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I Club Dogo prima che fossero i Club Dogo

È il 2007 e i Club Dogo pubblicano il loro primo album con un grosso produttore, la Virgin, anche se erano già molto noti. Mi chiama il direttore di un mensile di musica, Tribe. Dice: «Vai a intervistarli». Faccio: «Guarda, mi sa che caschi male, la musica non è esattamente il mio settore». «Lo so, ma si presentano come dei duri. Vai a vedere che tipi sono».

 club dogo

Incontrai prima Mondo Marcio e poi loro. Sette anni più tardi ho visto un loro filmato su youtube. Mi sembrano come allora. L’ho guardato senza audio e sembra che stiano mandando a fare in culo tutti: rabbia, ferocia, ribellione. Poi alzi il volume e ti accorgi che invece cantano una specie di inno alla Playstation, o meglio al Pro Evolution Soccer, o meglio Pes.

Più o meno sono tutte così. Sembrano cattivi, ma alla fine sono nostalgici: c’è Batman e Sampei in Cattivi Esempi. C’è la versione rap de Gli anni d’oro cantata da Jack La Furia. Il rimpianto dell’infanzia. Rispetto agli altri dello stesso genere danno l’impressione di prendersi meno sul serio. I video sono decisamente elaborati, scenografici.

Ma la cosa più divertente è che ho scoperto che Pes la conoscono a memoria i bambini delle scuole elementari. Tutti. Chissà se loro lo sanno. Mi stanno facendo una testa così. Quella che segue è la breve intervista che realizzai all’epoca, prima che i Club Dogo fossero i Club Dogo, coi loro primi passi.

 

Li vedi sulla banconota da 500 euro che hanno usato per pubblicizzare Vile Denaro e sembrano il ritratto moderno de Il Buono, il Brutto e Il Cattivo. Ma i Club Dogo, Don Joe (Luigi Florio, 34 anni), Guè Pequeno (Cosimo Fini, 26) e Jake La Furia (Francesco Vigorelli, 28), alla “scuola dei duri” ci sono arrivati tardi. Lasciandosi nell’ordine alle spalle un diploma di ragioneria, una maturità classica e qualche anno di liceo artistico. Ma soprattutto genitori “ingombranti” per chi canta la vita della strada: un padre radiologo, uno scrittore affermato, un ex parlamentare. Decisamente appartenenti a un ambiente assai diverso. Già prima che s’incontrassero, li accomunavano passioni insolite. Idoli, diciamo, fuori dalla norma: i film alla Milano Calibro 9 per Don Joe, Luciano Lutring – il solista del mitra- per Guè, nientemeno che il bandito Renato Vallanzasca per Jake.

SAN BABILA – «Per anni – dice Guè, il più loquace – ci siamo incontrati in piazza Vetra, al parco Sempione, al Giambellino. Jake faceva i graffiti e la breakdance al muretto di San Babila, Milano l’abbiamo esplorata in lungo e in largo. Non sentivamo il nostro mondo, ma quello metropolitano». Assorbendo gli umori come spugne.

Fedez: «Ho vissuto male il mio imborghesimento. Ma non andrei mai in tv dalla D’urso»

CENTRI SOCIALI–  «Sì – ribatte Jack-, per noi è importante conoscere sia l’avvocato che lo spacciatore. Altrimenti non puoi raccontare la società, tutta la società». Lo hanno fatto per dieci anni, riempiendo anno dopo anno il Leoncavallo come i Magazzini Generali, i Rolling Stone come miriadi di centri sociali. «All’inizio era dura, non avevamo nemmeno l’etichetta. Ci portavamo gli scatoloni dietro con i cd. Donjoe faceva il commesso, io il magazziniere, Jack il grafico. E’ stata una vita frenetica, senza mai dormire».

Gioventù bruciata? “Sì,- ridono in coro- ci siamo drogati molto. Ma erba, eh? Poca roba visto che siamo nella città della coca.” Taglienti. Ce l’hanno con la classe dirigente, dicono. Ma soprattutto con la giustizia: «E con le schedature per chi consuma hashish, con i continui controlli quando sei in giro, l’ultima volta proprio qui sotto. Vorremmo un Paese più libero». Amano il mondo della gavetta che hanno fatto per anni prima di approdare al successo, dar voce a quell’ambiente di chi non può protestare e non ha santi in paradiso.  E poi l’urlo, da Incubo italiano: «Le troie in strada non ci sono più/ offendevano il presidente e la sua gioventù/poi esce una tetta in fascia protetta/ e frà le ritrovo vestite uguali nelle sue tv».

LA TV– Pare che la tv non piaccia, no? «Nooo. – attacca Guè- Intendiamoci, il problema non è andare in tv, ma quello che ci vai a fare. E’ l’ipocrisia dell’industria mediatica che odiamo. Per assurdo, basta che paghino e ci diano carta bianca, andiamo pure dalla De Filippi». E, forse non lo sanno, ma recitano la stessa parte di alcuni esponenti dell’estrema sinistra che, negli anni ’70, odiando giornali borghesi, si misero a lavorare nelle riviste porno. Perché in effetti i Club Dogo faranno di più. «Gireremo una pellicola hard del produttore fiorentino Silvio Bandinelli, un porno con trama dove impersoneremo una delle bande che si scontrano». Senza essere attivi, insomma, come Elio e le storie tese nel film di Rocco Siffredi. «Più che altro perché ci piace il genere. Ma proprio siamo collezionisti, ad esempio degli alternative porn, con le pin-up tatuate da cima a fondo. Ma anche i film horror di serie B sono la nostra passione».

SPENDIAMO TUTTO– Quindi ora, col denaro dei dischi…«Capirai, spenderemo tutto- chiude Jack-, come sempre. Io voglio comprare molte collane d’oro. E forse una casa». Un rifugio da recuperare in fretta. Perché, d’altra parte, lo cantano chiaro: «La vita è una puttana e i soldi li vuole prima».

Edoardo Montolli

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Chi è Edoardo Montolli

Edoardo Montolli, giornalista, è autore di diversi libri inchiesta molto discussi. Due li ha dedicati alla strage di Erba: Il grande abbaglio e L’enigma di Erba. Ne Il caso Genchi (Aliberti, 2009), tuttora spesso al centro delle cronache, ha raccontato diversi retroscena su casi politici e giudiziari degli ultimi vent'anni. Dal 1991 ha lavorato con decine di testate giornalistiche. Alla fine degli anni ’90 si occupa di realtà borderline per il mensile Maxim, di cui diviene inviato fino a quando Andrea Monti lo chiama come consulente per la cronaca nera a News Settimanale. Dalla fine del 2006 alla primavera 2012 dirige la collana di libri inchiesta Yahoopolis dell’editore Aliberti, portandolo alla ribalta nazionale con diversi titoli che scalano le classifiche, da I misteri dell’agenda rossa, di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti a Michael Jackson- troppo per una vita sola di Paolo Giovanazzi, o che vincono prestigiosi premi, come il Rosario Livatino per O mia bella madu’ndrina di Felice Manti e Antonino Monteleone. Ha pubblicato tre thriller, considerati tra i più neri dalla critica; Il Boia (Hobby & Work 2005/ Giallo Mondadori 2008), La ferocia del coniglio (Hobby & Work, 2007) e L’illusionista (Aliberti, 2010). Dirige la casa editrice Algama (www.algama.it).

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