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Vizzardelli, il Mostro di Sarzana: ecco la vera storia del serial killer bambino

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In occasione dell’uscita in ebook da Algama Editore de La logica del burattinaio di Rino Casazza e Daniele Cambiaso, pubblichiamo la ricostruzione fatta dallo stesso Rino Casazza e da me della vicenda che ha ispirato il romanzo: state per leggere la vera storia di colui che può essere definito il primo serial killer italiano, l’assassino minorenne che divenne il più giovane ergastolano d’Italia, passato alla storia come il Mostro di Sarzana.

Carrara, 11 agosto 1973

In una casa del popolare quartiere di San Luca, la professoressa Liliana Vizzardelli scopre che il fratello si è chiuso a chiave nel bagno. Chiama immediatamente un vicino di casa, il carabiniere Arturo Nicelli, che sfonda la porta. Lo spettacolo è agghiacciante: il fratello, feritosi a un braccio e alla gola con un coltello da cucina, si è lasciato morire dissanguato, con la testa appoggiata sul water perché il sangue defluisse nella tazza. La morte, risalente a molte ore prima, dev’essere stata lenta e dolorosa.

Il maresciallo dei carabinieri Ciro Intermite, tra i primi a compiere i rilievi del caso, non può fare a meno di notare l’attenzione del suicida nei confronti della sorella: ha appeso le sue scarpe alla chiave della porta con una cordicella, per impedire che si macchiassero di sangue.

I giornali locali riempiono le pagine della solitamente tranquilla cronaca estiva con la notizia della tragedia e dei suoi retroscena. Il suicida non è una persona qualunque: si tratta dell’uomo che, circa trentacinque anni prima, era salito agli onori delle cronache nazionali con il soprannome di Mostro di Sarzana.

Sarzana, 4 gennaio 1937

È il primo giorno di lezione dopo le vacanze di Natale, nel collegio Casa delle Missioni, gestito dall’ordine di San Vincenzo de’ Paoli. Gli studenti Bassano, Collini e Oleggini stanno camminando in corridoio, nei pressi della direzione, quando echeggiano numerosi colpi di arma da fuoco. Un uomo con il volto coperto da una sciarpa e da un cappello esce correndo dall’ufficio del direttore, senza smettere di sparare. Bassano resta ferito, mentre l’individuo prosegue la sua corsa verso le scale.

Lo sconosciuto incrocia don Andrea Bruno, il portiere del collegio, e gli spara al torace, a distanza ravvicinata. Quando il personale accorre sul luogo della sparatoria, l’uomo si è già dileguato.

Nel suo ufficio, don Umberto Bernardelli, direttore del collegio, è a terra dietro la scrivania, morto. Il cassetto in cui il direttore teneva una busta con una rilevante quantità di denaro è aperto e vuoto.

Arrivano i carabinieri, guidati dal brigadiere Mignone, che cerca di interrogare i feriti prima che vengano trasportati in ospedale. Don Bruno riesce a parlare, benché a fatica. Alla domanda sull’identità dell’assassino, ripete la parola «Avviamento», riferendosi alla Scuola di Avviamento adiacente al colleggio. Parla di «Registro», tanto che uno degli studenti corre a prendere un registro e gli legge dei nomi, ma il ferito scuote il capo. L’ultimo indizio che riesce a dare al brigadiere riguarda l’abito marrone dello sconosciuto, indicazione confermata dai due studenti Collini e Oleggini. Il portiere del collegio morirà alcune ore più tardi.

Il commissario Paolo Cozzi, trovati nelle vicinanze la sciarpa e il cappello usati dall’assassino per coprire il proprio volto, sospetta immediatamente che si tratti di una persona conosciuta nel collegio, ma non omette di indirizzare le indagini sulla pista della vita privata di don Bernardelli. Il trentaquattrenne direttore del collegio era un personaggio discusso, sospettato di relazioni illecite con alcune donne (tra cui un’insegnante del collegio, Luigia Bertolotti) e noto per le sue numerose speculazioni immobiliari. Più volte richiamato dall’Ordine, da qualche tempo don Bernardelli sembrava preoccupato, come se un’oscura minaccia incombesse su di lui.

