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American Sniper di Clint Eastwood: la guerra è bella anche se fa male

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Clint Eastwood è conosciuto dal pubblico di tutto il mondo per i ruoli ricoperti nella “triologia del dollaro” , il ciclo “spaghetti western” diretto da Sergio Leone, e per la serie dell’Ispettore Callaghan, l’implacabile poliziotto che ripaga i criminali della stessa moneta.
Queste parti sono indissolubilmente legate a frasi entrate nell’immaginario popolare.
Chi non conosce le due folgoranti battute di Joe “il biondo” de “Il buono il brutto e il cattivo”: “quando un uomo col fucile incontra un uomo con la pistola, quello con la pistola è un uomo morto” e “posso dormire sonni tranquilli: veglia su di me il mio peggior nemico”.

E come dimenticare la risposta di Harry Callagan al superiore che lo accusa di aver pestato un pregiudicato: “ non sono stato io: gli è rimasta qualche parte di faccia sana”?

Nonostante il successo, commerciale e di critica, su Eastwood è pesato un pregiudizio negativo, ovvero che fosse tagliato solo per parti da duro.

Qualcuno, con malignità, è arrivato a sostenere che Eastwood ha due espressioni: con o senza cappello. Un’ingiustizia, perché quanto il nostro si è cimentato in parti sentimentali, come ne “I Ponti di Madison Country”, ha fornito un’apprezzabile prova.

Ma la sensibilità di quest’uomo snello e forte di un metro e novanta, sempre accigliato ( così lo si ricorda nella sua incarnazione più conosciuta: Harry Callaghan) è emersa con forza quando è passato dall’altra parte della macchina da presa.

Uso quest’espressione non a caso, in quanto mi focalizzerò sulla filmografia “eastwoodiana” in cui Clint non compare in veste di attore.

Agli inizi Eastwood ha ricoperto entrambi i ruoli, raggiungendo un successo persino superiore a quello ricosso come semplice protagonista.

Questa “prima fase” è culminata ne “Gli spietati”, western classico di grandissima classe (ci si passi il bisticcio di parole) , insignito del premio Oscar come miglior film.

La bellezza della pellicola sta nel fatto che Eastwood non ha timore di riproporre un genere oramai “superato” dopo aver vissuto addirittura una doppia giovinezza : western del periodo “eroico” e “spaghetti western”.

Di originale il grande uomo di spettacolo californiano ha messo quella che rimane la sua cifra stilistica: un’asciuttezza tanto più pregevole quanto più si toccano temi drammatici o patetici.

Il miglior cinema di Eastwood è uno sguardo virile, commosso ma composto, sulla tragica grandezza della vita.

Questo taglio si ritrova in molti film in cui Eastwood svolge il doppio ruolo, ad esempio “Million dollar Baby” ( anche questo premio Oscar come miglior film), “Potere Assoluto” o “Gran Torino”, ma è significativo che sia più convincente nei film di cui l’artista americano ha firmato la sola regia.

Pensiamo a “Un mondo perfetto” (per la verità in questa pellicola Eastwood si riserva un ruolo di comprimario, affidando i principali a Kevin Costner e al bravissimo bambino T.J. Lowther), “Mistic River”, “Invictus” e J. Hedgar.

Il cinema di guerra è un genere che appartiene per elezione alle sue corde, come dimostrano gli speculari “Lettere da Iwo Jima” e “Flags of our father”, che narrano con eguale intensità, dal punto di vista degli sconfitti e poi dei vincitori, una decisiva battaglia del secondo conflitto mondiale.

Con “American sniper” Estwood tenta un vero e proprio salto mortale, riuscito.

Il film, oggetto di plurime nomination all’ edizione 2015 degli Oscar, riesce a reggersi, miracolosamente, sul più precario degli equilibri.

Commuovere ad emozionare narrando una storia di guerra violenta e crudele, come solo la guerra, appunto, sa essere e, allo stesso tempo, portare alto, con provocatoria partiguaneria, il vessillo dell’ideologia americana più conservatrice (qualcuno, con buone ragioni, potrebbe dire “retriva”) : gli americani sono il bene , e gli “altri” (nel caso specifico i musulmani irakeni) i male.
Nel finale la pellicola riesce persino a insinuare qualche dubbio, ma il bello sta nel farci apprezzare il lato buono ed umano (ohibò!) della guerra. Anche se, magari, continueremo ad avversarla, e a detestare il manicheismo che ne sta alla base.

Il cinema è capace di queste magie.

Rino Casazza

I libri di Rino Casazza:

La logica del Burattinaio, nella mente del serial killer

Bergamo sottosopra. Un’avventura di Auguste Dupin e Giuseppe Giacosa

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Chi è Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si é trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora a Milano. E’ da sempre un appassionato (come lettore, prima che come autore) della letteratura "di genere" in tutte le sue sfaccettature: giallo-noir, horror, fantascienza ecc. ecc. Altra sua grande passione sono il cinema, come testimonial la tesi di laurea sulla censura cinematografica, e il teatro, frequentato non solo come spettatore ma anche, in gioventù, come praticante dilettante. Il suo primo testo "letterario" è infatti la trasposizione teatrale della novella di Buzzati "Iago", di cui nel 1985 ha osato una regia. Oltre a numerosi romanzi brevi (tra cui quelli che hanno come protagonista il prete detective Don Patrizio Bruni) e racconti su pubblicazioni, riviste e collane varie, ha pubblicato cinque romanzi, tra cui, lo scorso giugno, il giallo Bergamo sottosopra, 0111 Edizioni. E a luglio il thriller, scritto con Daniele Cambiaso "La logica del Burattinaio", edito da Algama e ispirato al serial killer bambino William Vizzardelli

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