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Le famiglie italiane hanno un reddito inferiore del 31% a quello dei tedeschi. Come mai?

Se confrontiamo il livello economico dell’Italia con quello di altri Paesi mediante il pil pro capite, a prima vista il risultato non sembra poi da piangere. Espresso in dollari con eguale potere d’acquisto, cioè tecnicamente in PPP (Purchasing Power Parities), nel 2015 il nostro pil era di 35.700 per abitante, contro appena meno per la Spagna (34.800).

 

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Francia e Gran Bretagna avevano un buon 15% in più (41.200 l’una e l’altra) e la Germania, che arrivava a 46.900, parecchio in più (31%). Maluccio, certamente, però non un disastro. Nei primi anni Novanta eravamo messi meglio rispetto agli altri, ma nell’ultimo quarto di secolo l’alternanza al governo fra Berlusconi e il centro-sinistra non ha saputo porre rimedio al declino: l’uno e l’altro quando erano al posto di comando hanno aumentato il debito alzato le tasse e squilibrato i conti pubblici, senza fare praticamente niente per rilanciare l’economia. Ma comunque cosa fatta capo ha, il passato non lo si può cambiare, il presente anch’esso è quello che è e solo il futuro è ancora da scrivere.

Però c’è un problema in queste cifre. Usano una media aritmetica del prodotto. E una simile media dice sì qualcosa, ma per la ben nota legge del Pollo di Trilussa, non dice tutto. Perché se invece proviamo a considerare il reddito disponibile delle famiglie, anch’esso rapportato al numero dei membri, e al posto della media aritmetica prendiamo la mediana, che è il valore al di sopra e al di sotto del quale c’è lo stesso numero di elementi, il quadro che ne ricaviamo è ben diverso. L’ha fatto l’Economist, e i risultati devono farci riflettere.

Il reddito disponibile è ciò che le famiglie portano a casa e possono spendere. Insomma, dal reddito lordo si tolgono le tasse, che noi paghiamo ma è qualcun altro a spendere. Anche questa quantità non ci dice proprio tutto, visto che ne restano fuori i servizi gratuiti (buona parte della spesa sanitaria, per esempio), ma nel complesso è un buon indicatore del benessere di cui godiamo.

Si usa la mediana perché in condizioni di forte diseguaglianza la media aritmetica dice pochino. Facciamo un esempio. Se immaginiamo un Paese, la Lemuria o la Trumpia, dove ci siano solo dieci famiglie, una con un reddito di 12.000 euro all’anno, otto con 24.000 e la famiglia di Creso Tessier-Ashpool con 252.000, la media è 45.600. Però in tutta la Trumpia non c’è neppure una famiglia che guadagna così, e il comportamento economico “normale” sarà quello della famiglia mediana, che ha 24.000 euro all’anno e li deve far bastare. Le auto di fascia medio-alta avranno un mercato limitato: solo le famiglie della media aritmetica, se ci fossero, se ne potrebbero permettere una.

Chiarito perché ci serve la mediana, in Italia le famiglie, in moneta corrente (valute nazionali convertite poi in dollari per poter fare confronti internazionali), hanno a disposizione 8.289 dollari per ciascun membro. Poco più della Russia, dove i dollari sono 7.641. I francesi hanno 13,317 dollari e i tedeschi 14.350. Questo ci informa che le famiglie che hanno 8.289 per persona stanno meglio di una metà della popolazione e peggio dell’altra metà. Cioè costituiscono in qualche modo la “normalità” del Paese.

Perché l’Italia è messa così male? Semplice: negli ultimi venticinque anni siamo cresciuti poco ed è anche aumentata la diseguaglianza. Scondo i dati forniti sempre dall’Economist ma in un altro articolo, fra il 1985 e il 2013 l’indice di Gini relativo al reddito disponibile delle famiglie (detratte le imposte ma aggiunti i trasferimenti) è passato da meno di 0,30 a 0,33, cioè dalla media Ocse a un po’ più della media. La diseguaglianza è aumentata dappertutto, ma l’Australia e il Canada, che prima erano più diseguali dell’Italia, oggi lo sono di meno.

Stagnazione e diseguaglianza non sono come la pioggia – però anche loro sono colpa del governo. O meglio, della Casta, che resta sempre quella anche quando cambiano le chiappe assise sulle poltrone dei ministri. Una Casta che demoralizza il popolo italiano caricandolo di tasse, perpetuando privilegi ingiustificati che gridano vendetta al Cielo e non facendo quello che è il dovere di ogni governante: creare le condizioni esterne perché i produttori (lavoratori e imprenditori) possano realizzare il meglio.
Paolo Brera

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Chi è Paolo Brera

Paolo Brera è nato nel secolo scorso, non nella seconda metà che sono buoni anche i ragazzini, ma nell’accidentata prima metà, quella con le guerre e Charlie Chaplin. Poi si è in qualche modo trascinato fino al terzo millennio.Lo sforzo non gli è stato fatale, ma quasi, e comunque potete sempre aspettare seduti sulla riva del fiume. Nella sua vita ha fatto molti mestieri, che a leggerne l’elenco ci si raccapezza poco perfino lui: assistente universitario di quattro discipline diverse (storia economica, diritto privato comparato, eocnomia politica e marketing), vice export manager di un’importante società petrolifera, consulente aziendale, giornalista, editore, affittacamere e scrittore. Ha pubblicato una settantina di articoli scientifici o culturali, tradotti in sei lingue europee, due saggi (Denaro ed Emergenza Fame, quest’ultimo pubblicato insieme a Famiglia Cristiana), due romanzi e una trentina di racconti di fantascienza, sei romanzi e una decina di racconti gialli, più un fritto misto di altri racconti difficili da definire.Negli ultimi anni si è scoperto la voglia di tradurre grandi autori, per il piacere di fare da tramite fra loro e il pubblico italiano. Questo ha voluto dire mettere le mani in molte lingue (tutte indoeuropee, peraltro). Il conto finora è arrivato a quindici. Non è che le parli tutte, ma oggi c’è il Web che per chi lo sa usare è anche un colossale dizionario pratico. L’essenziale è rendere attuali questi scrittori e i loro racconti, sfuggire all’aura di erudizione letteraria che infesta l’accademia italiana, e produrre qualcosa che sia divertente da leggere. Algama sta ripubblicando le sue opere in ebook, a partire dalla serie dei romanzi con protagonista il colonnello De Valera.

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