I sospetti del gidice istruttore Scala di La Spezia, incaricato del caso, si orientano inizialmente sulle due persone che si trovavano nell’ufficio del direttore poco prima della sparatoria: il primo è don Mario Andolfatto, parroco di Castelnuovo Magra, bisognoso di soldi tanto per il restauro della propria chiesa quanto per questioni personali. Quando don Andolfatto risulta coinvolto in alcune transazioni immobiliari compiute da don Bernardelli, la sua posizione si aggrava. Soltanto la testimonianza di numerosi suoi parrocchiani che lo hanno visto a Castelnuovo Magra all’ora del delitto gli evita l’incriminazione.

L’altra persona a colloquio con la vittima prima della sparatoria era Vincenzo Montepagani, che si rivela presto come il sospettato ideale: trentaquattro anni, studente irregolare di ingegneria prima a Genova, poi a Milano e infine a Pisa, non si è ancora laureato e, in perenne bisogno di soldi, è appena riuscito a farsi assumere da don Bernardelli per le ripetizioni agli studenti della Scuola di Avviamento, grazie alla raccomandazione di un’insegnante. Si presenta al lavoro con un malconcio vestito marrone e talvolta il personale del collegio lo scambia per un estraneo.

Un conoscente di Montepagani, Gabriele Canda, dichiara spontaneamente alla polizia di avere visto l’indiziato, senza cappello né sciarpa, camminare con fare circospetto poco lontano dal collegio in prossimità dell’ora del delitto. Montepagani replica di essersi allontanato dall’istituto molto prima, proprio mentre il camion del carbone percorreva il vialetto privato della scuola, e di avere visto uno studente che si allontanava in bicicletta. Lo studente, identificato come il tredicenne Giorgio Manzini, ricorda di avere visto il camion, ma non Montepagani.

Il vestito marrone e il lavoro alla Scuola di Avviamento corrispondono a quanto detto da don Bruno prima di morire. Gli studenti Collini e Oleggini dichiarano che Montepagani potrebbe essere l’assassino mascherato. A casa del cugino dell’indiziato, la polizia sequestra una pistola calibro 9, lo stesso dei proiettili che hanno ucciso i due religiosi e ferito lo studente Bassano. Questo basta per il rinvio a giudizio presso il tribunale di La Spezia.

A Sarzana la maggior parte della popolazione è convinta dell’innocenza di Montepagani e, mentre vengono raccolte firme a suo favore, lo stesso podestà si incarica della difesa dell’imputato. Alla fine viene deciso di trasferire il processo a Milano, dove l’avvocato Tamburi viene affiancato dal collega Borzone.

La prima udienza ha luogo il 23 maggio 1938. Montepagani viene accusato di duplice omicidio aggravato, tentato omicidio aggravato e furto aggravato, in relazione ala scomparsa dalla scrivania della busta, il cui contenuto è stato stimato in circa quindicimila lire. A favore dell’insegnante depongono numerosi docenti e allievi. Il pubblico ministero, cavalier Lo Bartolo, non ha dubbi sulla colpevolezza e dopo una decina di giorni di dibattimento chiede il massimo della pena: la fucilazione. Della stessa opinione sono gli avvocati di parte civile che rappresentano le famiglie delle vittime. Prima che la camera di consiglio si riunisca alle cinque del pomeriggio del 3 giugno, Montepagani ribadisce per l’ultima volta la propria innocenza. Verrà creduto: la sentenza lo dichiarerà assolto per non avere commesso i fatti.

Sarzana, 18 agosto 1938

La polizia si è rassegnata a ricominciare le indagini, subendo pressioni da Mussolini in persona. Il duce è convinto che un assassino di preti a Sarzana, noto covo di antifascisti, non possa che avere una matrice politica.

