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“Ecco perché la giustizia in italia non funziona”

Parla Giovandomenico Lepore, ex Procuratore della Repubblica di Napoli, autore di  “Chiamatela pure giustizia (se vi pare)”, edizioni CentoAutori, insieme al giornalista Nico Pirozzi

lepore

 

«Se in tutti questi anni nessun governo è riuscito a fare una riforma sulla giustizia un motivo ci sarà. Io credo che faccia comodo ai delinquenti, ma anche alle persone oneste, agli avvocati che vedono lievitare i propri onorari, ai politici…» Giovandomenico Lepore, cinquant’anni di magistratura sulle spalle (1961-2011), ex Procuratore della Repubblica di Napoli oggi in pensione, si è trovato a indagare su Calcipoli e P4, ha arrestato latitanti storici come Michele Zagaria, ha dovuto far luce sull’emergenza rifiuti in Campania e sulla faida di Scampia. Ma nulla pare irrisolvibile come il problema del funzionamento della giustizia in Italia, pluricondannata dalla Corte Europea per i diritti dell’Uomo, molto, ma molto di più di qualsiasi altro Paese dell’Europa Occidentale. Per questo, insieme al giornalista Nico Pirozzi, Lepore ha appena dato alle stampe un libro, dal titolo, non a caso pirandelliano: “Chiamatela pure giustizia (se vi pare)”, edizioni CentoAutori.

Non la soddisfa nemmeno la riforma che sta varando il Governo Renzi?

«Mah, per ora mi pare che sia riuscito solo a togliere le ferie. Spesso si confondono le cose. La verità è che la maggior parte dei magistrati è così cosciente che non ha mai usufruito per intero delle ferie».

Qual è il primo problema della giustizia in Italia?

«La lunghezza processuale. Una giustizia lunga è purtroppo già di per sé un’ingiustizia. Ma questa lunghezza è dovuta ad una serie di filtri, di problematiche molto complesse e a volte dannose».

Cosa pensa della legge allo studio sulla responsabilità civile dei magistrati?

«Credo che sia un falso problema. Una legge sulla colpa grave o il dolo c’è già, andando oltre si rischia di minare la serenità delle toghe. Già oggi tutti i magistrati, come i medici, hanno un’assicurazione professionale per gli errori commessi sul proprio lavoro».

È anche vero che i Governi, di ritorno dall’Europa, lamentano come non si riesca quasi mai a dimostrare la colpa grave o il dolo di un magistrato. Anche nei casi di provvedimenti disciplinari, nel libro “La legge siamo noi” furono snocciolati dati dal 1999 al 2006 che raccontavano come di fronte ad un migliaio di pendenze al Csm, l’80% fosse finito con un nulla di fatto, solo 22 volte un provvedimento minimo (rallentamento di carriera) e in 6 casi l’espulsione.

«In realtà negli ultimi anni c’è stata una tendenza diversa. Sono stati presi provvedimenti importanti verso chi ad esempio depositava con ritardi di oltre un anno la sentenza, ci sono stati anche arresti nei confronti di chi si comportava in maniera sleale. E poi, certo, c’è indubbiamente un problema vero: quello delle correnti interne alla magistratura. La magistratura non può essere come la politica, dove chi finisce in disgrazia ci finisce perché non appartiene ad alcuna corrente. Detto questo, è anche evidente che nessuno ha la bacchetta magica e che gli errori nascono quasi sempre in buona fede».

Il libro di Giovandomenico Lepore:

Lei che soluzioni adotterebbe per risolvere il problema giustizia?

«Comincerei con l’eliminare diversi reati dal codice penale che possono essere semplicemente sanzionati con multe, come il disturbo della quiete pubblica. È pieno di reati contravvenzionali che riempiono le scrivanie. Poi proverei a sanzionare le denunce infondate. Molto spesso vengono fatte per non procedere subito con un procedimento civile dove devono essere anticipate delle spese. Ce ne sono miriadi. Spesso davvero inutili. Infine, bisogna dirlo, ridurrei le garanzie».

In che senso?

«Non è possibile che in Italia si arrivi anche a otto gradi di giudizio, anche quando il caso è lampante. O ancora che si arrivi ad appelli fatti solo sulle attenuanti. Il giudice d’appello dovrebbe essere libero di peggiorare la condanna anche in assenza di ricorso del pubblico ministero. I ricorsi si ridurrebbero drasticamente e l’imputato sarebbe più responsabilizzato, ma anche il pubblico ministero. Soprattutto ne beneficerebbero i tempi processuali, destinati così a restringersi notevolmente».

Lei come si spiega che i grandi delitti “mediatici” degli ultimi 40 anni siano finiti tutti con una condanna degli imputati?

«Guardi, purtroppo praticamente sempre nei gradi processi per omicidio dove la giuria è anche popolare, i media iniziano a discutere delle vicende prima di conoscere gli atti. Faccio l’esempio di Bruno Vespa, dove se ne comincia a discutere che, mi passi la battuta, a momenti il delitto non è ancora avvenuto. Che poi a discuterne sono sempre gli stessi. È normale quindi che questi dibattiti televisivi svolti ancor prima che si conoscano per intero gli atti e ancora prima che un processo inizi, finiscano per influenzare un giurato popolare».

Manuel Montero

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