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Da Joker a Scream, da Dexter a Breaking Bad: quando i killer si ispirano a cinema e tv

Non mancano l’Uomo Ragno, Darth Vader e pure Peter Pan. Ecco cosa accade se un folle trova ispirazione nel suo eroe…

 

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Ha cercato il veleno nel deep web, la parte oscura della Rete. Voleva avvelenare la madre. La odiava perché le impediva di sposare il suo fidanzato. E lei, Kuntal Patel, graphic designer di Londra, a 37 anni, di subire imposizioni in casa non ne poteva più. Così ha contattato online un certo Jesse, un esperto della materia, chiedendogli un veleno che non lasciasse traccia. È seguito uno scambio di mail. Lei lo chiamavaHeisenberg, che è il nome del fisico che formulò il principio di indeterminazione. Ma che è soprattutto lo pseudonimo – in suo onore – che adotta Walter White, il professore di chimica diventato spacciatore nella serie televisiva cult Breaking Bad. Non a caso, la serie preferita da Kuntal. E non a caso Jesse, da novello Heisenberg-White, le ha spedito la ricina, ossia i semi dalla Ricinus communis: per ammazzare un uomo bastano 0,2 milligrammi.

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Non a caso, perché in Breaking Bad la ricina faceva la sua comparsa tre volte: per eliminare Tuco Salamanca, trafficante messicano di metanfitamine; per uccidere Gustavo Fring, a capo di una catena di fast food e, va da sé, altro trafficante; e nel tentato omicidio del figliastro di uno dei protagonisti della serie.

Tra realtà e finzione, Kuntal alla fine è riuscita a distinguere: «Era come se fossi all’interno del mio telefilm preferito» dirà ai giurati. Ma poi, pagata la merce 950 sterline, si è resa conto del delirio e ha buttato via tutto. Così almeno hanno pensato i giudici inglesi che l’hanno assolta: secondo le accuse, Kuntal aveva invece tentato di avvelenare la madre versandole la ricina nella Coca Cola. Ma l’acidità della bevanda aveva annullato l’effetto tossico della sostanza.

Negli stessi giorni la magistratura britannica si confrontava con un altro fanatico di una serie tv, che invece il progetto lo ha portato avanti fino in fondo: Steven Miles, diciassette anni, residente a Oxdet, nel Surrey, dovrà restare in galera 25 anni. A gennaio ha assassinato, smembrato e fatto a pezzi, utilizzando gli strumenti da chirurgo del padre, la fidanzatina Elizabeth Thomas. Poi ha diviso i resti in sacchi della spazzatura. Un po’ perché, sosteneva il giovane, glielo ordinava il suo alter ego di fantasia Ed. Un po’ seguendo il modus operandi del suo eroe della tv, o meglio l’antieroe: il serial killer e giustiziere Dexter. Gli psichiatri lo hanno smentito: Steven soffre di autismo, ma non di schizofrenia. Fosse stato maggiorenne, l’ergastolo non glielo avrebbe tolto nessuno.

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«Mi sentivo come Dexter» è la frase che ha pronunciato ai giurati anche un altro minorenne, Andrew Conley, di Rising Sun, nell’Indiana. Diciassette anni, all’ergastolo lui ci è finito davvero per aver strangolato il fratellino di dieci anni. Venti minuti di agonia prima di caricarlo in auto e abbandonarlo sugli argini del fiume Ohio e andare a dormire dalla fidanzata. Era il 26 novembre 2009, il giorno del Ringraziamento negli Usa. Un anno prima, sempre ispirandosi a Dexter, Mark Twitchell, 29 anni, aveva fatto fuori Johnny Altinger, 39. Almeno, così scriveva su Facebook: «Ho molto in comune con Dexter Morgan». Mark voleva girare un film in cui un serial killer ammazzasse i mariti infedeli spacciandosi per una donna. Si sarebbe chiamato “House of Cards”. E pensò di farlo davvero: per agganciare Altinger si era fatto passare per una donna, adescandolo in Rete. E per rendere la cosa più realistica davanti alla telecamera, lo ha ucciso davvero.

Cattivi della tv e assassini veri.

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Succede spesso.

La maledizione di Joker

L’ultimo Joker aveva il volto di Neil Prescott, 28 anni e arrivava da un sobborgo di Washington. Ma non si trattava di un attore. Progettava una strage nella sua azienda e alla polizia del Maryland che lo arrestò, dichiarò di voler «caricare le sue pistole e far saltare tutti in aria». Indossava una maglietta con una scritta: «le pistole non uccidono la gente, ma io sì». Non si sa se lo avrebbe fatto davvero. Di certo alle forze dell’ordine i suoi superiori si erano rivolti perché più volte Prescott aveva detto a diversi di loro: «Io sono il Joker e voglio vedere il tuo cervello fracassato per terra». A casa aveva più di 20 fucili, svariate pistole, armi da caccia e una quarantina di scatole di munizioni. Lo hanno internato nella struttura psichiatrica dell’Anne Arundel Center. Perché non si sa mai. Prescott rappresentava infatti il primo emulo del californiano James Holmes, che in nome di Joker una strage l’aveva compiuta sul serio, il 20 luglio 2012.

