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Il ritorno di Jay, un romanzo breve di Danilo Arona

Appena uscito con il medical thriller “La croce sulle labbra” – scritto a quattro mani 

con Edoardo Rosati -, uno dei maestri dell’horror italiano, Danilo Arona,  posta su Wanted uno speciale romanzo breve, che pubblichiamo per gentile concessione del blog. Da ormai due anni Wanted, ospitato sul sito della Gazzetta dello Sport, seleziona tra gli altri, i migliori autori esordienti della letteratura italiana. 

IL RITORNO DI JAY

 danilo arona

 

C’era un tempo, da ragazzi, in cui Jay e io ci lasciavamo cadere sopra una panchina a un isolato di distanza dalla scuola. Almeno due o tre volte alla settimana. Il tempo dei miei diciott’anni e dei suoi sedici. Davanti a noi il lago Ontario con le barche, i pescatori e il vento che mai cessava di increspare un’acqua tendente al nero bituminoso.

Jay era graziosa, piccolina e con un fisico atletico. La più irrequieta delle sorelline Williams. A detta di alcuni fortunati coetanei il miglior sesso orale della riva nord. Io non ne seppi mai nulla in verità, ma l’ultima volta che ci sedemmo sulla nostra panchina, Jay attaccò uno strano discorso che per molti anni non volle saperne di raggiungere il dimenticatoio.

Mentre dalle montagne alle nostre spalle il cielo iniziava a oscurarsi e a rumoreggiare, lei mi confidò di essere uscita qualche sera prima con Sam Spintzer e di avere raggiunto con lui i dark woods a est del lago, boschi sui quali si raccontavano storie paurose e che i ragazzi di Whitby allora frequentavano, facendosi lasciare in prestito le macchine dei vecchi giusto per appartarsi con le tipe come Jay.

Però i due, nonostante la Malibù del vecchio Spintzer fosse provvista di ribaltabili, non combinarono nulla di quel che era lecito immaginarsi.

«Abbiamo fatto un’evocazione e io ho combinato un casino», raccontava Jay con un approccio oscillante tra l’eccitazione e il rammarico. «Ho visto un libro nello zainetto di Sam, un cazzo di libro che sembrava proprio una stronzata.  L’ho aperto appena  siamo scesi al crocicchio da cui inizia il sentiero che porta dentro il bosco e ho cominciato a leggere ad alta voce. Volevo scherzare, mettere un po’ di pepe alla serata perché Sam pareva tutto men che a suo agio. E dopo pochi secondi qualcosa di gigantesco, di mostruoso, è emerso dalla terra. Abbiamo fatto appena in tempo a tuffarci dentro la macchina.»

Whitby era, lo è tuttora, una tranquilla cittadina a nord dell’Ontario. 110.000 abitanti allora, oggi 112.000. L’ideale per viverci se riesci a mettere in piedi un business. Le possibilità sono molte, dal turismo alle coltivazioni biologiche di frutta e ortaggi, dalla rivendita di auto alla musica dal vivo, quest’ultima in espansione per effetto dei tanti localini spuntati come funghi a ridosso del lago. Allora, il tempo dei miei diciott’anni, ovvero il ’73, Whitby sembrava il massimo ai ragazzi della mia generazione. I riti di passaggio all’età adulta non incontravano mai le gambe tese dei vecchi. Circolava una buona atmosfera di tolleranza. L’oscuro bosco vicino a Rossland Road, prima di Sam Spintzer e Jay, era stato frequentato dai miei. E forse anche dai miei nonni.

Invece Jay mi stava vendendo una storia degna di Creepy. Una faccenda alla quale la sua espressione, che iniziava a farsi allarmante, regalava un’inattesa credibilità.

«Qualcosa di gigantesco… Che cosa?», gli avevo chiesto.

«Lui. Il demone. Identico a come lo s’intravedeva nel film.»

«Film?»

«Ron, non dirmi che non sei andato a vedere L’esorcista. Saresti l’unico al mondo.»

«Certo che l’ho visto. E allora?»

«Il demone che l’esorcista scopre in Iraq non è un personaggio inventato. È l’unica figura vera del film. Un demone sumero. Esistono sue statuette al Louvre e al British Museum. Guarda tu stesso… la foto di quello che sta a Parigi.»

