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NAPOLEONE – Capitolo 1 (Un noir di Alex Rebatto)

 

PROLOGO

“Lo senti, bambina?”
L’uomo si abbassa gli slip bianchi e lerci di piscia fin sotto le ginocchia e avvicina il suo uccello flaccido e smunto al viso bruciato dalle lacrime della ragazza con le mani legate dietro alla schiena.
“Dai, apri le labbra. Fammi vedere quanto sei brava.”
La ragazza prova a scuotere la testa.
Ad allontanarsi da quell’incubo.
Da quella presenza calda e vomitevole.
Sente l’uccello sfiorarle le labbra e le lacrime per un istante si bloccano prima di scrosciare come cascate sul trucco ormai slavato.
“Succhialo. E’ un ordine!”
Prova a resistere, a serrare le labbra.
Poi sente un colpo sulla coscia nuda.
Un calcio…
Geme e abbassa le palpebre per isolare il dolore.
Un’altra fitta, nello stesso identico punto.
Te lo staccherò con un morso, figlio di puttana, pensa aprendo la bocca lentamente.
Lo sente scivolare all’interno.
Sempre flaccido.
Sempre morto.
Non ha intenzione di muovere la lingua.
Non è un lavoro da cinquanta euro. E’ uno stupro.
Spalanca le labbra e arma i denti, pronta a serrare.
Pronta a recidere.
Sarebbe pronta anche ad uccidere, sia chiaro.
Poi sente una mano che le afferra i capelli raccolti in una coda di cavallo e le piega la testa all’indietro.
Sente qualcosa di freddo sulla gola.
Qualcosa di affilato.
Un flotto caldo e bianco esplode nella sua bocca.
Un flotto caldo e rosso le accarezza la gola.
Fine della storia.

TERENCE

Capitolo 1

Mi guardai allo specchio e controllai la lunghezza della barba.
Abbastanza lunga.
Abbastanza sexy.
Abbastanza lunga e sexy PER ME, intendo.
Mi diedi una sciacquata al viso e mi asciugai le mani sui pantaloni neri mediamente eleganti.
Aprii la porta del cesso e mi trovai davanti la faccia inutilmente allegra dell’avvocato De Angelis.
“Savonarola!” sobbalzò entusiasta “Ma che bella coincidenza!”
Guardai il suo fazzoletto bianco nel taschino della giacca e il nodo della cravatta realizzato a regola d’arte: un merdoso damerino.
“Avvocato” feci mollandogli una pacca fintamente amichevole sulla spalla forforosa “Mi faccia indovinare: devo dei soldi a qualcuno?”
“Lei è perspicace” ridacchiò dirigendosi verso uno degli orinatoi appesi “Le dice nulla il nome dell’ingegnere Arturo Paoletti?”
Arturo Paoletti: un assegno da settemila euro incassato sei mesi prima ed un lavoro non portato a termine.
“Ho una pessima memoria” mentii “Chi è?”
“Suvvia, Savonarola. Lei sa benissimo di chi stiamo parlando. Ho avuto incarico di recuperare quel denaro con le buone o con le cattive.”
“Intende farmi pestare a sangue in un vicolo deserto da qualche miserabile sgherro a pagamento? E’ decisamente poco professionale, avvocato.”
De Angelis sghignazzò e tirò su la zip dei pantaloni.
“Gli uomini di legge non sono mai violenti” disse premendo il pedale del rubinetto “Ma sanno come fare male.”
Finsi uno sbadiglio.
“Va bene” conclusi aprendo la porta del cesso “Dica pure all’ingegnere che riavrà il suo denaro.”
Il getto d’acqua s’interruppe per un istante.
“Quando, Savonarola?”
Feci un rapido calcolo mentale delle mie spese, dei miei plausibili prossimi introiti e considerai l’aumento delle sigarette e della benzina.
“Giorni” risposi prima di sparire di nuovo all’interno del locale facendomi sommergere dalla musica elettronica sparata dalle casse al massimo volume.