Intanto un nuovo duplice omicidio sconvolge gli abitanti della cittadina: l’assassinio, sulla strada per Falcinello, del ventunenne barbiere Livio Delfini e del ventitreenne tassista Bruno Veneziani, padre di famiglia, entrambi ripetutamente colpiti da proiettili calibro 9 e calibro 7,65. Gli spari sono stati uditi da un contadino poco dopo mezzanotte, tra il 19 e il 20 agosto 1938. I corpi sono molto lontani l’uno dall’altro, come se, feriti, avessero tentato la fuga ma fossero stati braccati e raggiunti dall’omicida. Il taxi del Veneziani, riconosciuto dalla targa SP3455, viene ritrovato in un fosso poco lontano.

Delfini, prima di allontanarsi da Sarzana, aveva fatto credere agli amici di avere un appuntamento con una donna; il ragazzo si vantava spesso di avventure più o meno reali. Ma è nota la sua attività di intermediario per matrimoni, condotta in società con l’ex sacerdote Enrico Varesi, un tempo parroco di Crespiano, a cinquanta chilometri da Sarzana. Corre inoltre voce che la madre di Delfini, affittacamere, gestisca in effetti una casa di piacere. Lo scenario ricostruito è quello di un regolamento di conti relativo ad affari poco puliti della famiglia Delfini, in cui il taxista sarebbe stato coinvolto solo per avere accompagnato in macchina l’amico.

Il delitto di Falcinello, che va ad aggiungersi al caso irrisolto del collegio, scatena una nuova ondata di maldicenze e sospetti, portando alla luce i lati oscuri di una cittadina di provincia, solo apparentemente tranquilla. Molti pensano che i due fatti di sangue siano in qualche modo correlati.

La polizia interroga l’ex prete Varesi e la sua amante Maria Luisa Giampietri. La donna conferma la versione dell’uommo: è vero che entrambi si trovano in serie difficoltà economiche e che lui è stato coinvolto in piccole truffe, ma non esiste alcuna relazione tra loro e i delitti di Sarzana. Alla fine l’indiziato riesce a dimostrare che al momento del delitto si trovava a Parma.

Sarzana, 29 dicembre 1938

Quella mattina un pensionato che si occupa delle pulizie all’archivio notarile nota alcuni rivoletti di sangue che escono da sotto il portone del Palazzo della Finanza, in via Regina Elena.

Quando il portone viene aperto, si scopre il cadavere del guardiano, il settantacinquenne Giuseppe Bernardini, assassinato a colpi di scure: sette colpi, come stabilirà l’anatomopatologo professor Pardi, l’ultimo dei quali inferto con tale violenza che l’assassino non è riuscito a estrarre l’arma dal cranio della vittima. Nei locali dell’Ufficio del Registro sono abbandonati alcuni attrezzi, tra cui un cacciavite. Due delle tre casseforti sono aperte: l’omicida era evidentemente un ladro che, scoperto dal vecchio guardiano, lo ha ucciso prima di darsi alla fuga.

Ciò che lascia perplesso il commissario Cozzi è il fatto che le casseforti non siano state scassinate, ma aperte con copie perfette delle chiavi. O forse con le stesse chiavi originali.

Viene convocato immediatamente il titolare dell’Ufficio del Registro, Guido Vizzardelli, in possesso delle chiavi, per verificare cosa sia stato effettivamente asportato. La somma mancante ammonta a 12.949 lire e 35 centesimi. Un dettaglio curioso: le chiavi in possesso del dottor Vizzardelli sono appiccicose, coperte da una sostanza zuccherina.

Chi ha manipolato le chiavi della cassaforte?

La sera precedente, intorno alle undici e trenta, il dottor Vizzardelli aveva denunciato la scomparsa del figlio, Giorgio William, di quasi diciassette anni. Ai carabinieri, piuttosto sorpresi della sua eccessiva preoccupazione, Vizzardelli aveva spiegato che il figlio, appassionato di chimica, aveva preso l’abitudine di distillarsi da solo dei liquori, con i quali finiva talvolta con l’ubriacarsi. Poche ore più tardi, ritrovato il figlio, Vizzardelli aveva ritirato la denuncia di scomparsa.

Insospettito, il commissario interroga il ragazzo, che spiega di essersi assopito su un baule in cantina, nel suo piccolo laboratorio, sotto l’effetto del cognac da lui stesso fabbricato. Tuttavia, dal momento che la sparizione del giovane corrisponde all’ora del delitto, il commissario approfondisce le indagini.

