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Chiusi gli ospedali psichiatrici giudiziari: che succederà ora?

Gli Opg, ospedali psichiatrici giudiziari, hanno chiuso. Non tutti, non senza polemiche. Al loro posto le Rems, strutture più piccole e diverse. Com’è noto gli Opg, eredi dei famigerati manicomi criminali, rappresentano una pagina nera dell’Italia. Ma ora che succederà agli oltre 700 pazienti, persone internate perché pericolose? Quanto sappiamo della vicenda? Lo abbiamo chiesto alla psicologa Graziella Mercanti, che lavora anche come esperta al carcere di Como del Bassone.

ospedale-psichiatrico-giudiziario

Dottoressa, per cominciare, perché si è passati dall’Opg alle Rems e che differenza c’è? Sia a livello di cure che a livello di sicurezza, intendo.

«Il superamento degli O.P.G. è cominciato quattordici anni fa col decreto legislativo del 22 giugno 1999 relativo al riordino della medicina penitenziaria. In particolare il provvedimento si soffermava sulla necessità di trasferire alle Regioni le funzioni sanitarie degli ospedali psichiatrici giudiziari che dipendono ora dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Da quel momento in poi ci sono stati diversi decreti legge e accordi, fino alla legge 9/2012 che vincola le regioni a realizzare specifici programmi per la realizzazione di percorsi terapeutico-riabilitativi. Se in passato più regioni facevano capo ad un unico OPG, oggi ogni regione, attraverso le REMS (residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza), deve occuparsi dei propri detenuti psichiatrici secondo programmi riabilitativo-terapeutici che ne permettano il reinserimento sociale. Il reinserimento è naturalmente subordinato alla cessazione della pericolosità sociale. Queste strutture, a differenza degli OPG, sono regionali, molto più piccole (per un massimo di 20 pazienti) e maggiormente orientate alla terapia riabilitativa».

Per gli Opg si è parlato spesso di ergastolo bianco, nel senso che nessuno sapeva mai quando finiva la pena. Cosa cambia ora, se cambia qualcosa?

«I soggetti internati negli ospedali psichiatrici giudiziari erano individui per i quali le valutazioni tecnico- psichiatriche avevano stabilito l’infermità mentale. Non essendo dunque in grado di intendere e volere al momento della commissione del reato, non potevano essere detenuti in un circuito detentivo comune, poiché bisognosi di cure. Al contempo dovevano essere isolati dal resto della società a causa della sussistenza della pericolosità sociale. La dimissione era quindi subordinata alla riabilitazione del soggetto e alla cessata pericolosità sociale.  I tempi per il raggiungimento di questi obiettivi dipendono da numerosi fattori. In alcuni casi possono anche non essere raggiunti e in tal caso la permanenza può trasformarsi in un vero e proprio ergastolo».

C’è chi ha lanciato l’allarme per il fatto che 200 internati usciranno definitivamente. Saranno seguiti da strutture territoriali oppure no?

«Coloro che saranno rilasciati avranno ricevuto una certificazione di “cessata pericolosità sociale”. Si tratta di soggetti non più pericolosi, ma probabilmente ancora bisognosi di cure. In parte saranno assorbiti dai già esistenti servizi territoriali per la salute mentale, tuttavia è prevedibile che, a causa della solita scarsità di risorse disponibili sul territorio, alcuni di loro saranno abbandonati a loro stessi con tutte le incognite del caso. Altri saranno introdotti nei normali circuiti detentivi dove, purtroppo, si uniranno ai già numerosi detenuti affetti da disagio psichico».

C’è il rischio, paventato da alcuni politici come Matteo Salvini, che chi è uscito non sia completamente guarito?

«In psichiatria non è possibile parlare di “completa guarigione”. Il soggetto psichiatrico può raggiungere un buon livello di “compensazione” ovvero di gestione della malattia, che si ottiene con il proseguimento della terapia farmacologica, in taluni casi associata alla psicoterapia. Anche nel caso in cui sia cessata la pericolosità sociale, siamo comunque in presenza di soggetti psichicamente fragili, con un passato segnato da esperienze traumatiche e in parte dalla consapevolezza di aver commesso un gravissimo reato. Si tratta quindi di individui che devono poter usufruire di un programma terapeutico serio e contenitivo. Se lasciati a se stessi e non adeguatamente seguiti, possono nel tempo, riproporre la sintomatologia del passato che ha determinato la commissione del reato».

La psicologa Graziella Mercanti
La psicologa Graziella Mercanti

In base a quali criteri si può stabilire allora se davvero un malato psichiatrico non è più pericoloso?

«Grazie alla terapia farmacologica e ai percorsi psicoterapici e riabilitativi, è possibile condurre il paziente psichiatrico ad un buon livello di compensazione della “sintomatologia positiva”, ovvero  di tutte quelle anomalie della percezione e del pensiero che possono alterare in modo significativo il rapporto con la realtà. Il criterio principale che indica il miglioramento delle condizioni psichiche, è il grado raggiunto di funzionamento cognitivo, relazionale e sociale. Se il paziente, malgrado la patologia psichica e in seguito al trattamento, ha raggiunto un adeguato livello di interazione con la realtà circostante, può essere reinserito  nel tessuto sociale, con le necessarie cautele (visite, terapia ecc)».

