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I grandi gialli che hanno diviso l’Italia: 40 anni di inesorabili condanne. Tutte giuste?

Today - Season 62

Ventotto anni e sei mesi per Amanda Knox, venticinque per Raffaele Sollecito: condannati in primo grado, assolti in appello, sentenza annullata in Cassazione, nuovo verdetto di condanna. Nel delitto di Perugia in cui morì la giovane inglese Meredith Kercher, ai due imputati resta ancora la speranza di un annullamento in Cassazione. Amanda ha già detto che non tornerà in Italia, a Raffaele è già stato ritirato il passaporto. Tuttavia c’è una singolare statistica che emerge: negli ultimi quarant’anni, tutti i grandi delitti mediatici che hanno diviso l’Italia in innocentisti e colpevolisti, si sono conclusi con la condanna definitiva degli imputati. E tutti loro, anche a distanza di decenni, si proclamano innocenti.

lorenzo bozanoPer ritrovare il primo dei tanti casi si deve far tornare la lancetta indietro al 20 maggio 1971. È allora che affiora dalle acque, sugli scogli di Priaruggia, a Quarto dei Mille, il corpo di Milena Sutter, 13 anni, zavorrata con una cintura da sub. È scomparsa il 6 maggio all’uscita della scuola svizzera, doveva correre a casa per una lezione privata. Ma non ci è mai arrivata. Suo padre Arturo, il “re del lucido da scarpe” e della cera Emulsio, ha ricevuto una richiesta di riscatto di 50 milioni di lire. Poi, più nulla. Nel cercare di ricostruire le ultime ore di vita di Milena, la polizia fa l’identikit di un biondino che qualcuno ha visto parcheggiare una scassata Spider rossa vicino alla scuola svizzera e sostare poco tempo prima nei pressi di casa Sutter. Non è che ne ce ne siano molte in giro. Una appartiene a certo Lorenzo Bozano, 24 anni, disoccupato, pregiudicato per truffa e soprattutto per atti di libidine violenta nei confronti di una quattordicenne: lo arrestano lo stesso 20 maggio. Gli indizi: dice di non conoscere la scuola svizzera, ma ha il numero di telefono appuntato. Ed è un esperto di immersioni: ha venduto in passato la propria attrezzatura da sub, solo che ricorda i nomi degli acquirenti di bombole, pinne, muta e maschera, ma non della cintura. Una cintura da sub come quella, pare, che zavorrava Milena. E poi, di recente, nel parlare di un altro sequestro con un amico, Bozano si sarebbe detto sicuro di sapere come organizzare un rapimento coi fiocchi: prenderebbe la vittima, e “crac”, gli romperebbe il collo prima ancora di chiedere il riscatto. Gli trovano anche appunti che sembrano essere quelli presi per un sequestro. Ma prove, non ce ne sono: l’Italia si divide in due. Assolto per insufficienza di prove, fila all’estero. Verrà poi condannato in appello e Cassazione all’ergastolo.

carlotto magelloPassano cinque anni dal caso Sutter e a Padova scoppia il caso Carlotto. È il 20 gennaio 1976: una giovane studentessa universitaria, Margherita Magello, viene trovata immersa nel sangue, mezza nuda, nello sgabuzzino di casa sua. Qualcuno l’ha colpita decine di volte. Qualcuno giunto mentre la ragazza, appena uscita dalla doccia e con ancora l’asciugamano intorno al corpo, era al telefono con un’amica. Il giorno stesso un ragazzone si presenta spontaneamente in caserma. È un militante di Lotta Continua. Si chiama Massimo Carlotto, 19 anni. Dice che più o meno all’ora del delitto, mentre conduceva un’indagine sullo spaccio di droga nel quartiere, è passato vicino casa di Margherita. Ha sentito gridare. E siccome la conosceva, dato che al piano di sopra abita sua sorella, si è fermato. È entrato nel palazzo. Ha varcato la porta trovata aperta. E ha visto Margherita agonizzante. Si è chinato su di lei, che gli ha sussurrato: «Cosa mi fai…ti ho dato tutto». Poi è morta. Impaurito, è scappato. E ora è lì, a raccontare tutto ai carabinieri. Certo, come versione è strana. Però è anche strano che se quello è l’assassino e non un testimone, sia tanto ingenuo da pensare di cavarsela così, andando dai carabinieri a dire che la vittima gli è morta tra le braccia. E proprio da questo momento, il caso verrà visto in una duplice chiave di lettura. E discusso in dieci processi, un ricorso alla Corte Costituzionale e 50 perizie. Carlotto viene arrestato immediatamente, e passerà 2 anni e 4 mesi in carcere in attesa di giudizio. Latitante, torna in Italia nel 1985, tre anni dopo che la Cassazione ha confermato la sua condanna. La revisione va male. E, dopo un vaglio totale di 86 giudici, la sentenza conferma la condanna. Viene graziato da Scalfaro.

