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DA CRIMEN: IL MISTERO DEI SETTE CAPELLI SUL CORPO DI YARA

Su Fronte del Blog l’anteprima del dossier di Crimen sul caso di Massimo Bossetti  e sulla morte di Yara Gambirasio, a cura di Justice of Mind.  

massimo bossetti

Il processo penale italiano e in particolare il settore delle analisi scientifiche nei delitti di sangue vive un momento di svolta. A dispetto di quello che viene propagandato, il nostro sistema processuale è assai avanzato e contiene in sé tutti gli strumenti perché il giudice possa decidere nel migliore dei modi. Al quadro di regole assai rigoroso fa però da contraltare una giurisprudenza che ai più appare ambigua ed oscillante, basti pensare alla pioggia di decisioni altalenanti in casi di cronaca noti a tutti: l’omicidio di Meredith Kercker a Perugia o di Chiara Poggi a Garlasco. Nelle sentenze che poi sono state maggiormente univoche (la strage di Erba, su tutte) i “dubbi e le aporie” (sono parole della Cassazione nella vicenda contro Rosa Bazzi ed Olindo Romano) sono talmente tanti da far dubitare della correttezza della decisione. E allora punto è: se la scienza e la tecnica supportano l’investigazione e il codice di procedura penale offre un quadro normativo perfettamente armonico e capace di condurre il giudice sulla via della decisione più giusta, com’è possibile che le sentenze siano tanto contestabili?

È molto probabile che la risposta non possa venire né dalla scienza, né dal diritto. La vera soluzione dell’enigma arriva dalla psicologia cognitiva, dalla logica e dalla filosofia della mente. Queste infatti insegnano come ciascuno di noi sia solo parzialmente portato al ragionamento razionale e questo in quanto le scorciatoie mentali che servono per vivere e ragionare velocemente (le così dette euristiche) spesso ci portano in ben altre direzioni.

Un esempio? La confessione e la prova del DNA. Entrambi questi dati del processo creano queste trappole mentali e impediscono al giudice di capire correttamente la prova nel caso concreto. La confessione è, infatti, ritenuta incompatibile con l’innocenza, quasi in applicazione del principio di non contraddizione; il DNA e dunque la compatibilità tra il codice genetico rinvenuto sulla scena del crimine con quello del sospettato crea lo stesso problema.

LA QUESTIONE DEL DNA

Come può non essere affidabile la prova del DNA? Dire che ciascun essere umano possiede un patrimonio genetico esclusivo (ad eccezione del gemello omozigote) è fatto certo ma è altrettanto vero che il DNA che si analizza nei casi di investigazioni forensi è il prodotto di un contatto tra vittima ed aggressore oppure aggressore ed arma od altra pertinenza della scena del crimine e assai raramente consente di tipizzarne una porzione realmente utile ai fini del confronto con il DNA del sospettato, così consentendo risultati esclusivamente probabilistici la cui percentuale di successo è assai variabile da caso a caso. La traccia può infatti essere stata contaminata da altro materiale biologico, essersi degradata naturalmente, disvelare solamente caratteri biologici assai ripetitivi all’interno di una certa popolazione e non già il complesso di notizie genetiche che la rendono identificativa del soggetto, può aver subìto errori d’analisi e possono esservi dubbi sulla catena di custodia, ovvero sui diversi passaggi che la traccia ha avuto, dal luogo del delitto, al laboratorio di analisi, al dibattimento. Insomma, come tutte le altre prove, anche quella biologica può essere paragonata ad una fotografia che può essere più o meno nitida e dunque offrire una visione più o meno fedele della realtà. Ciò che il giudice non può fare è interpretarla; il giudice, come esige la logica processuale, è un radicale empirista e dunque deve attenersi alle condizioni di fatto che naturalisticamente la prova ha nel caso specifico. La vicenda omicidiaria più d’attualità mediatica  e che potrebbe rappresentare il definitivo banco di prova nel rapporto sdrucciolevole tra diritto-scienza-giudice è quella afferente il tragico omicidio della giovane Yara Gambirasio.