Nella stanza del ragazzo viene trovata una copia di Delitto e castigo di Dostoevskij, con numerose sottolineature alla pagina in cui viene descritto l’omicidio, perpetrato dallo studente Raskolnikov a colpi di scure.

In cantina i bauli sono uniformemente coperti di polvere, così come un materasso arrotolato, inutilizzato da tempo: nessuno ci ha dormito di recente. Ma l’indizio determinante è il fatto che l’attrezzatura impiegata dal ragazzo per la distillazione di alcolici è coperta dalla stessa sostanza appiccicosa e zuccherina trovata sulle chiavi della cassaforte.

La scure usata per il delitto viene riconosciuta da un domestico di casa Vizzardelli come un attrezzo da lui usato per spaccare la legna, mancante da alcuni giorni. Manlio, fratello di Giorgio William, dichiara che questi gli ha confidato che il cacciavite trovato nell’Ufficio del Registro è uno dei suoi.

Sotto la pressione degli interrogatori, Giorgio William prima dice di non ricordare cosa sia successo la notte del delitto, poi racconta di avere consegnato le chiavi a un amico di nome Marco, che voleva farne una copia per la propria collezione. Chiarito che Marco non esiste, Cozzi sottopone il ragazzo a un ulteriore interrogatorio.

Il primo gennaio 1940 arriva la confessione: sotto l’effetto dell’alcool, il ragazzo ha preso la scure, l’ha nascosta sotto il cappotto e, impadronitosi delle chiavi, è entrato nell’ufficio. Aperte due casseforti su tre, ha ucciso il guardiano che lo aveva scoperto ed è fuggito. Il suo obiettivo: impadronirsi di una somma di denaro sufficiente a finanziare la propria fuga via mare in America, la terra, sostiene, in cui un uomo come Al Capone viene considerato un eroe. I soldi vengono ritrovati, su indicazione dell’aspirante gangster, in un involto nel camino e nelle canne di due biciclette.

Al commissario Cozzi non sfugge una serie di dettagli che collegano il giovane Vizzardelli ai delitti insoluti di Sarzana. Il figlio del titolare dell’Ufficio del Registro frequentava la Scuola di Avviamento presso il collegio di don Bernardelli: le ultime parole pronunciate dal portiere del collegio erano appunto «Avviamento» e «Registro».

Come studente, il ragazzo aveva anche testimoniato al processo Montepagani. Ed era, inoltre, amico di Livio Delfini, il barbiere assassinato sulla strada di Falcinello.

La logica del Burattinaio, il thriller sul serial killer bambino

Sarzana, 4 gennaio 1940

A tre anni di distanza dai fatti Giorgio William viene interrogato sul delitto del collegio. Emerge una vicenda dimenticata: per vendicarsi della severità con cui veniva trattato, il giovane Vizzardelli era entrato nottetempo nella scuola e aveva imbrattato carte geografiche e ritratti del duce e del re. Scoperto, era stato pubblicamente schiaffeggiato da don Bernardelli, poco prima delle vacanze di Natale.

Deciso a vendicarsi, aveva preso una sciarpa e un cappello per camuffarsi e una pistola calibro 9, prestatagli da un amico cui non l’aveva mai restituita, affermando che gli era stata rubata. Al momento opportuno, aveva fatto irruzione nell’ufficio del direttore, che, pensando a una rapina, gli aveva offerto la busta del denaro. Non era bastato. Poi gli spari e la fuga. Don Bruno lo aveva riconosciuto perché la sciarpa era scesa, scoprendogli il viso. Per questo doveva essere eliminato. In seguito, William avrebbe gettato denaro e pistola in un canale: l’arma viene effettivamente ritrovata nel luogo da lui indicato, ma dei soldi non c’è nessuna traccia.