Perché cazzo avevo accettato quell’invito?
Questo pensai guardandomi attorno.
Luci intermittenti che davano l’impressione che tutti si muovessero a scatti, cocktail annacquati ed un frastuono inconsistente che esplodeva tra i timpani rimbalzando all’interno del cervello prima di fuggire in una scorreggia luminescente e impercettibile.
Tirai fuori una mano dalla tasca e contai i gettoni verdi e gialli in mio possesso.
Tre drink a disposizione e almeno un paio d’ore di tortura da sopportare.
Sbuffai e mi diressi verso la chilometrica fila davanti al bancone gestito da due barman rubati da una passerella.
Attesi muovendomi a minuscoli passi subendo il calore di un paio di tette alle mie spalle e di una spalla sudata alla mia sinistra.
Ancora quattro persone…
Tre…
Una mora con dei jeans straordinariamente attillati…
Un moccioso con una polo costosa legata alla vita.
Ordinò un cocktail analcolico.
Ridacchiai alle sue spalle e incamerai la sua occhiata di disappunto.
“Dica” fece un fotomodello in divisa agitando uno shaker.
Scrollai il capo cercando di scansare il frastuono dell’ultimo successo di David Guetta e appoggiai i tre gettoni sul bancone.
“Bastano per una bottiglia scadente?” domandai.

Mi sedetti in giardino, davanti alla fontanella arida. Un paio di coppie nei dintorni, sedute comodamente sulle panchine di legno verde, ci stavano dando dentro alla grande.
Vidi persino una mano scivolare sotto una gonna e delle mutandine abbassarsi pericolosamente.
Tirai giù un sorso dalla piccola bottiglia di rum e mi accesi una sigaretta.
“Non hai la faccia di uno che si diverte.”
Mi voltai e trovai una bionda decente, sulla quarantina.
Indossava un abito stretto rosso fuoco ma i tacchi erano troppo alti per i miei gusti.
“Sono capitato qui per sbaglio” dissi facendole posto.
Mi si sedette accanto e venni avvolto da un aroma simile alla rosa.
“Io mi chiamo Vittoria Cairoli” fece offrendomi una mano sinuosa e curata.
La strinsi piano.
“Terence Savonarola.”
“Nome impegnativo.”
Sorrisi.
“Per il nome non posso che incolpare i miei vecchi” dissi “Purtroppo, per il cognome, mi trovo costretto a condividere con loro la sfortuna.”
“Capisco” s’infilò tra le labbra una sigaretta bianca sottilissima “Che fa nella vita, Savonarola?”
Voltai lo sguardo verso destra.
La coppia di sconosciuti era nel pieno svolgimento di un amplesso da primo premio.
Lei era a cavalcioni del tizio e si muoveva a ritmo, seguendo la musica.
Una professionista, pensai.
“Mi occupo di finanza” sparai alto “Sa, quelle cose di borsa, import ed export. Tutto quel mucchio di stronzate noiose.”
“Non sembra uno di quelli” commentò lei senza neppure guardarmi.
Non risposi.
“Come le sembra questo locale?” cambiai argomento.
“Non male. A lei piace? Non credo, visto che se ne sta qui solo soletto.”
“Sono stato invitato.”
“Non ha risposto alla domanda, però.”
Non dovetti pensarci troppo a lungo.
“Brutto posto. Brutta gente. Pessimi cocktail” risposi.
“E allora perché non se ne va?”
“Devo incontrare una persona.”
Sembrò finalmente incuriosita.
“Chi deve incontrare?”
Provai a ricordare il nome che avevo letto la sera prima sul foglio trovato sotto la porta del mio ufficio.
“Chiara Bellavista.”
“Vuole dire Clara Bellavista?”
La spiai con la coda dell’occhio.
“E’ possibile.”
“Io sono Clara Bellavista.”
Sollevai un sopracciglio.
“Ha detto di chiamarsi Vittoria Cairoli” le feci notare.
“Lo so. Ho mentito” sorrise “Mi perdona?”
Uno spasmo a destra.
La ragazza se la stava godendo come non mai.
“Dipende” dissi “Nella lettera parlava di un lavoro. Di che si tratta?”
Mi ritrovai davanti la foto di un tale insignificante con una manciata di capelli in testa e la faccia di uno che non si sarebbe mai trovato costretto a scegliere tra il pagare l’affitto mensile o la rata dell’auto.
“Tuo marito?”
“Mio marito. Si chiama Davide Lionello. Ha un’azienda ereditata dal padre, un florido patrimonio e la passione per le ragazzine.”
“E’ un tuo sospetto o ne hai la certezza?”
Scosse il capo sarcastica.
“Mi mancano le prove” disse infilandomi in tasca la foto accompagnata da una busta non troppo gonfia “Ed è di quello che ho bisogno per ottenere un ricco divorzio.”
“Abitudini? Vizi? Passioni? Beve? Scommette sui cavalli?”
Mi soffiò un’alitata alla fragola nell’orecchio.
“Nella busta” disse semplicemente.
Poi mi sfiorò una coscia con il dorso della mano.
“Sono una cattiva moglie?” fece con voce adolescenziale.
Mi sollevai sulle mie ginocchia vecchie di quarantadue anni e svuotai la schifosa bottiglia di rum da due soldi.
“Sei la moglie ideale” dissi prima di dirigermi verso l’uscita del locale.
Ne avevo le palle piene di David Guetta, di quella gente e di certe donne.
Almeno per quella sera.

