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Vieni a delinquere da noi! Le carceri più lussuose del mondo (GALLERY)

Non c’è solo il folle Breivik, con tv e playstation in cella. Ecco le incredibili carceri più lussuose del mondo: frigobar, climatizzatore, ma anche discoteca e spogliarelliste. Non ci credete? Ecco le foto

breivik

Di Manuel Montero

 

Quando, al processo per la strage, arrivò in aula, mostrò le manette e disse che meritava una medaglia per aver colpito i «traditori» che volevano promuovere «la colonizzazione islamica della Norvegia». Si chiama Anders Behring Breivik, 36 anni, e il 22 luglio 2011, in Norvegia, fece esplodere un ordigno nel cuore di Oslo uccidendo otto persone. Mentre la città andava nel panico, saliva su un traghetto e arrivava sull’isola di Utoya, dove c’era un campo estivo di giovani laburisti. Qui cominciò a sparare all’impazzata su chiunque, ammazzando altre 69 persone. Mentre 319 furono i feriti. La polizia lo fermò e si arrese subito. Gli trovarono uno scritto di 1500 pagine piene di odio delirante. Si definì anti-islamista e «salvatore del cristianesimo». Poi provò a farsi passare per pazzo, depositando una perizia che lo definiva “schizofrenico paranoide”.

Perché quest’uomo uccise 77 persone? Per fanatismo ideologico. La Norvegia non aveva mai vissuto nulla di lontanamente simile, tanto che il codice penale prevedeva al massimo 21 anni di reclusione. E quelli gli diedero. Ventuno anni. E siccome aveva giurato che all’interno della prigione, attraverso le sue comunicazioni, avrebbe cercato di mettere in piedi una “rete estremista”, lo isolarono. E misero sotto controllo la sua posta. Il minimo, si dirà. Ma nessuno, fuori da quel Paese, immagina cosa possano significare tanti anni in una cella norvegese.

Il massimo che conosciamo noi è la sorveglianza attenuata dell’avveniristico carcere di Bollate, Milano. Per il resto siamo abituati a parlare di sovraffollamento, di detenuti costretti a dividersi in sei – ma anche di più – una cella di tre metri per due. Con water-doccia-cucina tutti nello stesso angolo, divisi, alla meglio, da una tendina. Siamo abituati alle giuste proteste delle associazioni che si battono per i diritti dei detenuti. Sappiamo dei suicidi di chi non sopporta un vivere del genere. E, talvolta, di soprusi di ogni tipo. Ma del fatto che, appunto, la situazione in Norvegia fosse alquanto diversa, ce ne saremmo dovuti accorgere già un paio di anni fa, quando Breivik fece uno sciopero della fame per far valere i propri diritti. Veniva pestato, si dirà? No. Veniva maltrattato, ingiuriato, violentato, insultato, deriso, minacciato? Niente di tutto questo. Voleva la Playstation 3. E, cascasse il mondo, la ebbe.

Ma oggi il mondo guarda stupito a quanto accaduto nei giorni scorsi: Breivik ha fatto causa alla Norvegia per violazione dei diritti umani. Si lamentava dell’isolamento e del fatto che gli leggessero la posta, in una detenzione “crudele” e “disumana”, ai limiti della “tortura”. Per nulla pentito dei 77 delitti, è entrato in aula facendo il saluto nazista. E, sorpresa, ancora una volta, gli hanno dato ragione (posta a parte). Per avere chiaro l’isolamento del killer, bisogna però guardare le foto del luogo in cui è rinchiuso e che lasciano davvero senza parole. Breivik vive nella prigione di Skien, a sud ovest di Oslo, in tre celle messe insieme appositamente per lui. Totale dei metri quadrati: 51. Oltre alla Playstation, gode di tv a schermo piatto, studiolo per scrivere lettere, bagno privato, palestra per l’esercizio ginnico. Lavanderia e cucina. E ampio giardino in cui può uscire come e quando vuole. Meglio dell’abitazione di molti di noi, meglio di diverse strutture a tre e quattro stelle della Penisola. Naturalmente, nemmeno gli è mai mancato il dvd, anche quando stava nel carcere di Ila, dove godeva pure di un pc, angolo palestra con attrezzi personalizzati e certo, pecca clamorosa in questa assurda storia, il tv color non era a schermo piatto. Ora lo Stato ha annunciato che farà ricorso contro la sentenza. Ma è inutile dire che a stupire non è tanto l’incredibile disputa giuridica che viene portata avanti in Norvegia, ma proprio le condizioni delle carceri nell’estremo Nord Europa. In Norvegia le strutture a cinque stelle, simili a grand hotel, non sono solo Skien e Ila.

La prigione di Halden, sorta el 2010, gode di celle con tv, frigobar e soggiorni con porte finestre: veri e propri appartamenti da resort. Vi si tengono corsi di musica e cucina. Ampia area per passeggiate interne. E, per non creare disagio e migliorare i rapporti coi detenuti, le guardie non portano armi addosso. Quella di Bastoy è invece di fronte ad un villaggio vacanze, su un’isola. Ospita 115 persone, che possono lavorare e rilassarsi con cucina raffinata, equitazione e sci di fondo. Celle non ce ne sono: ognuno ha una propria casetta in legno. Ma se pensate che queste cose possano succedere solo lì, vi sbagliate di nuovo. Al Sollentuna, in Svezia, le misure di sicurezza non mancano, costituite principalmente da telecamere in ogni dove. Ma le celle sono veri e propri appartamenti arredati coi tipici mobili scandinavi, cucina abitabile con grandi frigoriferi, docce, bagno privato e attrezzi ginnici ultramoderni per ciascun detenuto. Senza dimenticare l’aria condizionata per l’estate. E poteva mancare la Finlandia in questa speciale sezione? Ovviamente no. La prigione di Helsinki, Suomenlinna, realizzata su un’isola, non ha celle. I detenuti vivono in case condivise, con camere private. E, sull’isola, lavorano.