All’epoca ventiquattrenne, studente di neuroscienze che da un mese aveva abbandonato gli studi, lo abbiamo successivamente visto con lo sguardo perso e i capelli rossi – proprio come Joker – in un’aula di tribunale, dove dovrà rispondere di 24 capi d’accusa per omicidio e 116 per tentato omicidio. In totale, alla prima di Batman Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno in un cinema di Aurora, il Century 16, entrato in scena a proiezione iniziata quando tutti pensavano ad una trovata pubblicitaria, ammazzò 12 persone ferendone altre 58.

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Sembra fosse seguito da una psichiatra, Lynne Fenton, che si prende cura di alcuni studenti universitari ed è specializzata nell’osservazione degli schizofrenici. Pare pure avesse fatto il disegno della strage e che lo avesse inviato all’Università. A casa aveva bombe. E al cinema si era portato due Glock con corpo in ceramica non rilevabile ai raggi x, un fucile a pompa Remington e un fucile semiautomatico Smith & Wesson modello AR-15. In carcere una maschera gliela misero poi davvero, quando prese a sputare alle guardie. Sapeva che sarebbe finito lì. Hanno infatti trovato un profilo su AdultFriendFinder, sito di incontri per adulti, in cui, con lo pseudonimo di ClassicJimbo e gli immancabili capelli rossi, chiedeva sesso rapido e facile e domandava ad una donna: «Mi verresti a trovare in prigione?».

Come talvolta accade in questi frangenti, ha collezionato dei fans.

I periti lo hanno giudicato insano di mente e il prossimo dicembre inizierà il processo.

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Ma certo sembra ormai una suggestiva maledizione quella che aleggia intorno ad uno dei più cattivi personaggi della Dc Comics, il cui ultimo interprete, Heat Ledger, morì poco dopo che erano terminate le riprese del film per overdose da farmaci.

Perché, ancor prima del caso-Holmes e di Prescott, nella vecchia Europa c’era già stato un emulo di Joker.

Si chiama Kim de Gelder, del quartiere di Saint Nicolas, Termonde, una cittadina fiamminga a trenta chilometri a nord-ovest di Bruxelles. Nel gennaio del 2009 aveva vent’anni. Vestito e truccato come Joker – con faccia dipinta di bianco, bocca rossa e occhi cerchiati di nero – de Gelder, rimasto disoccupato, arrivò in bicicletta all’asilo nido “Il paese delle favole”. E lì, armato di un coltello di 30 cm, uccise due bambini di 6 e 9 mesi e una maestra di 55 anni. Altre dodici persone le ferì gravemente. Nello zaino conservava altri tre coltelli, un’ascia, una pistola finta. Indossava un giubbotto anti-proiettile. E custodiva un foglietto con il nome di un secondo asilo nido da colpire. Quando lo interrogarono non rispose.

E sembra che, a volte, ridesse: proprio come Joker.

È la follia che cerca un punto di sfogo. Di chi è convinto che i supereroi esistano davvero. E soprattutto i cattivi, in cui si immedesimano. Come l’Elijah, l’uomo di vetro interpretato da Samuel Lee Jackson in Unbreakable – Il predestinato.

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E infatti è successo anche a Las Vegas nel giugno scorso, quando marito e moglie hanno aperto il fuoco contro due poliziotti in una pizzeria al grido di «Questo è l’inizio della rivoluzione». Poi sono filati in un grande magazzino, hanno fatto uscire tutti. Lei ha ucciso lui. E poi si è sparata un colpo in testa. È venuto fuori che erano fanatici neonazisti, fautori della supremazia bianca. E che se ne andassero in giro nel quartiere abbigliati in maniera un po’ stramba: vestiti da Batman. E da Joker.

Si dirà che è un caso e che un pazzo è un pazzo, che se al posto di Joker  marito e moglie avessero visto Peter Pan, avrebbero sparato lo stesso. E naturalmente è vero: infatti il terzo abito con cui la coppia bighellonava nel quartiere era proprio quello di Peter Pan. Come a dimostrare che, suggestioni a parte, ogni personaggio immaginario può ispirare un folle.

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Il problema è che c’è qualcuno che ha iniziato a ricamare sui supereroi, convinto di una correlazione puntuale. Nel settembre 2013, ad esempio, il presidente venezuelano Nicolas Maduro, in un Paese che nel 2012 ha contato 16mila omicidi, dichiarò: «In questi giorni mi sono messo a guardare L’Uomo Ragno 3. È una cosa pazzesca: dall’inizio alla fine ci sono morti e di nuovo morti. Ed è una delle serie che più piace ai piccoli». Si lamentava che questi programmi erano «vere e proprie fabbriche di antivalori». E che un «ragazzino di 14 anni porta già con sè una pistola 9 millimetri e ha nel cervello migliaia di ore di trasmissioni di serie dove si uccide tanta gente».

