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Ebook/ “Cara cognata, ti odio!” – Un capitolo del divertentissimo libro

Se non l’avete ancora fatto, compratelo. Ne vale la pena. Su Fronte del Blog, un’anticipazione del divertentissimo libro di Corinne Savarese. Buona lettura 

 cara cognata ti odio

Finalmente domenica mattina.

Sotto il gazebo, sono seduta al tavolino in ferro battuto, mentre bevo il mio caffè e latte. Finito, prendo il tablet e mi stendo sulla sdraio, mentre mi dedico alla lettura delle ultime news.

Prima pagina.

 

“Il magnate della moda e la regina del marketing brindano alla loro unione. Semplici affari o affari privati?”

 

Spalanco gli occhi. Immaginavo avrebbero pubblica­to la foto del brindisi, ma vedermi in primo piano con un titolo simile, fa ben altro effetto. Andrea mi sta divorando con gli occhi e io gli sto letteralmente sbavando addosso.

Perfetto! Ora tutti penseranno che quel posto lo abbia ricevuto per tutt’altro merito.

Mi rivedo nella limo, mentre Andrea mi riporta a casa. Ha insistito per accompagnarmi. Ero convinta avesse un piano post party, altrimenti perché insistere tanto. Invece una volta arrivati, è sceso dalla macchina, ha fatto il giro, mi ha aperto la portiera, con la mano mi ha aiutata a scendere e ha camminato al mio fianco fino al portone di casa.

Le farfalle facevano il salto ad ostacoli nel mio stomaco, potevo sentirle sbattere sulle pareti. Ero pronta per il bacio della buonanotte. Sarebbe stato il giusto finale per una serata splendida come quella di ieri. Un velo umido mi imperlava la nuca e le mani, mentre ci fermavamo davanti al portoncino. Mi sono girata verso di lui, aspettando. Lui mi guardava, in silenzio. Dopo qualche attimo, vedendomi in attesa di qualcosa, ha detto.

«Le chiavi di casa?»

Le chiavi di casa? Ma non hai niente di meglio da fare? Okay, forse muore dalla voglia di entrare…

Mi sono scossa e ho subito preso dalla borsetta le chiavi. Le dita tremanti, non riuscivo a centrare la serratura. Con gentilezza Andrea me le ha sfilate dalle mani e ha aperto lui. Mi ha tenuto la porta aperta per farmi passare e poi si è fermato sul ciglio. Mi sono girata a guardarlo con aria interrogativa.

«Grazie per la magnifica serata. È valsa la pena aspettare tre settimane un tuo messaggio, se al mio rientro mi attendeva questo.» Poi mi ha preso la mano, si è inchinato lievemente e me l’ha baciata, senza distogliere lo sguardo dal mio.

Io ero incapace di parlare. Letteralmente annichilita.

«Buonanotte mia partner.»

Si è girato, è andato verso la macchina, mi ha guardato un’ultima volta e poi è salito nella limo, che è ripartita solo dopo che io ho richiuso la porta.

Ritorno al presente.

Altro che affari privati! Non si è lasciato sfuggire nemmeno un saluto di troppo.

Mi sento un po’ frustrata. Chiunque si è fatto delle storie alle nostre spalle e l’unica che non ride affatto sono io.

Squilla il cellulare. Lo prendo dal tavolino accanto alla mia sdraio.

«Pronto?»

«Ciao Daphne, sono Annabella.»

Posso sentire la sua euforia attraversare ed elettrizzare il cellulare.

«Ciao Annabella. Allora, ‘cravatta-viola’? Deduco sia andata bene…»

«Puoi dirlo forte. Steve è grandioso. Devi conoscer­lo. Subito. Vieni questa sera a cena, te lo presento.»

«Steve? Questa sera?»

«Sì, Stefano. Ma si fa chiamare Steve. Ha studiato in California. Allora, ci sei?»

Avrei un’altra occasione di rivedere Andrea…

«Ma sì, non avevo altri piani in programma. Ci vediamo a cena.»

La giornata scorre veloce. Ne approfitto per preparare alcuni documenti per domani e revisionare i contratti a cui sto lavorando. Devo prendere appuntamento con lo studio fotografico per il servizio in programma questa settimana con i modelli della De Michelis. Attacco un post-it in cima alla pila di documenti che poi infilo nella borsa di lavoro.

Dopo un delizioso bagno caldo mi preparo per la cena. Non sarà niente di eccezionale, una semplice cena, così prendo un vestito anni settanta, in seta, con cerchi colorati neri e verde menta, ampie maniche che si stringono sui polsi e la gonna aderente. Un sandalo con tacco a spillo e una borsa in pelle nera.

Salgo sulla mia Evoque bianca, accendo lo stereo e parto. Alla radio i Linkin Park, con Castle of Glass. Una delle mie preferite del momento. Schiaccio sull’acceleratore, lasciandomi prendere dalla melodia e in poco tempo sono arrivata.

Vengo accolta dalla stessa signorina che ieri mi aveva preso lo scialle. Mi fa accomodare in salotto.

«Prego signora Borgia. Chiamo subito la signora Annabella. Desidera qualcosa da bere, nell’attesa?»

Perché quanto tempo intende farmi aspettare?

«La ringrazio, sono a posto così. Aspetterò qui seduta.»

«D’accordo. Se dovesse avere bisogno, mi chiami.»

Certo! È un modo come un altro di farmi capire di met­termi comoda, perché sto per aspettare una vita?

Poi si gira e scompare.

Sento delle risate venire dalla scalinata che porta al piano superiore e dopo poco arriva Annabella con ‘cravatta-viola-Steve’. Si tengono per mano come due sposini in luna di miele.