Delfini aveva più volte dichiarato di conoscere l’identità dell’assassino, ma tutti avevano pensato a una delle sue solite spacconate. In realtà il barbiere doveva sapere qualcosa, forse per confidenze dello stesso Vizzardelli. Fatto sta che spesso i due andavano in giro insieme, spendendo denaro. Forse Delfini era arrivato al ricatto, forse voleva semplicemente più soldi, fatto sta che Vizzardelli aveva preparato una trappola: un appuntamento in campagna, con il pretesto di recuperare quanto restava del bottino. Delfini si era presentato, inaspettatamente, con il taxista e Vizzardelli aveva dovuto eliminare anche lo scomodo testimone.

Le armi per questo delitto erano state comprate appositamente a Genova e gettate nel fiume Magra solo poco prima della recente perquisizione. Anche queste due pistole vengono ritrovate nel luogo indicato, convalidando le dichiarazioni di Giorgio William. Dall’età di quattordici anni il ragazzo ha ucciso cinque persone, in modo spietato, determinato e brutale. D’ora in poi tutti lo ricorderanno come il Mostro di Sarzana.

Genova, 19 settembre 1940

Nella città segnata dai bombardamenti ha inizio il processo Vizzardelli. Il ragazzo ha confessato e, più che determinarne l’innocenza, il dibattimento tende a chiarirne la sanità mentale. La decisione con cui ha agito, la premediatazione di molti delitti, la predisposizione alla violenza che lo ha portato a munirsi di una scure accorciandone il manico per renderla più maneggevole, giocano a suo sfavore.

La sua predilezione per la solitudine e la sua frequentazione con gli alcolici vengono attribuite a un trauma infantile: la distruzione della casa in cui viveva con la famiglia a Senigallia, durante il terremoto del 1930. Ma tutto quello che la difesa riesce a spuntare è uno “scarso sviluppo della sfera affettiva”. Per il resto il ragazzo viene giudicato sano di mente e solo la giovane età lo salva dalla fucilazione.

Il 23 settembre 1940, viene condannato in primo grado a 167 anni e quattro mesi complessivi di reclusione, oltre a una multa di 8888 lire. La pena verrà successivamente confermata in secondo grado il 15 gennaio 1941 e in appello, a Roma, il 2 maggio dello stesso anno. Vizzardelli è definitivamente il più giovane ergastolano d’Italia.

Ha inizio una lunga odissea carceraria: da Marassi, a Genova, Vizzardelli passa all’isola di Pianosa, dove riprende i propri studi, riuscendo in seguito a diplomarsi. Tornato a Genova, tra il 25 e il 26 gennaio del 1948 è protagonista di un fallito tentativo di evasione, che lo farà rimandare a Pianosa. Continua a studiare: legge Shakespeare e i romanzi russi in lingua originale, diventando un detenuto modello. Sofferente di tubercolosi, viene trasferito (probabilmente per un errore burocratico) nel manicomio criminale di Reggio Emilia. Ne uscirà grazie all’intervento del commissario Cozzi, interessato al suo reinserimento nella società.

Lunedì 29 luglio 1968 il presidente Saragat concede la grazia e Vizzardelli, scarcerato, va a vivere presso la sorella, a Carrara. Esce di casa solo una volta alla settimana per firmare il foglio di presenza dai carabinieri: è il suo modo di sfuggire all’assedio della stampa e dei curiosi. I suoi unici contatti con il mondo esterno avvengono attravero i giornali e la televisione, che segue assiduamente.

La logica del Burattinaio, il thriller sul serial killer bambino

Il 29 luglio 1973 scadono i cinque anni di libertà vigilata. Vizzardelli, a meno di un mese dal suo cinquantunesimo compleanno, è ufficialmente libero. La sera di venerdì 10 agosto la televisione parla di un caso agghiacciante avvenuto a Houston, nella terra in cui “Al Capone è un eroe”: il diciassettenne Elmer Wayne Henley ha ammesso di avere assassinato circa trenta persone, insieme al complice Dean Corll, uccidendo poi quest’ultimo nel timore di esserne la prossima vittima.

Ogni epoca ha i suoi mostri.

Vizzardelli va in cucina a prendere un coltello e si rinchiude nel bagno. L’indomani la stampa parlerà di lui per l’ultima volta.