Così, nel bel mezzo di una dialogo a dir poco surreale, Jay tirava fuori davvero dalla sua borsa scolastica un numero di Creepy e lo apriva alle pagine dedicate a quel film. Si vedeva la gigantesca statua del demone con sotto Padre Merrin, spunto e impaurito con cappello coloniale, e una nube di polvere del deserto che avvolgeva entrambi. Accanto una foto della teca del Louvre di Parigi con la statuetta sotto vetro. Nell’articolo si raccontava che la statua era un falso creato apposta per il film, copiato però da quel piccolo amuleto in pietra. Un manufatto artigianale del IX secolo avanti Cristo costruito come ciondolo da portare al collo. Un amuleto di protezione che doveva tenere lontano la vampira Lilith.

«E questo coso qui sarebbe uscito dalla terra dei dark woods perché tu hai letto delle parole ad alta voce?»

«Quel coso lì è un reperto tornato alla luce dopo secoli in quel di Ninive. Si chiama Pazuzu.»

«Parli come un archeologo.»

«E’ un mestiere che proprio non mi dispiacerebbe.»

Avrei voluto approfondire, ma nello stesso momento transitava alle nostre spalle proprio Sam Spintzer sulla Malibù del vecchio. Lui suonava il clacson per attirare l’attenzione di Jay e lei mi lasciava lì, sulla nostra panchina, in bianco anche per i troppi particolari taciuti della storia bislacca.

 

Quella, come ho già lasciato intendere, fu l’ultima volta che la vidi.

Mi restò tra le dita  un po’ di rimpianto. Il mio tempo passava. Non ascoltai mai il resoconto al completo, ma soprattutto non avevo concretizzato le mie aspettative erotiche.

Me ne feci una ragione.

Dopo un paio d’anni venni a sapere che Jay aveva  raggiunto Washington per intraprendere proprio quella carriera che non le sarebbe dispiaciuta all’Università di Archeologia a Seattle.

Io mi fermai qui, sulle rive del grande lago. Appassionato di musica dal vivo, fondai quasi a pelo d’acqua il Ron O’Toole’s Pub & Club, aperto sei giorni alla settimana dalle 17 alle 3 di notte. Ambiente sano, musicisti di ogni razza e di ogni genere, belle ragazze e una serata fissa con dee-jay. Se il tempo lo permette, puoi anche startene seduto con la donna dei tuoi sogni ai tavolini esterni e ammirare le luci misteriose dell’Ontario, bevendo margarita o qualsiasi altra porcheria alcolica con la quale accorciare il ciclo vitale. Ogni tanto anch’io, peraltro chitarrista niente male, mi aggrego alle band di passaggio sul mio palco. Insomma, quella gente non può di certo negare una session all’uomo che paga a fine sera. Una bella vita, serena e proficua, niente affatto noiosa. Ogni tanto qualche emula matura di Jay con cui condividere anche più di una notte di sesso. Niente d’impegnativo. Mi avvantaggia alla grande il possesso di una romantica casetta in legno costruita a pochi metri dal club. Lì vivo e vado a dormire dopo il lavoro.

 

Ma nel 2008, dopo avere compiuto 53 anni, arrivò un altro tempo. Qualcosa di gigantesco che mi riportava a una certa panchina nel 1973.

Successero due cose in quasi perfetta concomitanza, a migliaia di chilometri l’una dall’altra. Qui, sull’Ontario, il mio coetaneo Sam Spintzer, presidente della Spintzer Company Canadian Fruit, scomparve nottetempo da casa in circostanze piuttosto incredibili. Nel senso che svanì dalla veranda di casa sua, mentre a detta della sorella stava fumando una sigaretta dopo cena. Il suo corpo piuttosto malmesso venne ritrovato qualche ora dopo un po’ prima di Rochester, a Oswego per essere precisi. Se non siete della zona, a oltre 300 chilometri da Whitby.

Certo che qualcosa non torna.

Nelle stesse ore si diffuse in rete la notizia che Jay era morta. In Iraq. Mi collegai allora con la CNN tramite il computer del club. E in mezzo alle troppe catastrofi delle ultime ore scovai quel che mi interessava.