Mi sedetti alla scrivania e prima di aprire la busta controllai l’ora.
Le due passate.
Una schifosissima e torrida notte d’agosto.
Sospirai e feci scorrere il tagliacarte arrugginito.
Davide Lionello, anni 58.
Portati malissimo, caro Davide, pensai.
Era a capo di un’azienda di trasporti con seicentosessanta dipendenti ed un capitale sociale mooooolto interessante.
Un’ex moglie morta in un incidente ed un figlio sperduto durante un safari in Africa.
Una Jaguar, due cani di razza ed uno yatch ancorato a Portofino.
“Purtroppo per te, caro Davide, hai trovato la donna sbagliata stavolta” mormorai girando pagina.
Reddito annuale DICHIARATO: 1,2 milioni di euro.
Ripensai al mio portafogli e lo vidi aperto tra le mie mani:
Venticinque euro.
Venticinque euro e sessanta centesimi, per essere tristemente esatti.
Vomitai mentalmente sulla mia vita e lessi rapidamente gli orari di lavoro del ricco traditore, l’indirizzo del suo ufficio e quello della sua magione.
Allora, Lionello usciva di casa intorno alle otto e raggiungeva un bar del centro, il Soleil, per fare colazione. Arrivava in ufficio tra le nove e le nove un quarto.
Il pranzo, che andava da mezzogiorno e mezza alle due e mezza, era un’incognita.
A volte andava al Glotter, famoso per la cucina mediterranea raffinata e, a volte, al Baitone. Spesso non andava da nessuna parte e si limitava a sparire nel nulla.
“Non è bello saltare il pranzo per scoparsi l’amante” commentai.
La porta dell’ufficio veniva chiusa a chiave tassativamente alle 18.
Alle 19 il marito si ritrovava di nuovo allegramente tra le mura domestiche.
Vittoria aveva fatto un buon lavoro.
Pensai che, forse, non dovevo essere stato il primo investigatore della sua lista.
Era tardi ma non abbastanza.
Presi il cellulare e feci un numero.
Un paio di squilli e poi una voce nasale e assonnata:
“Chi diavolo è?”
“Il tuo amico Terence. Ti disturbo?”
Attimi di attesa conditi da tante bestemmie soffocate.
“Non ti chiedo se sai che ore sono perché sarebbe inutile.”
“Infatti lo è. Ti dice nulla il nome di Vittoria Cairoli… o quello di Clara Bellavista?”
Sentii degli ingranaggi girare dall’altro capo della linea.
“Un metro e sessanta, finta bionda, quarantaquattro anni?”
Riconobbi la descrizione.
“Sai per caso se ha contattato qualcuno per…”
“T’interrompo subito” fece l’amico con uno sbadiglio “Ha chiamato la nostra agenzia due settimane fa e ho fissato un incontro con Max per il giorno seguente. L’ho vista entrare in ufficio e poi non ne ho saputo più nulla.”
“E Max che dice?”
“Che è una gran scopatrice.”
“Beeeeello. Dov’è Max ora?”
“Mmmm. Te lo chiedo davvero stavolta: lo sai che ore sono, vero?”
“Le due e venticinque.”
“Appunto. Le due e venticinque di un sabato di settembre. Secondo te, Max, dove dovrebbe essere?”
“A dormire?” sparai.
“Al Calypso, il locale di Vincenzo Nitta, quello che sta in Via Castelvetro. Lo conosci, no?”
“Non frequento locali gestiti da pregiudicati. Che ci sta a fare un tipo elegante come lui in un posto del genere a quest’ora?”
“Lo gestisce.”
“Lo gestisce? Scherzi?”
“Per niente. Duecento euro a sera per controllare che tutto giri per il verso giusto. Sai quanto sia attaccato al denaro quel ragazzo.”
“Si. Me lo ricordo. Via Castelvetro hai detto, giusto?”

