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L’ultima intervista alla leggenda: il solista del mitra

Vidi Luciano Lutring l’ultima volta un anno fa. Un uomo dalla carica travolgente. Fece dell’ironia l’arma migliore per schermirsi e trasformare in un gioco perpetuo la vita da rapinatore nata per caso, salvata per un soffio e riscattata meglio di chiunque altro. Di molti sapeva troppo, ma era del genere scomparso “mì parli no”. Così avvenne l’ultima volta che ci incontrammo per raccontare una sua piccola biografia.  

lutring

Si presenta al bar con una foto in bianco e nero sotto braccio, sette uomini ritratti che sorridono: «Anni ’60. La banda Lutring al completo. Ma non te la posso lasciare, tre sono ancora vivi…uno, quando uscì la mia autobiografia, tornò in Italia, a Sanremo, rischiando l’arresto per comprarsela. Poi mi chiama e mi fa: “ue’, sono un po’ arrabbiato con te. Non hai fatto il mio nome”. Meno male che non l’ho fatto, se no vegnevum pu’ fora de galera, non uscivamo più di galera». Settantacinque anni, graziato da un trentennio, statuario, riccio, sangue metà ungherese, e metà di Milano, di cui gli è rimasto il dialetto come marchio di fabbrica.

Gli hanno dedicato film, giornali, libri. Alcuni li ha scritti lui, come L’ultimo colpo (Agar), romanzo criminale, ovviamente. E un paio di grossi progetti, assicura, top secret. Luciano Lutring oggi è un pittore di pregio, cento quadri esposti in grandi pinacoteche e vive in pianta stabile sul Lago Maggiore. «Me la sono vista brutta: un infarto alla Malpensa dopo essere tornato da una trasmissione della Venier. Ma non mi lamento». Non lo ha fatto mai, nemmeno quando i proiettili gli si conficcavano nel corpo e lui, tra lo stupore dei gendarmi francesi, continuava a correre. Perché prima della sua seconda vita, era noto come “il solista del mitra”: entrava in banca con una custodia di violino: e dentro, mica c’era uno Stradivari. C’era il mitra, appunto. Agli inizi degli anni ’60 mise a segno oltre 400 rapine senza colpo ferire, che gli fruttarono – all’epoca-, quasi cento miliardi. Almeno così narra la leggenda. «Ma non hanno mai trovato niente. E spero che non trovino niente, perché pagare le tasse sulle rapine mi sembrerebbe brutto. Che fa lo Stato chiedendomi i versamenti, il complice?» Ride, ordina da bere e scherza sempre: «Pago io. Tanto qui dietro c’è la banca…».

Ripercorriamola allora, la storia.

«La mia era una buona famiglia. Latteria in via Novara, a Milano. E concessionario del gas. Mia mamma era un’ex fascistona. Me diseva semper, mi diceva sempre: se vuoi dormire tranquillo alla sera fai l’orazione e un saluto al Duce, che avevo l’immagine di fronte al letto. Avevo fatto il balillino, sempre con ‘sto braccio alzato per salutare il Duce. Alza oggi, alza domani, è finita che per mestiere le facevo alzare tutte e due io, le braccia».

Com’è cominciata?

«Al bar era pieno di ex partigiani. Raccontavano di assalti ai treni, ai carri armati, vite avventurose. Iniziava la tv con Nicoletta Orsomando, un mondo nuovo. Avevo sedici anni e di fronte a loro mi sentivo un pirlotto. Un giorno sono andato dal rigattiere e ho barattato una bombola del gas con una vecchia Smith & Wesson canadese senza proiettili. Me la tenevo nella cintura, quando ballavo anziché far sentire alle ragazze il pistolino, fasevi sentì il pistulun. Te capì? Poi, be’, poi si sa…»

Diciamolo.

«Mia zia Vittoria mi mandò a pagare la bolletta della luce in posta. Il cassiere era lento. Allora tiro un pugno sul bancone. Quello alza la testa e io finalmente faccio per prendere la bolletta nella tasca dietro nei pantaloni. Nel farlo, dal cappotto si vede la pistola. Questo equivoca e dice: “sì,sì”. Eh, sì, sì…non finiva più di darmi soldi. Due milioni. Il caffè costava venti lire, fai tu. Mi sono detto: “è così facile?” Torno al bar e lo dico agli amici più grandi. Il tipo che era il capetto mi fa: se t’han dat du miliun a ti che te set un pistola, la prossima volta andiamo in quattro e ce ne danno otto. Morale: ce ne andiamo al mare, Cervia, Milano Marittima, li spendiamo tutti. Allora iniziamo a rubare i portafogli ai turisti che li lasciavano in auto per farsi il bagno. E le valigie. Ecco, è andata che rubando le valigie di una ragazza l’ho vista, mi sono innamorato e gliele ho restituite. Si chiamava Yvonne, faceva l’entreneuse. Per lei ruppi con la banda e diventai bandito per amore. Come Bonnie & Clyde».

