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La strage di San Valentino (racconto)

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Uno

Mezzogiorno e non un’anima in giro. Nell’aria il ritmo ovattato delle voci del coro della Sainth Paul Church distante un mezzo isolato. Vincent D’Amore passeggiava in Milwaukee Avenue e stava pensando all’invito a pranzo di sua sorella e a cosa regalare al nipotino, quando lo stridio dei freni di una macchina lo fece voltare di scatto. Nemmeno il tempo della sorpresa. Venne travolto dal boato lacerante di un gruppo di bocche da fuoco che esplodevano fuori dalla vettura e vomitavano piombo rovente contro di lui. Rimase in equilibrio, come un pupazzo disarticolato mentre i proiettili lo trapassavano da parte a parte e facevano saltare in aria pezzi di calcinacci sul muro alle sue spalle lasciando buchi grandi come palle da baseball.

Crollò a terra solo quando si placò il rumore delle armi.

L’odore di polvere da sparo gli fece strizzare il naso. Sono duro a morire, pensò mentre stramazzava con l’abito stracciato dai colpi sul marciapiede viscido del suo stesso sangue. Poggiò un gomito a terra, e fece forza su di lui per trascinarsi fino al muro, perché l’altro braccio e le gambe ormai non rispondevano più. Sollevò la schiena. Si appoggiò contro lo spigolo tra il muro di un palazzo in stile e una vetrina di scarpe.

Riconobbe Moran, dai contorni sfocati, come una pellicola stampata male. Il vecchio “Bugsy” Moran, pensò senza nemmeno avere la forza di stupirsi. Lo guardò aprire la portiera della Cadillac, piegare l la schiena per non urtare il cappello contro il tettuccio della vettura e mettere la testa fuori. Lo vide scendere e avvicinarsi facendo riecheggiare il suono dei tacchi sul selciato. Passo dopo passo.

Fu questione ancora di un istante, poi nella testa di Vincent tutto si fece ovattato. Sparirono i rumori. E svanì la puzza di zolfo. Aveva la sensazione di essere completamente immerso in una vasca di acqua tiepida, e di galleggiare nel vapore. Si nutriva di una leggerezza mai provata e sorrideva con un taglio della bocca che gli apriva il viso in due.

Pensò che quella volta non poteva raccontarsi delle fesserie. Stava per morire davvero. L’energia scivolava via da lui, e i suoi santi protettori si erano voltati dall’altra parte.

Era arrivato il momento di mantenere fede alla parola.

Allungò il braccio e prese il Borsalino caduto poco distante, quello bianco sporco con la fascia marrone, quello che spazzolava tutte le mattine e che si toccava di lato specchiandosi prima di uscire dalla porta. Quello che gli aveva regalato Sonny “Smile” Cardona sette anni prima, e che lui in tutti quegli anni aveva conservato per amicizia. Lo prese stringendolo tra le dita con l’ultima energia rimasta, e quando Moran fu su di lui con la canna del revolver in mezzo agli occhi disse soltanto …da quanto tempo che non ti facevi vivo, merdoso polacco… con fiotti di sangue che gli sbavavano fuori, e impastavano la bocca soffocandone le parole.

L’altro armò il revolver. Poi spostò un lembo del cappotto di Vincent e gli prese il pacchetto di sigarette con due dita. Ne salvò una dal diluvio di sangue e gliela infilò in bocca.

“Fumati l’ultima, come i condannati a morte.”

Vincent gorgogliò uno sbotto di sangue e sputò via la sigaretta. Poi si coprì la faccia con il cappello, e nel vuoto del feltro respirò per l’ultima volta il profumo fresco della lavanda del suo barbiere mescolato a lampi che gli attraversavano la mente…

…come i flash da paparazzo in cerca di scandali per il Tribune.

Prima del colpo di grazia.

 

Chicago, 17 gennaio…

“Vince, sono stanco.”

“Questa non è la serata giusta per le preoccupazioni.” Vincent D’Amore si fece di lato per far entrare Sonny “Smile” nel suo locale preferito. Insieme al boss filtrò uno spiffero di aria gelida.