Vai a fargli capire che il problema è la facilità con cui le armi girano in Venezuela e non un film, a generare morte. E che il resto è solo una suggestiva coincidenza.

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Spiega infatti la psicologa del carcere di Como Graziella Mercanti: «Il legame tra violenza mediatica e comportamento aggressivo non è diretto, ma avviene in presenza di  particolari predisposizioni genetiche o di un contesto socio-culturale problematico e di gravi anomalie dello sviluppo cogntivo e affettivo: può determinare allora una vera e propria “sostituzione”. E il soggetto patologico,  convinto di essere un personaggio invincibile, manifesterà comportamenti e azioni tipici di quel personaggio. In una sorta di catarsi liberatoria, sperimentando un senso di potere che compensa spesso un reale vissuto di scarso valore ed emarginazione».

D’altra parte è capitato anche in Italia. Ma non con Joker né con Peter Pan. Miranda Janette G., cilena residente nella bassa Brianza, aveva infatti scelto il ruolo di Eva Kant per tentare di uccidere la moglie del suo amante: vestita come la compagna di Diabolik – fuseaux, maglia attillata e passamontagna neri, con ciuffi di capelli biondi colorati-, 52 anni, ha fallito il suo intervento perché la siringa imbottita di anestetico con cui aveva cercato di pugnalare al cuore la “rivale” in amore, ha colpito il ciondolo della collana della vittima.

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E poi c’è Scream, trasposto dal film ad una dannata realtà di periferia. La storia la racconta proprio la Mercanti: «Elena, donna ultracinquantenne, fu arrestata dopo aver tentato di uccidere una vicina di casa. Primogenita di quattro fratelli, a soli vent’anni, per via della morte del padre, fu costretta ad occuparsi della famiglia, rinunciando a studi, al divertimento e a farsi una famiglia sua. Dovette rinunciare alla sua femminilità per gestire un ambiente di lavoro costituito da soli operai maschi. I fratelli più giovani nel frattempo crescevano anche grazie alle sue cure materne,  indispensabili per via del progredire di una malattia invalidante della madre. Quando si sposarono, lei rimase sola, alla guida della ditta di famiglia e a fianco della madre. Poche relazioni per i troppi impegni, andò incontro ad una lunga depressione che non ricordava neppure come fosse iniziata. “La mia vita non aveva un senso” raccontava in carcere. La crisi economica aveva reso la ditta infruttuosa. Ma per salvaguardare il lavoro dei dipendenti, Elena rifiutava di chiudere l’attività, mentre i fratelli non rispondevano alle sue richieste di aiuto. La sera a casa, dopo aver accudito la madre, si chiudeva per ore nella sua stanza. La sua ultima storia affettiva era terminata da poco quando iniziò a provare strane sensazioni. A volte le sembrava di “essere fuori dal suo corpo”. In altre, parlava con persone che era convinta fossero lì con lei. E sentiva crescere una forte carica di rabbia. Non sapeva perché, ma era fortemente attratta dalla maschera carnevalesca raffigurante “l’urlo di Munch”. Nei mesi precedenti il delitto, aveva noleggiato la serie dei film che raccontavano la storia del terrificante personaggio che la indossava. Finchè un giorno andò all’edicola del paese e acquistò la maschera. Una mattina d’inverno si nascose dietro una colonna del porticato di casa. Sapeva che di lì a poco la vicina di casa avrebbe fatto la solita breve visita di cortesia alla madre. Tra le mani stringeva la maschera e un coltello da cucina. Non appena vide la donna, indossò la maschera, si avventò su di lei e la colpì ripetutamente al collo e alle braccia. Convinta di averla uccisa, gettò a terra maschera e coltello e si rifugiò nella sua stanza dove le forze dell’ordine la trovarono poco tempo dopo intenta a conversare con un immaginario personaggio. Non riuscì mai spiegare il significato del suo gesto: ripeteva stupita che la maschera le aveva conferito un forte senso di forza. Tuttavia lei stessa non comprendeva il motivo dell’aggressione ad una donna innocua con cui non aveva avuto alcun diverbio».

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Molto più spesso c’è chi sfrutta la maschera del supereroe non perché sia un pazzo omicida. Ma per camuffarsi per compiere un reato. Ce ne sono un’infinità. L’ultimo, nel 2012, è stato un tizio che, travestito da Uomo Ragno, si è nascosto nel bagno di un supermercato di Ostia e poi ha tentato una rapina con un’arma giocattolo. In barba al fumetto, lo hanno riconosciuto subito, portandolo al gabbio. Ma certo, il più “coerente” arrivò da oltreoceano. Lì, al posto di usare un passamontagna, un rapinatore si vestì da Darth Vader e portò via gli incassi del cinema di Springfield, Illinois, nel maggio 2005. Dove sta la coerenza? Nel cinema stavano proiettando il terzo episodio di Star Wars.

Tratto da Gqitalia.it

 

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