 

 

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29/02/08

 

10:40. Tikrit – La famosa archeologa canadese Jay Williams è morta ieri sera in circostanze ancora tutte da chiarire nei pressi del sito funerario di Balad, situato a settanta chilometri da Baghdad. La donna, che aveva circa cinquant’anni, viveva da tempo in Iraq e parlava perfettamente l’arabo. Da anni, tra le mille difficoltà dovute al perdurare della guerra interna, si dedicava agli scavi di un’importante necropoli venuta alla luce sin dalla fine degli anni Novanta. Qui, con la collaborazione di manovalanza sciita, aveva di recente scoperto un colossale blocco cubico sulla cui fronte era scolpita la facciata di un edificio a edicola, dominata al centro da una profonda nicchia, davanti al quale gli iraniani sembravano prostrarsi con terrore. La chiamavano “la tomba del demone alato” e grande era stata la sorpresa della Williams quando le viscere della terra avevano restituito una gigantesca statua a tutto tondo raffigurante un personaggio con quattro ali gigantesche, il pene a bulbo, la faccia da sciacallo e artigli da rapace al posto delle mani. Tutta la gente del posto aveva riconosciuto nella sagoma, molto ben conservata, il crudele demone Pazuzu, sino a quel momento raffigurato e reperito solo in piccole statuette da indossare come amuleto contro il malocchio. Poco si sa della dinamica degli eventi, ma quello che è riuscito a trapelare sconcerta per non dir di peggio: il cadavere della donna è stato smembrato con varie parti disseminate tutt’intorno proprio dinanzi al grosso piedistallo sul quale si ergeva la statua e quest’ultima è sparita nel nulla. L’ipotesi della polizia locale è che la Williams sia incappata nelle fasi finali di un complicato furto su commissione, con i ladri sorpresi sul fatto che si sono scatenati con incredibile ferocia sulla povera donna. Ma nessuno riesce a capire con quali mezzi e con quali forze una pesante statua di quasi cinque metri, scolpita nella roccia, abbia potuto essere trasportata fuori dal sito di Balad. Nessuno ha visto né sentito niente e nella sabbia attorno agli scavi non si vede traccia di un mezzo pesante, indispensabile per trasportare il reperto. I lavoratori sciiti, che da mesi collaboravano con la Williams, sgranano gli occhi per il terrore, affermando che l’antico demone della morte si è risvegliato per tornare a volare. I miseri resti dell’archeologa, pietosamente ricomposti, saranno trasportati nelle prossime ore a Whitby, in Canadam per essere traslati al cimitero di Mount Lawn.

 

Quel che mi interessava appariva alquanto sconvolgente, se si era disposti a credere ai demoni volanti. Almeno anomalo se invece predominava l’ottimo tarlo del scetticismo e nel computo delle circostanze stridenti ci piazzavi la strana faccenda di Spintzer. Mettendo pure a tacere, senza grandi speranze, l’insistente vocina che erano stati proprio Sam e Jay, a dire di quest’ultima, a svegliare la bestia nel lontanissimo ’73.

Spensi il computer e presi a rimuginare. Ma in buona sostanza di cosa mi stavo preoccupando? Sam Spintzer era caduto in acqua per un malore e l’ipotesi riportata dalla CNN sulla morte di Jay, quella sui razziatori di reperti, stava in piedi alla grande.

Però quel giorno il club era chiuso per riposo. E potevo di sicuro permettermi di andare a porgere le condoglianze alle sorelle Williams, uniche superstiti della famiglia. Genitori defunti da tempo, Nadia e Nicole gestivano da più di vent’anni il Park West Motel, una notevole struttura di 21 camere con giardino, campi da golf e terrazze da solarium, a pochi metri dal lago.

Nadia non la conoscevo affatto, ma Nicole sì. Una decina d’anni prima era stata assidua frequentatrice del club. Avevo persino tentato qualche approccio senza molta convinzione. L’avevo fatto forse perché la somiglianza con Jay mi pareva notevole. Poi all’improvviso Nicole aveva smesso di uscire la notte per dedicarsi, a quel che sentivo dire in giro, solo più al lavoro. L’autentica ragione: le sorelle Williams avevano ridotto causa la crisi il personale all’osso e a quel punto nessuna delle due poteva permettersi più una parvenza di vita notturna.

Era pomeriggio, intorno alle cinque, quando posteggiai il pick-up davanti alla reception del motel. Una bella giornata di sole, con qualche nuvola veloce per effetto dei soliti venti locali. Qualcosa non quadrava perché non si vedeva neppure un’auto nel parcheggio. Una volta giunto alla porta della reception lessi un cartello vergato a mano e afferrai al volo la situazione. Chiuso per lutto sino a giovedì, si leggeva. Forse in quello stesso momento si stava tumulando quel che restava di Jay al Mount Lawn.

Ero giunto forse con troppo ritardo sulla pagina della CNN. Peraltro nei notiziari locali non si era letto alcunché. Certo Nadia e Nicole, in modo più che comprensibile, avevano optato per una rapidissima cerimonia privata.