«Daphne, che piacere! Permettimi di presentarti Stefano, per gli amici Steve.»

E per me sarà sempre ‘cravatta-viola-Steve’.

«Piacere Steve… posso già chiamarla Steve o devo aspettare la sua amicizia su Facebook, prima?»

«Io direi di cominciare con il darci del tu, come carta d’imbarco per il pianeta Steve.»

Ah. Ah. Ah. Abbiamo Mr. Simpatia, qui! Io voto per ‘cravatta-viola-Steve’.

«Oh, è un grande onore quello che mi concedi. Così presto, poi… D’accordo, vada per il tu!»

Annabella inizia a saltellare di gioia. «Daphne sono così felice che tu abbia conosciuto Steve. Non è magnifico?»

«Ehm, sì, certo. Splendido!»

Annabella, suvvia, un po’ di dignità. Sembri una dodicen­ne.

«Bene, possiamo accomodarci a tavola. La cena è servita.»

Mi guardo in giro, alla ricerca di Andrea. Non lo vedo. Che sia fuori per qualche impegno?  Mi abbatto notevolmente. Ci speravo proprio. Magari ci aspetta già in sala da pranzo… Ma quando arriviamo resto nuova­mente delusa. Andrea non c’è. Non ho il coraggio di chiedere.

Prendo posto. Alla mia sinistra Annabella e alla mia destra ‘cravatta-viola-Steve’.

La tavola è apparecchiata solo per tre. Siamo solo in tre! Non voglio fare il terzo incomodo. È così imbarazzante!

Loro si guardano negli occhi, si tengono la mano da un lato all’altro del tavolo, proprio davanti a me e io, in mezzo a loro. Mi sento davvero di troppo. Cerco di rompere il ghiaccio.

«Allora Steve. Parlami di te.»

Annabella non gli lascia il tempo per rispondere e inizia a raccontare.

«Oh Daphne, è magnifico. È nato a Parigi. Suo padre è un console, quando lui aveva quindici anni si sono trasferiti in California. Ha studiato alla Stanford dove ha preso anche il dottorato. È così intelligente il mio Steve. Nei week end e durante le festività più importanti faceva volontariato al centro per le madri minorenni, offrendo il proprio orecchio alle loro sofferenze e consigliandole. È così sensibile il mio Steve. Pensa, ha scalato il K2 cinque volte. Com’è coraggioso il mio Steve. Che eroe il mio Steve.»

Per fortuna il cellulare di ‘cravatta-viola-intelligente-sensibile-e-coraggioso-Steve’ inizia a squillare mettendo fine a un’interminabile lista di successi che di certo non sono interessata ad ascoltare.

Si scusa, si alza e si allontana dal tavolo rispondendo alla chiamata.

Annabella ne approfitta per parlarmi in sua assenza. Si avvicina al mio orecchio e a bassa voce dice.

«E vedessi che fuoco ha in corpo il mio Steve!»

Okaaaaaay, direi che possiamo chiuderla qui.

«Oh… beh, sono contenta per te. Allora state bene insieme?»

«Daphne, è tutto merito tuo e di tuo fratello. Se non fosse per voi non saremmo così felicemente innamorati. Ho perso il numero delle cose per cui ti devo già la vita, ma grazie. Mi hai resa la donna più fortunata della terra.»

Felicemente innamorati? Non si conoscono nemmeno da 24 ore! Questo colpo di fulmine li ha presi alla testa.

«Figurati Annabella. Sono contenta tu abbia trovato la tua anima gemella. La festa è stato un successo. La tua vita sta prendendo il volo. Non potresti desiderare altro, vero?»

Cuoricini sembrano vorticarle intorno alla testa, mentre lei sbatte gli occhi sognanti.

«Oh Daphne. La perfezione sarebbe il matrimonio. Gli dò tempo ancora qualche giorno.»

Qualche giorno? È impazzita?

‘Tutta-una-serie-di-aggettivi-superlativi-Steve’ torna tra di noi.

«Mia dolce Annabella, mi sei mancata. Perdonami, perso nella tua bellezza ho dimenticato di avvisare mia madre che non sarei stato a cena a casa.»

Mi sei mancata? Ma se ti sei allontanato due minuti! A cena da mamma? Ma quanti anni ha, quattordici? Non vivrà ancora con i genitori?

«Oh tesoro, mi dispiace. Provvederò a mandarle un enorme mazzo di gardenie per farci perdonare. Chiamo la cameriera, che glieli porti immediatamen­te.»

La signorina che mi ha ricevuta all’ingresso prende l’ordine senza battere ciglio, si inchina e si congeda per eseguirlo immantinente.

Steve per ringraziarla si sporge sul tavolo e le dà un lieve bacio, proprio davanti alla mia faccia. A dieci centimetri dal mio naso, per l’esattezza.

Ehi? Pronto? Sono qui eh! Proprio davanti a voi.

Annabella ridacchia come una scolaretta.

‘Romanticismo-Steve’ poi prende un fiore dal cen­tro­tavola e glielo infila tra i capelli. A quanto pare ‘sono-magnifico-e-guarda-come-te-lo-dimostro-Steve’ non ha preso corsi per infilare fiori tra i capel­li, perché Annabella rimane con una margherita af­flosciata in mezzo alla fronte. Prendo il tovagliolo e fingo di asciugarmi le lab­bra, per mascherare l’espressione divertita, davanti ai loro occhi incanta­ti. Non me la sento di rompere la loro bolla d’amore, ma vorrei tanto tirarmene fuori.

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