Guarda l’incredibile gallery sulle prigioni più lussuose del mondo:

Se poi, soltanto ci spostiamo in Scozia, ci accorgiamo che queste stupefacenti caratteristiche non sono solo prerogativa degli scandinavi. In Scozia, infatti, troviamo Addiewell, più simile ad un Bed and Breakfast che ad una prigione. Camere colorate, detenuti che lavorano a tempo pieno, pareti decorate, tv color e poltrone nel salone principale. E in questi centri assolutamente avveniristici non può non suscitare scalpore la prigione di Wandsworth, Inghilterra: due palestre, un palazzetto dello sport. Quanto alla comunicazione, sono decisamente avanti. Se in Italia è ammirevole il lavoro di Ristretti, l’informazione prodotta online dai detenuti del carcere Due Palazzi di Padova, alla prigione di Wandsworth i mezzi messi a disposizione sono infatti decisamente di più: stazione radio col programma Radio Wanno. Al Send, Surrey, sempre Inghilterra ovviamente, si va oltre: e le detenute possono godere perfino di trattamenti di bellezza. Scendendo nell’Europa centrale, si può incrociare il carcere di Fuhlsbuttel, in Germania. Ristrutturato completamente nel 2011, i detenuti hanno a disposizione docce e bagni personali. Ma anche divani e scrivanie. Muri colorati e intonsi, arredamenti moderni, le foto mostrano celle, se così le possiamo definire, di circa venti metri quadrati. Per una sola persona.

Al Justice Center, Austria, le celle sono grandi la metà (sempre per una persona): ma uguale è il comfort, con tanto di poltrone e arredi moderni. E il Nord Europa ha evidentemente fatto scuola. Perché, arriviamo alla Svizzera. E al carcere di Champ-Dollon, a lungo al centro di denunce per sovraffollamento e di una rivolta per le condizioni in cui si stava. Oggi, grazie ad un investimento di poco inferiore ai 40 milioni di euro, la situazione è decisamente cambiata: le celle mostrate sulle foto sono per tre persone, ma somigliano a camere degne di un cinque stelle. Grandissime, con bagno privato, frigobar e grandi finestroni. Il tutto, va da sé, con arredi ultramoderni.

Chiude la finestra europea delle carceri extralusso la prigione di Aranjuez, in Spagna. Un luogo unico al mondo, perché dedicata alle famiglie, dove non solo le mamme e i bambini, ma anche i papà possono stare accanto alle proprie creature. Tutti insieme fino almeno all’età di tre anni.

Ma tutto ciò non è solo caratteristica di alcune città dell’Europa. Negli Stati Uniti la palma d’oro va al carcere di Mahanoy. Lontano dagli standard scandinavi, è comunque ottimamente attrezzata con salotti e veri campi da football all’aperto. Ospita solo condannati per reati non violenti. Alla prigione di Cebu, Filippine, i carcerati sono diventati famosi grazie ai video di balli sfrenati che vengono diffusi in Rete, raccogliendo milioni di clic. Mentre quella di Otago, Nuova Zelanda, strutturata come una casa, ha celle modernissime, con tv color privato, riscaldamento ad hoc, asciugamani freschi come in hotel, campi di rugby. La miglior prigione indonesiana è invece quella do Pondok Bambu: climatizzatore e frigorifero solo per cominciare. Serate karaoke e estetista per signore. Divani e poltrone in pelle, celle fatte come appartamenti. Roba da catalogo da agenzia viaggi.

Spostandoci in Sud America, ecco quella di San Pedro, La Paz, Bolivia. Qui siamo oltre: il carcere è strutturato come una comunità con elezioni interne. Si aprono imprese e si ospitano famiglie. Tipo una grande casa di corte. Cortile interno per le feste, tavoli in marmo all’aperto per giocare a scacchi. Verrebbe a questo punto paradossalmente voglia di delinquere e passarci almeno un annetto? State calmi. Se l’intenzione è quella, allora il consiglio è di andare in Venezuela. Sì, il Paese con il record di omicidi, 28mila nel solo 2015, con prigioni sovraffollatissime e spesso in rivolta. Ma che ne ha una davvero sbalorditiva. Una storia alla quale, se non l’avesse documentata il New York Post, non crederebbe nessuno. Perché, se vi capita di entrare lì dentro, sarà più o meno come aver vinto la lotteria di Capodanno. Alla prigione di San Antonio, sull’isola di Margarita, Venezuela, verrebbe infatti voglia di sostare almeno qualche mese. Motivo? Se escludiamo le guardie armate all’ingresso, nulla, ma proprio nulla, fa pensare ad una prigione. Ma ad un vero villaggio turistico. Ci sono infatti, udite udite, barbecue a volontà, una mega piscina e perfino una discoteca: detenuti dj. E pure spogliarelliste. Gli ospiti, moglie e bambini, sono invitati a tuffarsi nelle acque e pure a restare la notte e a festeggiare, mangiando e bevendo a volontà. Tanto è bella che, racconta il New York Post, la gente non vorrebbe più andarsene. Già, il problema lì è riuscire a entrare. Mica a uscire. E chi se ne va?

 

Manuel Montero per Stop

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