Tornai sui miei passi, considerando di cavarmela con un telegramma.

Qualcosa scricchiolò alle mie spalle un attimo prima che aprissi il portello.

Mi voltai.

Le Williams stavano in piedi davanti alla reception. Vestite in nero con camicia grigia, magari appena rientrate dal funerale. Così reciprocamente simili nei lineamenti, ambedue versioni un po’ differenti della piccola Jay quale me la ricordavo, sembravano per colpa dell’abbigliamento una visione d’altri tempi. Un’apparizione senza dubbio inquietante. Con quel colore scuro che contrastava in maniera prepotente con un pallore cadaverico e occhi arrossati dal pianto.

Occhi molto rossi.

Alzai una mano in un cenno di saluto.

Nicole voltò lo sguardo a sinistra, sulla sorella che la fiancheggiava. La sentii che diceva: «E’ Ron O’Toole, un vecchio amico. E, se non ricordo male, andava a scuola con Jay.»

I ricordi sintetizzano il reale. In quel caso funzionavano perché Jay, più giovane di me di due anni, frequentava un’altra classe.

Mi avvicinai. L’intento era di porgere le condoglianze di rito e filarmela. Allungai la mano mormorando le solite frasi senza senso.

«L’ho appena saputo. Sono proprio dispiaciuto.»

Loro risposero alla stretta. Prima Nicole, poi Nadia. Mani di ghiaccio. Ipotizzai un effetto emotivo. So che succede in occasioni molto coinvolgenti.

«Grazie, signor O’Toole», rispose Nadia. «Lei è stato l’unico a presentarsi, anche se in ritardo. Qui a Whitby tutti si sono dimenticati di Jay.»

Non commentai. Non avrei saputo trovare le parole. Accennai un piccolo inchino e, mentre Nadia apriva la porta della reception, Nicole mi venne più vicino e quasi sussurrò.

«Grazie, Ron. Lo apprezzo molto», una pausa, «vengo a trovarti una di queste sere.»

«E’ molto che non lo fai. Dai, ti aspetto.»

Mantenne la promessa. Giovedì notte. Ovvero, l’ultima serata di libertà dal lavoro per quel che avevo letto sul volantino scritto a mano. Alle 23, 30, minuto più o meno, la vidi arrivare e sulle prime neppure la riconobbi. Nicole conteggiava tre o quattro anni in meno rispetto a Jay, quindi non ne aveva compiuti ancora cinquanta. Un’età splendida, perfetta, per una donna in forma. Indossava un tailleur pantalone di color nero e un top deliziosamente trasparente.

Le andai incontro. La abbracciai. Un bacio tenero su una guancia. La sua temperatura corporea, rispetto al giorno dell’inumazione della sfortunata sorella, pareva tornata normale. Quella esterna al locale invece puntava sui 18°, gradevole e quasi perfetta per appartarsi di fronte all’Ontario. Le proposi allora un tavolino solo per noi due sotto un gazebo. Diedi disposizione perché qualcuno ci recapitasse una bottiglia ghiacciata di Strewn Vidal. Bianco, 12°, versione Icewine. L’ideale per consolare una donna affascinante che mi riportava al mio tempo con Jay.

Non ci stavo provando. Si trattava di un tipico mix maschile di solidarietà autentica, erotismo a fior di pelle ed eccesso di autostima. Se ne può anche dedurre, con qualche solida motivazione, che parecchi uomini non sposati dopo avere oltrepassato l’importante traguardo dei 50 diventano scemi. Pensatela come volete, ma di bottiglie di Strewn Vidal ne asciugammo tre. Peraltro si tratta di confezioni da 375 ml.

Così, tra l’allegro alcolico e il grottesco alluso, il discorso cadde sull’inusuale percorso lavorativo scelto da Jay, una vera e propria missione che l’aveva sballottata qua e là sul pianeta, da Tical all’isola di Pasqua, dalle Canarie all’Iraq. Allora mi tornò in mente l’abortita storia sulla nostra panchina.

«Forse è stata colpa, o merito, di una certa evocazione. Tua sorella, l’ultima volta che la vidi, mi raccontò che un diavolo sumero era emerso dalla terra qualche notte prima mentre si trovava in auto con Sam Spintzer dalle parti dei boschi di Rossland. Gli piacque così tanto l’esperienza che decise che avrebbe dedicato la sua vita agli scavi.»

Battuta fiacca e infelice, lo riconosco. Nicole cambiò subito registro.