“Questa guerra deve finire, una volta per tutte, ormai non dormo più di notte, e devo stare sempre con gli occhi aperti, non mi posso più fidare nemmeno dei ragazzi. – Si infilò due dita in tasca del cappotto e tirò fuori un sigaro. Lo fissò mentre una luce spenta si impadroniva dei suoi occhi. – loro devono pensare a proteggermi e invece sono i primi a spararmi addosso come al tiro a segno, capisci che qualcosa non quadra?”

“E’ stata una brutta storia, ma adesso è acqua passata. Chi doveva pagare ha pagato. Qui sei a casa mia e sei al sicuro.”

“Sei stato gentile a organizzare tutto questo per me.”

“Stasera devi solo pensare a goderti la tua festa, capo. Gli amici sono tutti di là, manchi solo tu. “

Erano in piedi sulla soglia del locale, a guardarsi dritti negli occhi. Poi Cardona strinse Vincent nelle spalle. Lo sfregio tra la bocca e lo zigomo dilatò il suo sorriso in una smorfia.

“Uno dei due deve sparire dalla circolazione per sempre, e quell’uno non voglio essere io.”

“Il compleanno arriva puntuale tutti gli anni, ma i trenta una volta sola, è una data importante, non ci pensare proprio oggi.”

Vincent aiutò il capo a sfilarsi il cappotto e lo porse ad un cameriere.

“Hey tu! – gli fece eco Sonny puntandogli contro un dito – Trattalo bene, è roba italiana.”

Il ritmo di un pezzo di Fats Waller, I ain’t mis bellavin’, suonato da una band di musicisti bianchi, faceva da sottofondo alla vita del Blue Turtle. La sala era piena del via vai di camerieri che entravano e uscivano da salette private e ragazze pronte a far divertire chi aveva soldi da spendere. E da perdere a qualche tavolo verde.

“Tu e Frank mi dovete togliere il problema, una volta per tutte. Sono io che voglio decidere chi vive e chi muore a Chicago.”

“Abbiamo trovato gli uomini giusti. Devi solo avere pazienza un mesetto e non sentirai più parlare di “Bugs” Moran, e del suo whiskey puzzolente.”

“Merda che sa solo di petrolio bruciato come quello che vendevamo agli indiani nel wild west.”

“A Chicago ci sarà solo la legge di Sonny Cardona.”

“Dicono anche delle brutte cose su di me, mi prendono per un magnaccia da quattro soldi.”

“Ti giuro che la lingua gliela taglio di persona,”

“Vince, una volta per tutte: io non voglio più problemi.”

“Lo so, capo. Stai tranquillo.”

“Non voglio che quel lurido figlio di una troia polacca tocchi più i nostri camion, i nostri magazzini. Né lui né nessun altro ci deve mettere gli occhi sopra, e voglio che nelle bische e nei bordelli di North Side si beva solo il mio di alcool, e basta.”

“Noi siamo i più forti.”

“Dimostrami quanto sei abile Vince, e io ti sarò riconoscente.”

“Mi basta la tua amicizia.” E lo disse con quel misto di rispetto, ammirazione, e sicurezza da non sembrare il solito leccaculo in cerca di favori dal boss.

 

Due

 

“Bugsy” Moran guardò il Borsalino che copriva il volto di Vincent D’Amore. Era immacolato nonostante la pioggia di piombo e sangue. D’istinto, a Moran venne da voltarsi con le orecchie in allerta. Aveva come l’impressione che qualcosa di non ben definito potesse succedere da un momento all’altro. Mantenne il braccio teso con la pistola puntata contro l’italiano, ma al tempo stesso fece un passo indietro, quasi scaramantico, come per scongiurare il rischio di dover fare i conti con un avversario invisibile messo tra di loro.

