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Gravity di Alfonso Cuaròn: il peso di non aver peso

gravity-movie-review-space-earth-1Questo film avrebbe tutto per non piacere. Si presenta ( e lo é) come un supercolossal con budget milionario ed effetti speciali avveniristici, e conta su di un cast che più ruffiano non potrebbe essere: un superbello del cinema hollywoodiano, George Clooney, ben conosciuto qui in Italia per l’onnipresenza nella pubblicità televisiva, e la regina dell’ action movie ( di qualità, per vero dire) made in USA, Sandra Bullock.
E infatti mi sono accostato a Gravity con molta prevenzione, giustificata dall’inizio un po’ lento nonostante lo scenario di un realismo mozzafiato: lo spazio orbitale terrestre sullo sfondo del pianeta azzurro.
Una simile ambientazione è un azzardo che, quand’anche calcolato, avrebbe potuto portare al fallimento qualsiasi film. Per quanto di indiscutibile bellezza, rimane una monotona scena fissa, richiedente, per non ingenerare assuefazione e inevitabile noia nello spettatore, una sceneggiatura robusta e tempi calibrati. Di film così che abbiano superato la prova non se ne sono visti molti. Mi viene in mente un classico: Il Vecchio e il Mare di John Sturges con Spencer Tracy che, non solo per la grande sostanza del romanzo hemingwaiano da cui è tratto, riesce a nascondere di svolgersi su una barchetta con un unico pescatore. E di effetti speciali neppure l’ombra.
Gravity può contare sulla perfetta resa visiva, indiscutibilmente affascinante, della bassa gravità, che porta i protagonisti e tutti gli altri mezzi tecnologici a levitare sopra il lontanissimo orizzonte del pianeta più bello del sistema solare (non abituati ad ammirarlo dallo spazio, troppo spesso dimentichiamo che al suo confronto non c’è Marte, né Giove, né Saturno che tengano…).
Alfonso Cuaròn, regista della pellicola, aveva già dato buona prova nella gestione degli effetti speciali dirigendo il terzo film della saga di Harry Potter e, soprattutto, si era dimostrato notevole narratore di mondi futuribili con il distopico I figli degli uomini.
E qui è necessaria una precisazione: a rigore Gravity non appartiene al genere fantascientifico. Descrivendo, né più e né meno, quel che potrebbe accadere, ed anzi è già parzialmente accaduto, su stazioni spaziali nell’orbita terrestre, appartiene più propriamente alla “science-fiction” nell’accezione anglosassone originaria, che com’è noto significa “narrativa a base scientifica”. A parte il fatto che la telecamera riprende le vicende di esseri umani slegati dalla gravità terrestre, tutto è in linea con le leggi gravitazionali e i veicoli spaziali sono quelli che tutti i giorni ci passano sopra la testa.
A tal proposito, mai titolo fu più azzeccato: deus ex machina della storia , alla fin fine, è la forza naturale, così familiare e al tempo stesso così prodigiosa, svelata da Newton e Einstein.
Dirò subito che il film è riuscito a vincere tutti i miei pregiudizi e a prendermi, cosa che immagino, o comunque spero, riuscirà a fare con molti altri.
Se ciò è avvenuto non dipende dalla scenografia meravigliosa, che negli interni sui satelliti desta ancor più ammirazione che nelle riprese a spazio aperto, specie quando la Bullock si muove negli angusti ambienti come sott’acqua.
A catturare è il rapporto umano tra i due personaggi, che si sviluppa nelle condizioni più avverse, in cui al disagio della bassa gravità si aggiunge quello di un’emergenza drammatica. Il comandante Kowalsky (Clooney) è un navigato cowboy dello spazio, alla sua ultima missione prima del pensionamento. Sembra che nulla possa scalfirlo e ha il linguaggio sbruffone e fatalista di Indiana Jones, di certo il suo modello, anche se non lo dice mai. La dottoressa Rayan (Bullock) è una donna impegnata, con tutte le inevitabili insicurezze e presunte deficienze, in un lavoro “da uomini”. Il precipitare della situazione dovrebbe travolgerla, sennonché riesce a tirar fuori dalla sua fragilità femminile una tenacia incrollabile ed una insospettabile abilità di azione. E Kowalsky, direte voi? Bellone o non bellone (peraltro, a parte un brevissimo intervallo, ci appare sempre dietro la visiera deformante del casco spaziale), dimostra come tanti altri tipici eroi hollywoodiani di possedere, dietro l’apparenza scanzonata e un po’ rozza, un cuore grande.
Si ritaglia così il ruolo nobile di fratello maggiore e aiuta l’eroina a superare i propri limiti psicologici e culturali trasformandosi sotto gli occhi dello spettatore, faticosamente ma con inarrestabile progressione, in umanissima donna bionica.

Chi è Rino Casazza

Rino Casazza è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, nel 1958. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Pisa, si é trasferito in Lombardia. Attualmente risiede a Bergamo e lavora a Milano. E’ da sempre un appassionato (come lettore, prima che come autore) della letteratura "di genere" in tutte le sue sfaccettature: giallo-noir, horror, fantascienza ecc. ecc. Altra sua grande passione sono il cinema, come testimonial la tesi di laurea sulla censura cinematografica, e il teatro, frequentato non solo come spettatore ma anche, in gioventù, come praticante dilettante. Il suo primo testo "letterario" è infatti la trasposizione teatrale della novella di Buzzati "Iago", di cui nel 1985 ha osato una regia. Oltre a numerosi romanzi brevi (tra cui quelli che hanno come protagonista il prete detective Don Patrizio Bruni) e racconti su pubblicazioni, riviste e collane varie, ha pubblicato cinque romanzi, tra cui, lo scorso giugno, il giallo Bergamo sottosopra, 0111 Edizioni. E a luglio il thriller, scritto con Daniele Cambiaso "La logica del Burattinaio", edito da Algama e ispirato al serial killer bambino William Vizzardelli

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