«Non ci dovresti scherzare, Ron.»

«A essere sincero, non lo sto facendo.»

«Spintzer ha incontrato una bruttissima fine. Nelle stesse ore in cui moriva Jay.»

«Disgrazie…»

«No. Loro quella notte del ’73 giocarono col fuoco come spesso fanno i ragazzi. Non si resero conto, tutto qui. E quella cosa che emerse non emerse in realtà. Semplicemente oltrepassò una soglia. E la oltrepassò per… per Jay.»

«Non ti capisco, Nicole.»

«Lo credo bene. Tu vivi nel mondo reale. Il tuo club, la musica, questo vino buonissimo. Ma c’è dell’altro. Creature come Jay che si portano dentro una sorta di tara genetica. Donne come le sorelle Williams che non hanno mai chiesto di nascere con un simile dono. Lei allora era troppo piccola per saperne qualcosa. Quel mostro non è solo un protettore. Lui è un cacciatore e, una volta che ti ha segnato, per te non c’è scampo. Per lui mezzo secolo di attesa è come una frazione di secondo.»

«Lui?»

«Pazuzu. Su qualsiasi enciclopedia troverai scritto che poi alla fine altro non era che un innocuo ciondolo a protezione di Lilith, la madre di tutte le vampire. Folclore? Sì, anche. Ma che accade in quel caso su un milione nel quale una piccola discendente di Lilith, che neppure sa di esserlo, lo evoca per sbaglio?»

«Nicole, fermati un…»

«Accade che lui ti sbrana e ti fa a pezzi. Allora ci provò subito ma Sam fu molto sveglio e ci rimise soltanto la Malibù del vecchio Spintzer. Ma Pazuzu li aveva segnati. E ha atteso nella sua ombra il momento propizio. Jay uccisa in Iraq come lui da sempre uccide le figlie di Lilith. E Sam quaggiù sulle rive del suo lago Ontario che fa una fine analoga per pura… empatia.»

«Avanti, Nicole. Tutto questo è ridicolo. E non ha senso.»

Si alzò. Quasi offesa. Solo in quel momento mi accorsi dei suoi occhi. Rossi nel buio.

«Devo andare, Ron», concluse lei quella malinconica serata che io ero riuscito a sciupare per stupidità ed egocentrismo. «Mi hai fatto bere troppo e forse ho straparlato. Però una cosa te la voglio ancora svelare. C’era un tipo, giunto in aereo con Jay a Quebec da Baghdad. Un ulema sunnita che, a quanto ci hanno raccontato, non ha mai abbandonato per un secondo delle 29 ore di volo la bara di nostra sorella. L’altro ieri era qui e, poco prima della sepoltura, si è messo a strepitare, facendosi anche ben capire, che bisognava riaprire la cassa per mettere nella bocca di Jay un amuleto raffigurante Pazuzu. Gli inservienti del Mount Lawn lo hanno bloccato, va da sé, e allora lui si è messo in ginocchio proprio davanti a Nadia per convincerla a cremare i resti. Lo hanno cacciato in malo modo.»

«Che stai tentando di dirmi?»

«Il male ritorna sempre. E non lo sai da che parte arriva.»

Mi abbandonò lì e io la guardai raggiungere il posteggio. Mi dissi che lo Strewn Vidal picchia in testa, soprattutto alle donne che stanno elaborando un lutto pesante. Ma lo sapevo benissimo che qualche conto continuava a non quadrare.

Lo sapevo da ben 35 anni.

 

C’è ancora un tassello, l’ultimo, che non può essere taciuto. E, lo dico in anticipo, poi non è accaduto più nulla. La normalità, quella che sembra tale, è tornata a Whitby e nessun altro incauto fumatore notturno è scomparso passeggiando davanti all’Ontario.

Da una decina di giorni le Williams avevano sepolto le reliquie di Jay al cimitero di Mount Lawn e da una settimana avevano riaperto il Park West Motel. Tutto si era svolto in fretta e in silenzio. A Whitby nessuno sembrava ricordarsi di Jay. La cruenta fine della donna in Iraq era stata assorbita dal magma quotidiano degli orrori, bellici e non solo.

Io continuavo la solita vita. Soprattutto la notte. Perché la notte era, e lo è ancora, il mio mestiere.