Sparò. Sparò con il timore che gli contraeva il dito sul grilletto. E l’esplosione disegnò un lampo, e il proiettile tagliò il tessuto del Borsalino con la rapidità di un rasoio. Ma subito dopo il tempo sembrò modificare la sua dimensione conosciuta, quasi a rallentare la palla di piombo nel suo percorso, fino a concedere un intervallo a Vincent per veder sfilare le facce dei quattro professionisti che lui stesso aveva arruolato, due italiani e due irlandesi, criminali venuti da fuori, gente che aveva conosciuto la galera ma che nell’Illinois non aveva debiti da scontare con nessuno, men che meno con la giustizia.

“Tutta gente che Moran non riconoscerà mai.” Aveva detto Vincent a Sonny, cercando con lo sguardo l’approvazione di Franky seduto vicino a lui.

“Quattro sono pochi se devono stenderne una dozzina tutti insieme, i polacchi non sono dei fessi.” Aveva commentato Sonny “Smile” senza capire fino in fondo che razza di piano era passato per la testa di Vincent D’Amore.

“Quattro non sono pochi se sono vestiti da sbirri.”

“Sbirri?”

“Questa è la ciliegina, Sonny”

Con il viso nascosto dal cappello, a Vincent pareva di rivivere la stessa scena di quel giorno di sette anni prima, e di rivedere lo stesso sfregio sulla faccia del capo dilatarsi in un ghigno. Sentiva anche il suo stesso odore, quello del suo orgoglio che si mescolava al sudore che aumentava mano a mano che la tensione cresceva insieme alle parole che gli uscivano come un fiume in piena. Vincent parlava del piano ideato per eliminare la concorrenza di “Bugsy” Moran dagli affari di Sonny, ma in realtà la testa viaggiava per i fatti suoi e pensava che aveva ragione il suo capo a dirgli che lui era abile. Eccolo il colpo d’ingegno. Quello che rende un piano perfetto: i suoi uomini si sarebbero travestiti da sbirri usando delle false uniformi e sarebbero arrivati al garage di “Bugsy” Moran a bordo di una Cadillac identica a quella usata dal Dipartimento di Polizia, riverniciata ad hoc, con le insegne e con tutto quanto quello che serviva, grazie ad un vecchio mago della truffa che gli doveva qualche favore. E per “Bugsy” Moran e i suoi tirapiedi sarebbero suonate le campane a morto.

“Non si preoccuperanno di vedere arrivare quattro divise. – concluse Vincente. – Ci passano spesso gli sbirri dalle parti del loro garage, come i barboni, con la mano tesa a prendere qualche spicciolo d’elemosina. Moran non sospetterà nulla. La sorpresa, Sonny, è questo il nostro punto di forza, come i grandi generali.”

“E quando ce ne vogliamo sbarazzare?”

“Il giorno decidilo tu, Sonny.”

“Fra sette giorni è San Valentino. Mi sembra una buona occasione per fare gli auguri a Moran, e per sbarazzarmi in fretta di lui. Al volante della Cadillac voglio te, Vince, e nessun altro.”

 

 

Chicago, 14 febbraio, appena dopo mezzanotte…

 

 “Allora possiamo essere sicuri che ci sarà anche “Bugsy” Moran nel suo garage?” chiese ancora Vincent. Ma era solo un’ulteriore rassicurazione, perché era ormai convinto che la trappola fosse pronta a scattare.

“Si sono mossi gli amici di Detroit. – disse Franky “Tango” Latella parlando dall’altro capo del telefono – e questa è una garanzia. Hanno promesso al polacco un carico di liquori per domani mattina alle dieci nel suo quartier generale, gli hanno pure detto che se quelle casse di alcool non le ritira lui siamo già pronti noi a pagare il tutto con dollari sonanti. E così possiamo stare sicuri che ci sarà anche Moran che non ha voglia di farsi scappare un’occasione del genere.”

“E’ troppo avido quel cane rognoso.” E mise giù il telefono. Anche l’ultimo tassello, quello più importante, era stato incastonato nel mosaico. Il polacco si stava infilando in trappola da solo. E Vincent aveva voglia di ubriacarsi all’idea di essere la mente di un piano tanto ingegnoso. E quel cane bastardo di Moran avrebbe addentato al volo il boccone avvelenato.