francesco ciancabillaDa Padova a Bologna, siamo nel 1983 e un altro giallo divide l’Italia: viene uccisa con 47 fendenti Francesca Alinovi, 35 anni, insegnante al Dams e considerata la migliore tra i nuovi critici dell’ultima generazione. Quando la trovano, è morta ormai da tre giorni. Nessun segno di effrazione. Sulla finestra del bagno una scritta fatta con la matita da sopracciglia, in inglese sgrammaticato e in stampatello: “Your not alone, anyway”, ossia “comunque non sei sola”. Le indagini puntano su Francesco Ciancabilla, 23 anni, pittore di spicco del movimento lanciato proprio dalla vittima, gli “enfatisti”, suo allievo prediletto nonché amante. Anche se, verrà fuori, lui si rifiutava di avere rapporti sessuali con lei. Un amante “platonico”. Un movente vero però non c’è. Il processo è altalenante: assolto per insufficienza di prove in primo grado, condannato poi in appello e Cassazione a 15 anni, verrà arrestato nel 1997 a Madrid. Nel 2006 esce di prigione.

michele perruzzaMa l’Italia, intanto, si è divisa ancora: stavolta sul delitto di Cristina Capoccitti, 7 anni, detta Biancaneve, a Balsorano, il 23 agosto 1990. Del delitto si autoaccusa prima il cugino tredicenne Mauro, che però a tarda notte cambia versione e punta il dito sul padre Michele, destinato a diventare il “Mostro di Balsorano”. Ma non tutti gli credono, anche perché Mauro, di versioni dei fatti alla fine ne fornirà 17. I giudici però non hanno dubbi. Michele Perruzza, disperato, muore d’infarto in prigione nel 2003. Sepolto a venti metri dalla tomba di Cristina, affida la sua ultima frase al soccorritore dell’ambulanza: «Per favore, dite a tutti che non l’ho uccisa io».

pietro paccianiMuore invece da innocente Pietro Pacciani, protagonista del più inquietante dei gialli italiani, quello del Mostro di Firenze. Il processo però stava per essere rifatto. Pacciani viene considerato prima un mostro solitario, poi uno dei famigerati “compagni di merende”, che verranno condannati per 7 degli 8 duplici delitti del mostro, consumati dal 1974 al 1985, grazie al pentito del “gruppo”, Giancarlo Lotti, detto Katanga per le scarse qualità intellettive. Il primo omicidio, quello del ’68, stessa arma usata, stessa modalità, non è stato però affibbiato al gruppo. Molti così credono ancora che il vero Mostro di Firenze non sia mai stato preso.

MARTA RUSSO:SCATTONE E PRESIDE LICEO,VALUTEREMO TRASFERIMENTOUn altro caso controverso si verifica a Roma il 9 maggio 1997, quano in un cortile dell’Università La Sapienza, un proiettile vagante uccide Marta Russo, studentess di 22 anni. Gli inquirenti ritengono che il colpo sia partito dall’aula 6 dell’Istituto di filosofia del diritto, perché sulla finestra vengono trovate tracce di ferro, bario e antimonio. E si pensa siano tracce di polvere da sparo. Chi c’era nell’aula? Lo chiedono a lungo alla dottoranda Maria Chiara Lipari, che aveva fatto da lì una telefonata al padre, l’ex senatore Dc Nicolò Lipari. Il giorno successivo, al telefono con l’amico Jacopo, la ragazza parla dell’interrogatorio: «tutto il pomeriggio sono stati a dirmi: lei è in una posizione delicata… lei sa, mors tua vita mea…; cioè… per cui loro mi dicevano sì, però allora ti incolpiamo a te, per cui dilli…». Alla fine però ha ricordato, con sforzo “doloroso” e “genuino” – sottolineeranno i giudici – due volti che vide quando entrò nell’aula: la segretaria Gabriella Alletto e l’usciere Francesco Liparota. Tocca a loro. La Alletto viene sentita per quindici giorni. L’11 giugno non ce la fa più e ai magistrati dice: «Io non ci sono entrata là dentro. Ma come ve lo devo di’, come ve lo devo di’? Va a fini’ che m’ammazzo per questa storia, io non campo più». Gli inquirenti le fanno presente che «lei è messa male, peggio di chi ha sparato». Il tutto è ripreso in un video, che verrà fuori molto tempo più tardi scatenando polemiche. Di fatto passano tre giorni. E Gabriella Alletto sostiene infine di ricordare i volti di due ricercatori, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro: Scattone ha esploso il colpo. I periti della Corte d’Assise Carlo Torre e Paolo Romanini escludono però che quella sulla finestra fosse polvere da sparo e sostengono che fosse un’altra l’aula più compatibile con lo sparo. Ma Scattone e Ferraro vengono condannati il primo giugno ’99. Il processo arriva due volte in Cassazione che annulla una prima volta e poi conferma parzialmente la terza condanna del 30 novembre 2002, diminuendo le pene a Giovanni Scattone, per omicidio colposo, e Salvatore Ferraro per favoreggiamento (il primo a 5 anni e quattro mesi, il secondo a 4 anni e due mesi) e annullando definitivamente l’accusa di favoreggiamento per Liparota. Scattone e Ferraro si sono sempre proclamati innocenti.

annamaria franzoniDopo il caso Marta Russo, ci sarà il caso Cogne, per il delitto di Samuele Lorenzi avvenuto il 30 gennaio 2002. Un caso che darà il via a vere e proprie cronache in diretta e speciali sui delitti. Come è finita si sa. Tutti i protagonisti seguitano a proclamarsi innocenti.

Manuel Montero

 

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