(Andrea Carlo Cappi & Rino Casazza)

burattinaioOra in ebook da Algama Editore: La logica del burattinaio di Daniele Cambiaso e Rino Casazza

Può un criminale squilibrato voler “copiare” i delitti commessi alla fine degli anni trenta dal Mostro di Sarzana? La Sezione Investigativa della Questura di La Spezia, incaricata di indagare, sotto la guida del Commissario Capo Crisafulli, sullo strano duplice omicidio perpetrato a Sarzana, non lo crede, e si concentra sulla pista di un delitto per vendetta. Con un’eccezione: il giovane ispettore Mauro Romei. Romei coltiva infatti la pista del “copy killing”, nonostante l’aperto scetticismo del suo diretto collaboratore, il Sovrintendente Giuseppe Lucarelli, e valendosi dell’aiuto “irregolare” del padre Bruno, celerino in pensione ma ancora in gamba. A loro si aggiunge un ex Commissario di Sarzana, Pasquale Berricchillo, convinto che il nuovo Mostro sia un bambino psicopatico, adesso ventenne, autore nel 1999 di due efferati omicidi a colpi d’ascia, che lo rese invalido. Anche se nessuno ancora si aspetta, in un crescendo di tensione e colpi di scena, la regia di una mente molto più perversa: quella del Burattinaio, capace di manipolare testa e cuore della gente. Un thriller straordinario, trascinante, che porta il lettore in un inferno che brucia fino all’ultima pagina. .

 

Chi è Andrea Carlo Cappi

Andrea Carlo Cappi, nato a Milano nel 1964, vive da anni tra l'Italia e la Spagna. È uno dei più attivi scrittori italiani di letteratura di genere, spaziando fra thriller, avventura e fantastico. Dal 1993 ha pubblicato cinquanta titoli fra narrativa e saggistica e più di un centinaio di racconti. È anche traduttore di numerosi bestseller dall'inglese e dallo spagnolo e ha curato varie edizioni italiane dell'agente 007. Ha scritto i racconti e romanzi del "Kverse", l'universo thriller che riunisce le serie "Nightshade" (da Segretissimo Mondadori, firmata a volte con lo pseudonimo François Torrent), "Medina" (Il Giallo Mondadori, Segretissimo Mondadori) e "Black" (Cordero Editore). Sono riapparsi di recente in libreria "Medina-Milano da morire" (Cordero), "Nightshade-Obiettivo Sickrose" (Cento Autori), cui si aggiungono le novità "Black and Blue" e "Back to Black" (Cordero). Algama Editore (www.algama.it) sta pubblicando in ebook parecchi titoli editi e inediti di questo ciclo: "Malagueña", "Dossier Contreras", il serial "Missione Cuba", "Black Zero", "Black and Blue". Cappi ha dato vita anche a una saga horror-erotica con il romanzo "Danse Macabre-Le vampire di Praga" (Anordest). Ha collaborato al serial di RadioRAI "Mata Hari" e ai fumetti di "Martin Mystère", personaggio cui ha dedicato racconti e romanzi originali, tra cui "L'ultima legione di Atlantide" (Cento Autori). Ha scritto poi quattro romanzi originali con protagonisti Diabolik ed Eva Kant, ora ripubblicati da Excalibur/Il Cerchio Giallo. Per Algama è autore dell'ebook "Fenomenologia di Diabolik", saggio autorizzato sul Re del Terrore e il suo mondo in tutte le loro declinazioni, ora riproposto in un volume illustrato a colori da Edizioni NPE. Sono disponibili in ebook anche il saggio "Le grandi spie" (Vallardi), il mystery "Il gioco della dama" (dbooks.it), le storie erotiche de "La perfezione dell'amore" (Eroscultura) e il racconto fanta-erotico "Nuova carne" scritto a quattro mani con Ermione (Eroscultura); con lei Cappi ha pubblicato inoltre per Algama gli ebook "Tutto il ghiaccio del mondo" e "Cosplay". Gestisce con Giancarlo Narciso il webmagazine Borderfiction.com e con Fabio Viganò il blog "Il Rifugio dei Peccatori".

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