Mezzanotte era appena passata, e non avrebbe dormito nemmeno un minuto. Accese la radio, e il suono gracchiante di West End Blues e la voce roca di Louis Armstrong si dispersero nella stanza.

Si mise comodo in poltrona. Meglio farsi trovare pronto per ogni evenienza. Non era nemmeno il caso di scendere sotto, in una saletta del Blue Turtle, per farsi una partita a carte. Se la serata girava male rischiava solo di rovinarsi l’umore, e di non essere lucido per il giorno dopo. Una notte senza fine lo stava aspettando. Era l’ultima notte prima del suo successo. Prima del delirio. Dell’onnipotenza. Vincent trascorse il resto delle ore sonnecchiando, con un occhio in allerta, come quando da giovane faceva la guardia ai suoi vecchi boss.

 

 ore 8…

Vincent D’Amore uscì di casa puntuale. Mangiò uova strapazzate con pane bianco e bevve caffè nero come tutte le mattine al banco di Hector, un argentino con la faccia da italiano che voleva entrare nel giro della carne e che si diceva ben disposto ad accettare la protezione dell’italoamericano. Con la carne si potevano fare buoni affari, e ne parlava spesso con Sonny. Poteva occuparsene lui. Anche se il Blue Turtle rendeva bene, di bordelli e alcool si era quasi stufato. Quella mattina Vincent, prima di uscire dal locale, bevve dell’altro caffè, e per la prima volta strizzò l’occhio al proprietario e gli disse “…ci sto pensando, Hector, non è ancora detta l’ultima parola.”

Fuori, respirò l’aria fresca di febbraio. Un sole tiepido stuzzicava la pelle. Non pensava ad altro se non che alle dieci i suoi uomini sarebbero entrati in azione. “Bugsy” Moran avrebbe aspettato invano. Non sarebbe arrivato nessun camion carico di casse di liquori ma una macchina della polizia che con la polizia non aveva nulla a che fare. E da quel momento la faccia del North Side sarebbe cambiata. Sonny avrebbe messo le mani su tutto e gli affari sarebbero andati a gonfie vele. Ci sarebbero stati soldi per tutti i veri amici, piombo e paura per i nemici.

 

ore 9.55…

“Fermati qui Ted. – Disse Moran rivolgendosi alla sua guardia del corpo. E l’altro posteggiò una cinquantina di metri prima dell’ingresso del garage. – Ho visto una macchina degli sbirri fermarsi proprio lì davanti.”

“Normale amministrazione, capo. Sai come sono le loro regole. Una visita di cortesia, dicono loro, solo per portarsi via una manciata di dollari tanto per tener buona la moglie con un bel regalino.” Disse ridacchiando Willie, l’altro gorilla seduto dietro.

“Lo so. Ma è sempre meglio starsene alla larga, sono peggio dei serpenti a sonagli, e non vorrei incontrarne uno con la luna di traverso. Aspettiamo che finiscano con la loro stupida ispezione. Non dobbiamo dimenticarci che stiamo aspettando un bel carico e non voglio guai proprio oggi.”

Ore 10.00…

Dentro il garage al 2122 di North Clark Street erano in undici senza nulla da fare. Quando videro entrare i poliziotti con i mitra in mano quasi non li degnarono di uno sguardo.

“Che c’è sergente – disse Albert, il contabile – questo mese ci siamo dimenticati di ungere la serratura?”

Gli altri risero.

“Faccia contro il muro, senza fare storie.”

“Calma, calma. Ok ragazzi fate come dicono loro.”

“Oggi abbiamo trovato degli sbirri cattivi.”

“Se volevate vedermi il culo bastava dirlo… per togliermi certe soddisfazioni con uno sbirro non me lo faccio ripetere due volte.”

Le risate coprirono la prima raffica. Poi il baccano che venne fuori subito dopo fu tale che nessuno dei vicini se ne preoccupò.

 

Ore 23.10…

Vincent D’Amore e Franky “Tango” Latella posteggiarono prima dell’ingresso posteriore della villa di Sonny “Smile”. Fecero a piedi l’ultimo pezzo di strada tra il profilo delle colline. Nell’aria leggeri fiocchi di neve gelata. Al cancello i ragazzi di guardia si fecero di lato, e Vincent e Franky proseguirono senza nemmeno rispondere ai saluti. A ridosso della grande vetrata panoramica si resero conto che c’era un sacco di gente al ricevimento organizzato dal loro capo.

