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Le mogli dei marò: «Riportiamoli in Italia»

 

 

Salvatore Girone, Massimilian LatorreHanno gridato la loro sete di giustizia direttamente da Sanremo, Vania Ardito, moglie di Salvatore Girone, e Paola Moschetti, compagna di Massimiliano Latorre, i due fucilieri della Marina italiana trattenuti da più di due anni in India con l’accusa di aver ucciso due pescatori, scambiati per pirati. Con determinazione, ma anche profonda emozione, le due donne hanno raccontato la loro lotta quotidiana per riabbracciare i propri cari. Un modo per scuotere le coscienze e tenere viva l’attenzione su un caso internazionale, una complessa e intricata querelle giudiziaria e diplomatica, un braccio di ferro tra India e Italia, che ha stravolto le vite di due famiglie. Le abbiamo incontrate durante la conferenza stampa che hanno tenuto a Sanremo, per conoscere più da vicino le loro emozioni, il loro stato d’animo.

A due anni dall’inizio di quest’incubo vi siete trovate dietro le quinte del Festival della Canzone per lanciare un messaggio forte sulla vicenda dei vostri mariti.

Vania Ardito: «Vogliamo dare voce a un’ingiustizia, che da due anni Salvatore e Massimiliano sono costretti a sopportare. Il nostro è un messaggio che non deve rimanere all’interno dei confini nazionali. Tutti devono ricordare ciò che hanno subito e continuano a patire due militari italiani in missione internazionale. Siamo grate all’amministrazione comunale di Sanremo che ci ha invitate. Abbiamo però deciso di non entrare in teatro perché non eravamo dell’umore giusto per prender parte a una festa della musica».

Paola Moschetti: «La nostra è una vicenda nota, ma è importante diffonderla ovunque. Quella di Massimiliano e Salvatore è un’ingiustizia che, potenzialmente, potrebbe toccare a tutti i soldati. Si tratta, infatti, di due militari impegnati in una missione antipirateria in acque tormentate da bande di criminali. Questa, quindi, è una missione che non svolgono solo soldati italiani, ma anche di altri Paesi. L’abuso che subiscono, quello di essere trattenuti da ventiquattro mesi con continui rinvii, riguarda loro due oggi, ma di riflesso tutti i soldati del mondo».

Con quale stato d’animo vivete l’evoluzione di questa vicenda, che sembra non trovare mai una soluzione?

V.A.: «Oscilla tra momenti di timida serenità e speranza, ad altri di paura. Quest’ultima quando si parla di pena capitale. Speranza, invece, perché anche con il ritiro dell’ambasciatore vogliamo mostrare una volta per tutte all’India che siamo stanchi dei continui rinvii. La forza ce la danno l’amore per i nostri figli e la consapevolezza che Salvatore e Massimiliano continuano ad andare avanti con grande dignità e coraggio».

P.M.: «L’Italia non deve essere lasciata sola come sta accadendo. Si sta creando, infatti, un precedente importante visto che si stanno trattenendo illegalmente due militari innocenti. Non accettiamo l’applicazione della legge antipirateria, perché l’Italia non può essere chiamato Paese terrorista, e in più il giudice naturale per due militari che svolgevano un servizio come ufficiali dello Stato italiano è il loro Paese d’origine: l’Italia. Per questo, ciò che chiediamo è il loro immediato rientro».

Quando e come avete trovato i vostri cari l’ultima volta che li avete visti?

V.A. «Li abbiamo incontrati a Natale, in India. Devo dire che è stata dura portare i nostri figli in quel Paese, spiegare loro che lì non esiste il Natale. Abbiamo dovuto ricrearlo in casa, in una casa diversa da quella vera. Non è facile farlo capire a dei bambini, non è semplice far vedere loro che questa purtroppo è la vita che da due anni ci tocca sopportare. Pensiamo già alla prossima partenza. E poi c’è l’angoscia della pena di morte. È tutto così difficile da spiegare… Per noi è impossibile accettare che ciò avvenga a due servitori dello Stato italiano: un precedente gravissimo. Quella dell’arbitrato internazionale, dopo i tanti tentativi fatti con il governo indiano, sembra di fatto l’unica strada percorribile».

P.M.: «Si sono costruiti una vita lì, ma quella non è la loro vita vera. Sono costretti a stare in ambasciata. Hanno il loro lavoro, che non è, purtroppo, quello di fucilieri della Marina, quello per cui sono stati addestrati e che hanno nel cuore. Hanno dovuto adattarsi a una vita lontana dai loro affetti, dalla loro patria e da tutto quello che hanno nel cuore. Sono provati per l’assurda situazione che li vede, loro malgrado, protagonisti, ma sempre forti. Forti della loro innocenza. Quando si è consapevoli di esserlo, si continua a coltivare la speranza che presto la ragione prevalga. La nostra non è più vita. C’è bisogno di chiarezza, verità e giustizia».

 

Luigi Miliucci per Vero

 

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