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Dall’orrore di Pavia ai tanti orrori italiani di persone segregate in casa

Non è la prima volta che si verifica un caso come quello di Laura Carla Lodola. Molte storie simili, anche negli ultimi anni, hanno riempito le cronache nazionali

 

Laura Carla Lodola, pesava 15 kg quando l'hanno trovata. Viveva col compagno che dice di non essersi accorto di nulla
Laura Carla Lodola, pesava 15 kg quando l’hanno trovata. Viveva col compagno che dice di non essersi accorto di nulla

 

Era arrivata a pesare 15 chili. A 55 anni. Impossibile sopravvivere. È finita così la triste storia di Laura Carla Lodola, nell’appartamento di un palazzo di Pavia. Dove da anni era segregata su un letto, in condizioni igieniche devastanti, piena di piaghe da decubito. Solo quando ha perso conoscenza e non si è mossa più il suo compagno Antonio Calandrini, 60 anni, ha chiamato il 118. Ma nessuno si poteva immaginare una cosa del genere. Un soccorritore l’ha definita una «piccola mummia rattrappita». Una mummia con unghie lunghissime e i capelli che arrivavano sotto i piedi. Un mucchio d’ossa. «Mai visto niente di simile» ha detto un altro. Calandrini è stato arrestato con le accuse di sequestro di persona, abbandono di incapace e lesioni gravissime. Dice che era lei a non volere i medici. I vicini hanno raccontato che da anni provenivano urla da quell’appartamento, accentuate nelle ultime settimane: «E due volte – hanno dichiarato alla Provincia Pavese-  erano anche intervenuti carabinieri e polizia. Erano entrati in casa, avevano parlato con loro, li avevano calmati ed erano andati via». Possibile che qualcuno fosse entrato e non si fosse accorto di nulla? Roberto Lodola, il fratello della donna, sostiene che tre anni fa aveva segnalato il caso ai servizi sociali del Comune. «Ma il suo convivente non lo voleva, ha sempre detto che ci pensava lui a curare mia sorella» avrebbe riferito agli inquirenti. Calandrini aveva chiesto un’aspettativa nel 2010 al Collegio Nuovo di Pavia dove lavorava come custode, proprio spiegando di dover occuparsi della convivente. Poi, da luglio, hanno spiegato, non l’hanno più visto. Cosa sia entrato nella sua testa e forse anche in quella di Laura Carla, non lo si sa ancora.

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SEGREGATE

Però di strane storie di segregazioni in casa il Paese è pieno. Solo a novembre, da Vigevano, rimbalzava la notizia di una moglie vittima della folle gelosia del marito rumeno di 34 anni, che, dopo averla sequestrata per alcuni giorni, l’aveva sfregiata con un coltello per non farla più uscire di casa. Nel qual caso «così – le avrebbe detto- ora non ti guarderà più nessuno». Altre volte va diversamente. Maria Rabusin, slava di 69 anni, viveva al Vomero, Napoli, in una condizione di autosegregazione col figlio affetto da handicap mentali, in un alloggio pieno di feci, rifiuti, otto gatti e forse anche topi. Fu solo quando lei morì, in agosto, che, entrati in casa, i vigili urbani si accorsero dell’incredibile situazione.

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IL CASO DI PALMI

A Palmi, un mese dopo, emerse una storia terribile che portò all’arresto di un bracciante agricolo di 68 anni e della figlia studentessa universitaria di 27: accusati di aver segregato in casa la sorella dell’uomo, vedova e con problemi psichici. Stava in una stanza spoglia, priva di ogni suppellettile, con solo una brandina. Per i bisogni fisiologici doveva usare, raccontarono gli inquirenti, una sorte di porcilaia in aperta campagna. La storia venne fuori solo per caso, quando la donna vide passare una pattuglia dei carabinieri e svelò le condizioni in cui versava. E ancora a Napoli, marzo 2014, un’altra vicenda indignava e commuoveva l’opinione pubblica. «Chiara non era sotto sequestro: era lei a non voler uscire e a rifiutare in modo perentorio che altre persone entrassero nel suo appartamento». Così si difese Rosa S., la madre di una donna rimasta per otto anni chiusa in un appartamento ancora una volta al Vomero. Lei, settantenne insegnante in pensione, disse che sì, la figlia non aveva le chiavi di casa, ma si trattava di una precauzione, essendo affetta da turbe psichiche. La trovarono quando i vicini di casa, a causa dell’odore nauseabondo che proveniva dall’alloggio, chiamarono i vigili del fuoco. Trovarono Chiara in mezzo ad una sorta di discarica, immersa tra i rifiuti. Le tapparelle abbassate e chiuse con un fermo, mentre cercava di riscaldarsi con un phon. Dissero che la madre le portava il cibo una-due volte la settimana, lasciandolo sul pavimento e andando via. Perché madre e figlia non vivevano insieme. Un fattore che spesso risulta determinanante, quello della malattia psichica, quando si parla di segregazione. E proprio Napoli è la città dei casi più eclatanti. A settembre 2013  arrestarono a Scampia un uomo di 63 anni per il sequestro della moglie: davanti a casa aveva messo un cancello di ferro con una catena. Dissero che le chiudeva in casa per la paura che si facesse male a causa delle sue crisi psichiche e che per calmarla la picchiasse e le gettasse addosso acqua gelida. Accade più spesso di quanto ci si immagini.

 

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Il palazzo dove viveva Laura Carla Lodola
Il palazzo dove viveva Laura Carla Lodola

IL NIPOTE

Scene dell’orrore che non si sa mai dove possano portare. Tre anni prima, estate del 2011, fu lo zio di Z.S. a denunciare il nipote: raccontò al 113 che non solo l’uomo, 43 anni, picchiava il padre anziano, ma che teneva da tre settimane segregata in casa la fidanzata bielorussa. La polizia andò a controllare. Quando vide arrivare gli agenti lui la liberò: ma i segni sul volto della donna erano fin troppo evidenti. Fu lei a rivelare di essere stata legata al letto con catene e lucchetti, percossa, torturata con bruciature di sigaretta, costretta a prendere psicofarmaci. Scovarono anche una telecamera, con le immagini di lei che finivano in un hard disk. Geloso o solo sadico, non si sa. Si sa però che ci sono uomini che segregano la compagna, madri che segregano i figli, ma anche figli che segregano genitori. Come in provincia di Catanzaro, sempre nel 2011. Fu allora che arrestarono un operaio di 33 anni, con l’accusa di aver sequestrato in casa per anni la madre invalida: i carabinieri la trovarono in stato di totale abbandono, in una casa piena di rifiuti ed escrementi. Dissero che il figlio avesse rifiutato più volta la visita di un medico e di un’infermiera alla madre: «Alla mamma ci penso io». Lo diciamo un po’ tutti, ma di solito finisce diversamente.

Manuel Montero

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