Due locali nella stessa notte. Clienti diversi e musica terribilmente simile.
Feci una decina di minuti di coda e mi ritrovai davanti al gigante di colore all’ingresso.
“Sei in lista?” mi domandò sistemandosi l’auricolare.
“Certo che sono in lista” risposi gonfiando il petto.
“Nome?”
“Max Baresi.”
“Tu saresti Max Baresi?”
“Lo sarei se non mi chiamassi Savonarola. Digli pure che sono arrivato.”
Mi guardò perplesso per qualche istante e poi gonfiò i pettorali sotto la camicia bianca su misura.
“Siamo al completo” sancì.
“Non può andare dentro a chiedere?” provai ad impietosirlo.
“No. Ora fuori dalle palle.”
Alle mie spalle un branco di mocciosi presero a spintonarmi.
“Dai, vecchio. Ti ha detto di levarti dalle palle. Vai all’ospizio, dai.”
Non mi voltai nemmeno.
Scivolai sotto il cordone rosso e misi qualche metro tra me e la porta d’ingresso del Calypso.
Restai a vedere gente entrare per qualche minuto e poi intravidi un sudamericano scaricare rifiuti dentro un bidone di latta nel vicolo alla mia sinistra.
Lo avvicinai e mi offrii di aiutarlo.
Mi caricai in spalla un sacco nero maleodorante e lo scaricai accanto al bidone già traboccante.
“Grazie amico” fece lui riconoscente.
“Di nulla” ammiccai “Per caso conosci un certo Max Baresi?”
“Max?” ripeté pulendosi le mani sui pantaloni bianchi della divisa “Ovvio che lo conosco. Perché?”
“Sono un suo amico. Volevo entrare a salutarlo ma il gigante nervoso all’ingresso non me l’ha permesso.”
Si guardò attorno indeciso e pensai fosse un buon momento per fargli scivolare sotto il naso una banconota da dieci.
Ora rimaneva a mia disposizione un capitale di quindici euro.
Quindici euro e sessanta.
“Seguimi” si decise infine.