“Una roba in grande stile.” disse Franky che aveva modificato il passo cercando di stare dietro al ritmo di uno swing che arrivava dall’interno della villa.

“Già. Lo vedranno tutti. Sonny si è creato un alibi perfetto, così gli sbirri non avranno modo di rompergli le scatole.”

Entrarono nel salone con molto garbo, cercando di passare quasi inosservati tra la folla di invitati. Agli angoli della sala gruppi di uomini di Sonny addetti alla sicurezza, e al centro del salone un grande buffet con alcolici e pietanze. Salirono lo scalone di marmo tirato a lucido.

“Questa guerra l’abbiamo vinta noi.” disse Sonny allargando le braccia per accogliere i due luogotenenti.

“Moran è ancora vivo.” Disse subito Vincent.

“Vivo e vegeto. Lo so, ma non ti preoccupare Vince, se lo vuoi salutare puoi scendere di sotto. Lo puoi trovare mentre butta giù champagne francese come se fosse acqua fresca.”

“E’ qui?”

“Certo, ha capito la lezione, e la prima cosa che ha fatto dopo che il suo avvocato lo ha tolto dalle grinfie degli sbirri è stata di venire a chiedermi scusa. Sembra un agnello. Si è inchinato, e io gli ho detto che poteva ubriacarsi in mio onore questa sera, però da domani deve fare le valige e sparire dalla città con tutti i suoi stracci, altrimenti può incominciare a ordinarsi un bel funerale.”

“E lui?”

“Che doveva fare secondo te?” e sghignazzò. “Non ha più un uomo, i suoi ultimi due scagnozzi sono spariti dopo un’ora, la polizia gli sta con i denti nel collo, e nessuno per un bel po’ di tempo avrà il coraggio di fare affari con lui, è bruciato, e questo è tutto merito tuo Vince. Sedetevi, ho un regalo per tutti e due, un regalo speciale…”

Vince aveva preso in mano il cappello. Era morbido. Come un gatto che sta bene. Disse solo grazie. Mentre il boss diceva: è prezioso, e sarà il tuo compagno giorno dopo giorno, l’unico di cui ti potrai fidare, perché dentro c’è anche un pezzo della mia anima e della nostra amicizia. Stringilo forte il giorno che starai per morire, ti aiuterà a ricordare come hai vissuto. Quando arriverà il tuo momento stringilo con l’ultima forza che ti resta in corpo, con l’ultimo respiro che hai a disposizione. E copriti la faccia, dentro ci vedrai passare tutta la tua vita in un attimo, quello che serve alla morte a portarsi via la vita. Giuramelo che lo farai Vince, giuralo al tuo amico Sonny…

 

Angelo Marenzana

 

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Chi è Angelo Marenzana

Angelo Marenzana (Alessandria, 1954, scorpione). Autore con una ricca produzione di racconti pubblicati su riviste e antologie tra cui Il Giallo Mondadori, Urania, Cronaca Vera, Stop, Crimen, I Quaderni del Falcone Maltese, Omissis (Einaudi), e su antologie personali quali Frontiere (Edizioni Mobydick), Bel suol d’amore (Edizioni dell’Orso), La Casa di Hilde (Cordero Editore). Con Mobydick ha pubblicato Tre fili di perle, seguito da Destinazione Avallon (Robin Edizioni) e Buchi neri nel cielo (Perdisa Pop). Creatore del commissario Augusto Maria Bendicò ha dato alle stampe la trilogia Legami di morte (Dario Flaccovio Editore), Ora segnata (Iris 4 Edizioni) L’uomo dei temporali (Rizzoli Editore). Con Nero Press è uscito in versione ebook Piedra Colorada. Di prossima pubblicazione Alle spalle del cielo (Baldini & Castoldi). Per Algama ha pubblicato "La scelta del Caporale"

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