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Il Capitano Ultimo: «Una lobby radical chic ha trasformato la presunta trattativa in una macchina da soldi»

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Sergio De Caprio, oggi comandante del Noe dei Carabinieri, l’uomo che nel 1993 arrestò Totò Riina, dice: «La trattativa Stato-mafia? Tutto può essere nella vita, ma secondo me non c’è stata. Sicuramente quella attribuita al capitano Giuseppe De Donno e al tenente colonnello Mario Mori non è stata una trattativa ma un approccio di due ufficiali di polizia giudiziaria verso un pregiudicato. Col solo scopo di acquisire notizie utili a distruggere Cosa Nostra… Alla fine non è che hanno dato un passaporto a Ciancimino per farlo espatriare in Sudamerica: no, lo hanno consegnato alla Procura della Repubblica di Palermo. Che poi non ha saputo o voluto gestirlo al meglio». Lo racconta al settimanale OGGI, che l’ha incontrato nella casa famiglia alle porte di Roma dove dà aiuto a una ventina di ragazzi disagiati.

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MORI INNOCENTE- Nell’intervista, rilasciata alla giornalista Raffaella Fanelli, altre frasi assumono rilievo: «La mafia non ha un partito politico, può forse aver avuto dei politici di riferimento. Uomini vigliacchi come loro. Ma De Donno e Mori non c’entrano con questo schifo. Noi abbiamo distrutto il vertice di Cosa Nostra. Riina cerca di vendicarsi, e il fatto grave è che ha dei fiancheggiatori che uno non si aspetterebbe mai: lobby radical chic evidentemente molto trasversali a tanti poteri forti… ».

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LA LOTTA ALLA MAFIA- «Tra i miei ragazzi continuo a combattere la mafia, perché la battaglia non si fa solo con le armi ma anche con la preghiera. La lotta alla mafia è quella che si fa per strada giorno per giorno, accanto ai poveri. Quando diventa uno strumento di lobby non è antimafia, è un’altra cosa e noi dobbiamo starci ben lontani».

 

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LE TRASMISSIONI TV- Poi se la prende con alcune trasmissioni tv: «La presenza dell’avvocato di un boss in una trasmissione televisiva è un fatto gravissimo: è la conclusione di un percorso che porta il boss a eludere le restrizioni del 41-bis». E ancora: «Lei dice che si tratta di trasmissioni e giornalisti che danno la parola ad avvocati o pentiti al solo scopo di cercare la verità? Mi vien da ridere… Sono trasmissioni e persone che mi ripugnano. Che rappresentano quel mondo elitario capace di trasformare la disperazione e la rabbia degli esseri umani in propria ricchezza personale. E mi riferisco a chi ha fatto di questa presunta trattativa Stato-mafia una macchina per far soldi. A chi si è arricchito infangando. A chi di mafia non sa niente eppure ha la presunzione di mettersi in cattedra».

 

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MESSINA DENARO- «Come mai non riescono a prendere Matteo Messina Denaro? Avrà fatto un patto con qualcuno che gli garantisce l’immunità». Dice sul serio? «Dovrei risponderle così ma mi viene da ridere. Non lo prendono perché è più bravo di quelli che lo cercano».  

La versione di Bruno Contrada (video)

 

Poi difende il suo ex comandante, Mario Mori («È permanentemente sotto processo, direi: alla fine, invece di attaccare Riina, Provenzano, Bagarella, Messina Denaro, attaccano per vent’anni gente che ha sacrificato la sua vita per la lotta al crimine»).

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LA MANCATA PERQUISIZIONE AL COVO- E tornando sulla mancata perquisizione del covo di Riina, per cui finì a processo e fu assolto, dice: «Io ho proposto una scelta investigativa. Se altri volevano fare la perquisizione avrebbero dovuto dirlo: nel momento in cui un magistrato assume la direzione delle indagini compete a lui. A me nessuno ha mai detto di farla, né io mai mi sono rifiutato di eseguire alcuna disposizione dell’autorità giudiziaria. Se altri, cioè il pubblico ministero di turno quel giorno, ha omesso di fare una perquisizione è un suo problema. Io ho proposto di seguire i fratelli Sansone che avevano dato ospitalità a Riina e che non erano conosciuti in quel momento. Seguendoli avremmo potuto disarticolare tutti i collegamenti politici e imprenditoriali di Cosa Nostra. Una scelta accettata. Poi se ci hanno ripensato non lo so, e non è un problema mio. Sta di fatto che la perquisizione non era una cosa che dovevo fare io. E sta di fatto che rivelare ai giornalisti la casa di Riina è stato un grosso favore reso a Cosa Nostra. Se poi nel momento in cui, accettata la mia ipotesi, avessero voluto comunque impedire l’asportazione di documenti o di altro, avrebbero dovuto impormi per iscritto di perquisire tutte le persone che uscivano da quella casa. Ma questo non è stato fatto».

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Il libro di Raffaella Fanelli sul suo incontro coi boss:

 

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