Per fortuna intravidi subito il collega. Se ne stava al bancone, seduto accanto ad un tizio dall’aria poco raccomandabile, intento a bere qualcosa di verde.
Scartai due modelle poco vestite ed una dozzina di tamponatori al seguito e lo raggiunsi.
“Ciao Max” dissi “Offrimi da bere.”
Lui si voltò, mi riconobbe e fece una smorfia poco edificante.
“Terry Savonarola” sbuffò “Che cazzo ci fai qui? Come hai fatto a entrare?”
“Il gigante all’ingresso è mio fratello. Che robaccia stai bevendo?”
“Macumba Green.”
“Sembra disgustoso” mi rivolsi al barista “Uno di questo anche a me. Paga lui.”
Poi tornai a Max.
“Ho bisogno di un’indicazione da collega” iniziai.
“Di che si tratta?”
“Clara Bellavista, o Vittoria Cairoli se preferisci ”
“Non mi dice nulla.”
“Haha” risi “Sforzati.”
Mi guardò sospettoso.
“Perché dovrei dirtelo?”
“Etica. E poi perché potrei far girare la voce che te la fai con un maschione cileno di nome Hulk. I tuoi affari ne risentirebbero un bel tot.”
“Tu lo sai che è una cazzata.”
“Io si” tirai giù un bel sorso di Macumba Green. Niente male.
“Allora?” tagliai corto “Dammi qualcosa.”
Batté le dita della mano sinistra sul bancone per qualche secondo e poi si convinse.
“Ok. Ascolta, Etica, la tua bella mi ha contattato un mese e mezzo fa e mi ha messo in mano una bella busta gonfia per fare qualche foto al marito in situazioni imbarazzanti. Il motivo non c’è bisogno che te lo spieghi.”
“Continua.”
“Nulla. Trovo il tale, una persona anonima ma dalla faccia simpatica, e prima che riesca a beccarlo come si deve mi compare alle spalle e mi rifila una busta talmente piena da far impallidire quella della moglie. Una bella caparra per un posticino che vorrei comprare prima o poi. Tu che ne dici?”
“Che una volta eri più onesto.”
Sghignazzò e fece l’occhiolino ad una mora su tacchi alti dall’altra parte del locale che cercava di attirare la sua attenzione.
“Le persone oneste muoiono povere, Terry. Ricordalo” fece prima di alzarsi.
Mi mollò un paio di pacche sulla spalla e sparì tra le luci intermittenti a passo di tango.
Rimasi seduto al bancone e ricapitolai la situazione:
Clara ingaggia Max e gli offre del denaro per beccare il marito con l’amante, ottenendo così il divorzio ed un cospicuo gruzzoletto.
Il marito della stessa scopre l’investigatore e gli allunga una busta infinitamente più pesante di quella della moglie.
L’investigatore intasca il bottino e si ritira dalla scena.
A questo punto Vittoria trova un altro investigatore, il sottoscritto, e ripete la solita trafila.
Chiamai il barista con due dita.
“Un’altra porcheria come questa” ordinai.
Dicevamo,
Vittoria Cairoli, curioso nome d’arte di Clara o Chiara Bellavista, mi ingaggia dimenticandosi di Max e attende.
Ora non avrei dovuto fare altro che aspettare l’arrivo del marito traditore, quel Davide Lionello, e ottenere la mia controfferta.
A quel punto sarebbe toccato a me decidere se proseguire nella mia missione o intascare la “mazzetta” e farmi da parte.
“Il suo Macumba Green, signore.”
Ringraziai il barista con un cenno e considerai per un secondo l’eventuale proposta di Lionello.
Avrei accettato qualunque cifra superiore a quella di Vittoria, naturalmente.
Forse persino leggermente inferiore.
Buttai giù un po’ di Macumba e la testa mi si annebbiò per un istante.
Era ora di levare le tende.

Scivolai fuori dal locale senza attirare l’attenzione del gigante nero all’ingresso e ritrovai la mia Polo nera, parcheggiata poco distante, con il finestrino del passeggero in frantumi.
Controllai nel cassetto del cruscotto e ritrovai i miei cd di Prince e John Lennon.
Tutto a posto.
Sospirai e mi misi alla guida. Feci grattare la prima e m’immisi nella tangenziale.

(continua…)

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Chi è Alex Rebatto

Alex Rebatto, classe 1979. Ha collaborato nei limiti della legalità con Renato Vallanzasca ed è stato coautore del romanzo biografico “Francis”, sulle gesta del boss della malavita Francis Turatello (Milieu editore), giunto alla quarta ristampa. Ha pubblicato il romanzo “Nonostante Tutto” che ha scalato per mesi le classifiche Amazon. Per Algama ha pubblicato il noir "2084- Qualcosa in cui credere"

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