Così, a dieci giorni dalle esequie, mi capitò di andare a letto prima del solito perché era sera di riposo per il Club. E anche perché si stava scatenando il cosiddetto Lake Effect, anomalia climatica tipica dell’Ontario, il cui suono pare l’ululato di uno sciacallo. Un vento caldo all’apparenza ma che di tanto in tanto diviene freddo di colpo. A me piaceva addormentarmi con quel suono che fa vibrare gli infissi e le grondaie.

Adesso non più.

Forse perché dal marzo del 2008 ho perso la serenità.

La mia casa in legno è molto semplice. Due stanze ampie, soggiorno e camera da letto al pianterreno, e bagno nella mansarda. Non mi serve altro.

Fumavo e mi godevo l’effetto del vento del lago. Alquanto rumoroso per la gente che viene da fuori, ma rilassante per noi del posto.

Non ebbi dubbi però quando sentii grattare alla porta. Il vento non c’entrava per niente.

Mi alzai in mutande e maglietta spegnendo la sigaretta in un portacenere sul comodino. Nella penombra a piedi scalzi transitai dalla camera da letto al soggiorno. Davanti alla porta mi abbassai e mi posi in attesa.

No, non mi ero sbagliato.

Qualcosa graffiò con forza alla base esterna della porta. Data la posizione non poteva che trattarsi di un grosso topo.

Bloccai il respiro per mezzo minuto. La controprova non si fece attendere. Ancora unghie che raspavano. Se si trattava di un topo, mi parve fuori misura.

Non indugiai oltre. Accesi la lampadina esterna, tolsi i ganci di sicurezza e aprii la porta.

Il nauseabondo ammasso di carne rinsecchita, ricucita e tenuta insieme dopo uno scempio al di là dell’immaginazione, mostrava una testa e una faccia laddove in un mondo normale avrebbe dovuto trovarsi lo sterno. Da quella bolgia cellulare priva di gambe un ignobile tentacolo provvisto di dita con unghie lunghissime stava incidendo con rabbia il legno del marciapiede perimetrale. L’inconcepibile artiglio sgusciava dall’obbrobrioso grumo da una cavità posta sopra la faccia.

Un volto inconfondibile per quanto incartapecorito. La bocca, un tempo capace di maliziosi ammiccamenti, adesso mostrava una lunga fila di denti anneriti. Spaventosi canini sembravano le protesi metalliche di un inaudito piercing realizzato nell’oltretomba.

Jay, inconfondibile anche nella versione di vampira fatta a pezzi.

Non ebbi scelta. Né mi posi il problema di cercarla. Richiusi la porta con un urlo di angoscia, mi sedetti sul pavimento con il cuore che pompava a mille e non mi mossi da quella posizione sino a quando il giorno dopo il sole non raggiunse il punto più alto dello zenit.

 

Sono passati ormai più di cinque anni. Tutto fila liscio a Whitby. Sì, ho perduto la mia serenità. Ma mi consola il fatto che nel marzo del 2008 forse sono stato vittima di un incubo. Certi bruttissimi sogni sono, così raccontano dalle nostre parti, prodotti dal Lake Effect. Sì, me la spiego da solo. Non esiste persona cui rendere conto.

Come ho già detto, nessuno più sparisce per essersi avventurato in veranda a fumare dopo cena.

Nessuno di noi nativi.

Beh, forse bisognerebbe approfondire, magari utilizzando alla meglio il database delle persone scomparse (The Canadian Centre for Information on Missing Adults), quei pochi casi di viaggiatori solitari di cui si sono perse le tracce sulla riva nord del lago. Sì, pochi dal 2008 a oggi, non più di una dozzina.

Esistono buone probabilità che alcuni di costoro abbiano deciso di pernottare al Park West Motel. Quella splendida struttura non troppo lontana dal Ron O’Toole Pub & Club e gestita dalle sorelle Williams. Pallide, occhi troppo rossi, un misterioso potere di cui farebbero a meno.

Ma questa sarebbe un’altra storia. Degna magari di un’antologia dedicata a Carmilla e le altre. Libri che da queste parti né stampano e neppure leggono.

 

 L’AUTORE:

Edoardo Rosati e Danilo Arona

Danilo Arona, scrittore, giornalista, saggista, è uno dei maestri della letteratura horror italiana. Ha pubblicato, tra gli altri, “Bad vision” (Mondadori), “Finis terrae” (Segretissimo Mondadori), “L’estate di Montebuio” (Gargoyle books). Il suo sito è www.daniloarona.com

Con Edoardo Rosati ha appena pubblicato La croce sulle labbra, medical thriller di Anordest Edizioni.
Il libro su Amazon:

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