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Se a smentire Rudy Guede è proprio Rudy Guede…

Il racconto di Rudy Guede a Storie Maledette diverge notevolmente dalle confidenze che fece all’amico Giacomo Benedetti su Skype quando ancora era latitante. Quante altre versioni fornirà?

 

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Edoardo Montolli per Gqitalia.it

Franca Leosini ha il pregio di far uscire il lato umano di chiunque. A Storie Maledette, stavolta, porta alla luce la versione di Rudy Guede, l’ivoriano che, dopo l’assoluzione definitiva di Raffaele Sollecito e Amanda Knox, è rimasto l’unico in prigione per il delitto di Meredith Kercher, uccisa a Perugia il primo novembre 2007. In concorso con chi, non si sa.

La storia di come i due ragazzi finirono in balìa della giustizia, ve l’abbiamo già raccontata.

Ma le ombre che Rudy allunga su di loro, in maniera suggestiva, con musica di sottofondo, e con proprietà di linguaggio, tanto convincenti da far nascere subito una pagina Facebook di improvvisati innocentisti, necessitano di un breve raffronto. Perché a smentire Rudy Guede è proprio Rudy Guede. Se oggi, infatti, parla in tv, un tempo, quando ancora era latitante, confidò la sua versione dei fatti su Skype all’amico Giacomo Benedetti, ignorando che alla questura di Perugia lo stessero intercettando.

Una versione che lascia piuttosto perplessi.

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Ma che è comunque diametralmente diversa da quella di Storie Maledette.

Per buona sorte dei due innocenti, qualcuno conserva ancora online quel file, in modo che ora, ognuno possa confrontarli: Rudy contro Rudy.

Partiamo dall’antefatto

Rudy ricorda ancora che quella sera fece petting con Meredith, quindi andò in bagno per defecare, mise l’Ipod in testa e alzò la musica a tutto volume. Fu poco più tardi, mentre lui era sul water, che sarebbe avvenuto il delitto, dopo che qualcuno aveva suonato il campanello e Meredith aveva aperto la porta.

Ed ecco le prime divergenze

All’amico di Skype, Rudy disse che quando sentì suonare il campanello, udì una voce: «poteva essere chiunque» confidò, forse una delle coinquiline di Meredith, anche se non aveva proprio idea di chi, ma non si era preoccupato di nulla. In tv invece, si è detto certo al «101 %» che a suonare il campanello sia stata Amanda, perché lui la voce di Amanda la conosceva bene. Di più: aggiunge di aver sentito un diverbio tra Amanda e Meredith.

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Dopo aver udito le due parlare, Rudy, dice, rimase in bagno: per cinque minuti, raccontò a Giacomo. Ma in tv i minuti sono diventati 10-11, e lo sa bene perché ascoltò quasi del tutto tre brani musicali. Sembra un dettaglio trascurabile, ma non lo è.

Fu allora che sentì un urlo fortissimo, nonostante l’Ipod. Si alzò così com’era dal water e incrociò, al buio, la figura di un uomo che tentò di colpirlo con una lama. Ma ancora qui le versioni divergono: all’amico sostenne di aver già visto a quel punto Meredith sanguinare dalla gola. Stavolta, in tv, racconta di essere caduto nel soggiorno e che vide i due scappare. Andò alla finestra di una coinquilina e dalla finestra notò Amanda e un’altra persona allontanarsi. Solo più tardi scovò Meredith sanguinante.

Non basta. La finestra verrà trovata rotta da un sasso: ma i vetri erano sopra ai vestiti in disordine, come se fosse stata allestita una messinscena. Ora Rudy spiega che la messinscena non la mise in atto lui, che vide dalla finestra integra la coppia scappare e che anzi bisognerebbe chiedere ad Amanda cosa sia accaduto.

Ma a Giacomo, il dettaglio della finestra integra raccontò invece di averlo notato prima di entrare in casa, da fuori del palazzo.

Evitiamo di entrare sulle diverse versioni processuali

In fondo, non serve. Anche solo attenendosi a Storie Maledette, è utile ricordare che se al buio Rudy non riconobbe i tratti somatici del presunto aggressore, fu incredibilmente in grado – al buio!- di riconoscerne marca della giacca e fascetta rossa sul berretto.

Di lui ci sono tracce di dna ovunque. Sul cadavere, nel cadavere, sul polsino della manica della felpa di Meredith, su un cuscino. Sul muro dove Rudy spiega di aver tentato di scrivere “Af” con il sangue di Meredith, seguendo gli ultimi versi della vittima. E chissà perché dice proprio “Af”.

Non ci sono tracce di altri

Di Raffaele e Amanda, per essere più chiari, non c’è nulla, manco un’impronta. Trovarono due presunte prove su un gancetto del reggiseno di Meredith rinvenuto nella stanza del delitto, su cui ci sarebbe stato il dna di Raffaele: un gancetto recuperato 46 giorni dopo che Raffaele era finito in prigione, in una scena del crimine mai sigillata.

E poi l’arma, per modo di dire: un coltello che un poliziotto rinvenne nella cucina di Raffaele, prendendo il primo, tra tanti altri, che a occhio gli sembrava quello giusto. Una fortuna incredibile, dato che lì sopra sarebbe stato rinvenuto il dna di Amanda. Come se l’assassino rimettesse in mezzo agli altri usati per nutrirsi, il coltello di un omicidio. Possibile che ci fosse stata  contaminazione dei reperti? Ci sono voluti cinque gradi di giudizio per stabilire che quelle due prove non lo erano affatto.

Rudy ha tutto il diritto di continuare a protestarsi innocente, cambiando dinamica, ricordi e dando nuovi spunti. Sarebbe forse il caso, però, che tra tante versioni narrate, si decidesse a trovare quella definitiva. Evitando di tirare in mezzo chi è finito dentro ingiustamente per 1427 giorni.

Edoardo Montolli 

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Chi è Edoardo Montolli

Edoardo Montolli, giornalista, è autore di diversi libri inchiesta molto discussi. Due li ha dedicati alla strage di Erba: Il grande abbaglio e L’enigma di Erba. Ne Il caso Genchi (Aliberti, 2009), tuttora spesso al centro delle cronache, ha raccontato diversi retroscena su casi politici e giudiziari degli ultimi vent'anni. Dal 1991 ha lavorato con decine di testate giornalistiche. Alla fine degli anni ’90 si occupa di realtà borderline per il mensile Maxim, di cui diviene inviato fino a quando Andrea Monti lo chiama come consulente per la cronaca nera a News Settimanale. Dalla fine del 2006 alla primavera 2012 dirige la collana di libri inchiesta Yahoopolis dell’editore Aliberti, portandolo alla ribalta nazionale con diversi titoli che scalano le classifiche, da I misteri dell’agenda rossa, di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti a Michael Jackson- troppo per una vita sola di Paolo Giovanazzi, o che vincono prestigiosi premi, come il Rosario Livatino per O mia bella madu’ndrina di Felice Manti e Antonino Monteleone. Ha pubblicato tre thriller, considerati tra i più neri dalla critica; Il Boia (Hobby & Work 2005/ Giallo Mondadori 2008), La ferocia del coniglio (Hobby & Work, 2007) e L’illusionista (Aliberti, 2010). Dirige la casa editrice Algama (www.algama.it).

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