Capita che in carcere ci siano persone che lei ritiene dovrebbero essere curate e invece si trovano in prigione?

«Il carcere si sta sempre più trasformando in un contenitore di disagio psicosociale. Anche a causa della scarsa disponibilità di risorse territoriali per la prevenzione e la cura del malessere psichico, sempre più soggetti psichiatrici si ritrovano nei circuiti detentivi. All’interno delle strutture carcerarie esistono servizi di psicologia e psichiatria, tuttavia non sufficienti a fronteggiare il problema che viene per lo più contenuto con la somministrazione di psicofarmaci. Nei casi più eclatanti, l’équipe di osservazione e trattamento, qualora non si registri un reale problema di pericolosità sociale, cerca di individuare strutture territoriali di tipo residenziale dove il soggetto possa scontare la pena ed essere curato al tempo stesso. La permanenza in carcere, per taluni soggetti, può essere alquanto nociva poiché esaspera la sofferenza  psichica ed interferisce con le potenzialità di raggiungimento di un sufficiente equilibrio psichico».

C’è il particolare caso delle mamme assassine ospitate a Castiglione delle Stiviere e più di recente a Barcellona Pozzo di Gotto. Lei ritiene che il loro caso sia effettivamente superabile, cioè si possa davvero guarire? O il rischio di suicidio, una volta compreso ciò che si è commesso, resta alto tutta la vita?

«Una madre che ha ucciso il proprio figlio/i, non potrà mai rappacificarsi con la propria parte assassina. Anche nei casi in cui il delitto sia stato commesso in una condizione di totale assenza di capacità di intendere e volere, le donne colpevoli di figlicidio sono sempre ad alto rischio di suicidio, soprattutto dal momento in cui iniziano ad acquisire consapevolezza su quanto commesso».

Cosa pensa che accadrà se un domani, una delle persone liberate tornerà a commettere un delitto?

«Il rischio di reiterazione del reato è alto anche per i detenuti non psichiatrici. Da quando nelle carceri è stato introdotto il personale adibito al trattamento e alla riabilitazione sociale e sono nate le misure alternative alla detenzione, la percentuale di reiterazione del reato è diminuita; tuttavia le risorse umane che svolgono il delicato e complesso compito di rieducare gli internati, sono sempre troppo esigue per fronteggiare la molteplicità di situazioni presenti all’interno dell’istituzione carceraria. Nel caso di detenuti psichiatrici, la fase trattamentale è ancor più importante e la dimissione dovrebbe essere subordinata a precise valutazioni e progetti di trattamento post-dimissione. La reiterazione del reato è spesso un segnale di malfunzionamento istituzionale e dovrebbe far riflettere sull’importanza della prevenzione, della cura e dell’accompagnamento post -detentivo. Il reinserimento sociale è un giusto obiettivo, ma deve essere sostenuto da un altrettanto giusto e ponderato impiego di risorse».

Quali sono, a suo giudizio, gli internati criminali che non hanno alcuna possibilità di ristabilirsi e che resteranno pericolosi a vita?

«Si tratta di casi per cui  la compromissione del funzionamento psichico è tale da impedire un efficace percorso terapeutico/riabilitativo. Per tali casi è difficile prevedere la cessazione della pericolosità sociale ed è quindi importante valutare la necessità della tutela sociale. Questi soggetti devono essere mantenuti in strutture contenitive, dove comunque sia  possibile impostare programmi di acquisizione delle abilità sociali, per garantire un minimo livello di funzionamento che possa favorire una ripresa di sano rapporto con la realtà».

 

Manuel Montero

 

I NUMERI

Secondo le stime aggiornate al 30 novembre 2014, gli internati nei sei Opg italiani erano 761, tra cui 83 donne (queste ultime internate a Castiglione delle Stiviere e, più di recente, anche a Barcellona Pozzo di Gotto). Nel 2012 erano quasi il doppio.

La legge 81 chiedeva che si trovassero sempre più misure alternative, ma si sono registrati 84 ingressi ogni 67 dimissioni.

Al convegno “Superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ed oltre: psichiatri a giuristi a confronto”, gli psichiatri hanno denunciato la mancanza di fondi per l’assistenza dopo la chiusura degli Opg a favore delle strutture territoriali che dovrebbero accogliere tra i 250 e i 400 ex internati nelle Rems. 

Non tutte le Regioni sono pronte all’accoglimento ed hanno chiesto “ospitalità” a strutture di altre aree geografiche. Il Veneto, che non ha individuato strutture, è stato commissariato. Alcuni Opg  terranno i pazienti in parte delle esistenti strutture in attesa del trasferimento. Castiglione delle Stiviere, da sempre considerato modello, ha cambiato più o meno semplicemente, essendo già dotato delle principali caratteristiche richieste.

Tra gli internati più pericolosi passati dalle cronache, proprio a Castiglione c’è il pugile assassino che uccise a pugni una passante filippina. E la badante ucraina che ammazzò con dieci coltellate la persona che doveva accudire “spinta dai vampiri”. Ad Aversa è passato il “cannibale di Pineto”, che tentò di uccidere una donna per mangiarle i piedi: è evidente che l’occhio vigile affinchè la situazione non sfugga di mano è inevitabile.   

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