LO SPECIALE DI FRONTE DEL BLOG SULLA MORTE DI YARA GAMBIRASIO- GUARDA

LA PERSONA SCONOSCIUTA NEL CASO DI YARA GAMBIRASIO

Ancora la scienza e la tecnica come prove decisive ed ancora dubbi. In particolare sul confronto tra il DNA repertato sul luogo del delitto e quello appartenente all’unico accusato: Massimo Bossetti. In un punto ben specifico degli indumenti di Yara è stata trovata una traccia di DNA (di cui non si è riusciti a ricostruire l’esatta provenienza biologica e cioè se derivi da sangue, parti corporee o altri fluidi) compatibile con quello di Bossetti nella sua parte nucleare ma mista a due DNA mitocondriali (che identificano il ramo materno): l’uno compatibile con la vittima e l’altro con un soggetto sconosciuto, certamente non Bossetti. In questo caso c’è dunque qualcosa che appare realmente incomprensibile. Un esempio può far comprendere molto meglio di qualsiasi altra considerazione: si immagini di trovare sul luogo del delitto una carta d’identità intestata ad un certo soggetto e poi, aprendo il documento, si scopra che la foto ed i dati non appartengono a costui ma ad un terzo e che di questo terzo non vi siano altri elementi sulla scena. Per andare oltre la metafora e ribadire quanto già accennato: il DNA cellulare di Bossetti contiene un DNA mitocondriale di un’altra persona e non esiste, sulla scena del crimine, traccia di DNA cellulare di questo (nuovo) ignoto, né DNA mitocondriale di Bossetti. Ed il DNA nucleare vive assieme a quello mitocondriale.

LA DIFFERENZA TRA I DNA

Cosa sono questi “due DNA”? Quello nucleare identifica la persona e quello mitocondriale solamente la “linea materna”; è quindi vero, come sostengono gli investigatori, che basta quello nucleare (che è compatibile con l’accusato, perché quello mitocondriale ci dice solo se vi è la parte materna in comune, ma ciò che è impossibile è che questi siano separati. Per intenderci: se viene analizzato il DNA di tizio, all’interno della medesima traccia, non può trovarsi un DNA nucleare e non il mitocondriale del suo ramo materno, semmai, dato che il mitocondriale si conserva meglio, si trova solo quest’ultimo e non il primo. E qui sta l’ennesimo mistero e cioè: com’ è possibile che non sia presente il suo DNA mitocondriale, unitamente al DNA cellulare fresco che, oltretutto, ha una resistenza maggiore alla degradazione (il DNA mitocondriale viene utilizzato per identificare i resti umani dell’antichità)? Non è finita: com’è possibile che tanti mesi dopo l’omicidio il DNA nucleare, che è facilmente degradabile, sia così ben conservato, se gli agenti atmosferici hanno distrutto quello mitocondriale?

IL MISTERO DEL DNA “FRESCO” DI BOSSETTI

Realmente non è comprensibile come tutto questa sia possibile. I biologi sostengono che questo complesso di condizioni impedisce di considerare la traccia come affidabile.

(L’ARTICOLO INTEGRALE SU CRIMEN IN EDICOLA) 

Chi è Justice of Mind

Justice of Mind (JOM) nasce nel 2015 dal confronto culturale tra l’avvocato Luca D’Auria, docente di diritto al master di psicopatologia forense e criminologia clinica al San Raffaele, la criminologa clinica e dottoressa in giurisprudenza Ilaria De Pretto, la psicologa e criminologa clinica Claudia Pavanelli, l’avvocato Noemi Brambilla e il professor Carlo Taormina. L’associazione studia il rapporto tra giustizia penale e mente e si pone come obiettivo di agire da supporto delle parti coinvolte nel giudizio, offrendo corollari al dibattito probatorio provenienti da diverse materie cognitive, in specie la logica, la psicologia cognitiva, la dottrina neuroscientifica, l’antropologia e la filosofia della mente. Il sito di JOM è www.justiceofmind.com

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