Chi è Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si é trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora a Milano. E’ da sempre un appassionato (come lettore, prima che come autore) della letteratura "di genere" in tutte le sue sfaccettature: giallo-noir, horror, fantascienza ecc. ecc. Altra sua grande passione sono il cinema, come testimonial la tesi di laurea sulla censura cinematografica, e il teatro, frequentato non solo come spettatore ma anche, in gioventù, come praticante dilettante. Il suo primo testo "letterario" è infatti la trasposizione teatrale della novella di Buzzati "Iago", di cui nel 1985 ha osato una regia. Oltre a numerosi romanzi brevi (tra cui quelli che hanno come protagonista il prete detective Don Patrizio Bruni) e racconti su pubblicazioni, riviste e collane varie, ha pubblicato cinque romanzi, tra cui, lo scorso giugno, il giallo Bergamo sottosopra, 0111 Edizioni. E a luglio il thriller, scritto con Daniele Cambiaso "La logica del Burattinaio", edito da Algama e ispirato al serial killer bambino William Vizzardelli

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