Il mito sta per cominciare. «Le piaceva una pelliccia in vetrina. L’ho spaccata e gliel’ho presa».

Presto diventerà il nemico pubblico numero uno per tutte le polizie d’Europa. Lo cercheranno invano in Italia, Svizzera, Belgio, Olanda, Austria, Svizzera, Francia. Night, champagne e caviale. Auto di lusso e bella vita. Entra in banca con una custodia di violino, dentro, di volta in volta un mitragliatore Sten, Thompson, Skoda.

Stavolta, carichi.

«E certo, che vado in giro con i spagnulett, vado in giro con le spagnolette?»

L’alternativa prevede il ferro celato in un mazzo di fiori, ma ormai per tutti è il “solista del mitra”.

«Il violino lo suonavo davvero, papà voleva fare di me uno tzigano, la mamma uno Chopin, un musicista comunque. Ma  non era quella la mia vita, però nella custodia il fucile mitragliatore ci stava perfettamente».  E la sua vita sarà infatti caratterizzata da furti, innamoramenti folli, rapine clamorose. La latitanza negli hotel a cinque stelle, o a Parigi, dove a occuparsi di trovare un posto sicuro per lui e quelli della nuova banda, ci pensa una bellissima ragazza, Josette, cugina di uno del gruppo, con cui Lutring ha una love story. «L’inizio dell’epoca che ha dato adito a svariate voci sui miei famosi, come dice, menage a trois». Poi tutto svanisce nel 1965, a Parigi. Gli sparano cinque colpi: schiena, reni, un proiettile gli frattura un braccio, un altro gli risparmia il cuore solo grazie al portafogli, senza nemmeno riuscire a farlo cadere. «Dodici anni di prigione in Francia. Fino alla prima grazia, di George Pompidou, dopo la quale sono stato spedito a Brescia».

Già, il carcere. Lì diventa pittore, scrive, legge. Cambia pelle.

«Dentro, ho conosciuto un po’ tutti. Come l’ingegnere ceco Stefan Gregosky, che era dentro per lo spionaggio all’aereo supersonico Concorde, pronto a rivenderne i filmati segreti al capo del KGB Yuri Andropov. Un genio. Mi diede il sistema vincente matematico per sbancare la roulette. Infatti vinsi molto e fui espulso da tutti i casinò proprio per questo, non per aver commesso reati: s’inventarono che siccome ero un ex bandito, potevo star lì fino a tardi solo per studiare qualche colpo. Tuttora sono nella lista degli indesiderabili».

Poi i boss.

«Badalamenti, Buscetta. Luciano Liggio, a Milano, me lo ricordo come un gran signore, elegante, sobrio. Anche se…»

Se?

«La mia latitanza è durata sette anni, ma non sarei mai riuscito a farla come i mafiosi, nascosti nelle cascine per quarant’anni come Provenzano. Io ero in giro a mangiar ostriche e salmone. Cicoria  l’ho mai mangiata. Questione di mentalità. Si vede che loro, la Sicilia come origine è un valore, e stanno lì, a casa. Mi me frega un cavolo de Milan, e infatti oggi sto sul Lago».

Sembra che in carcere tu abbia appreso anche diversi segreti, tuttora mai svelati.

«Una volta mi chiama nel suo studio Carlo Feltrinelli, mi fa: pare che tu sappia qualcosa sulla morte di mio padre. Gli faccio: a me ne hanno parlato una settimana prima che succedesse. Fine. Certo, Giangiacomo non era uomo da andare a morire su un traliccio a Segrate. L’hanno mandato lì. E l’hanno fatto esplodere».

I criminali di oggi?

«Diversi da me…quando lavoravo io, mangiavano tutti. Spaccavo una vetrina e lavoravano i vetrai, rubavo un’auto e dopo c’era lavoro per i carrozzieri. Ho fatto felici un sacco di persone. Entravo in banca e bruciavo le cambiali. Allora mica era come oggi. C’erano queste cambiali, originali, capestro per chi doveva pagarle. Le bruciavo: debito estinto. Una volta in banca trovo una vecchina che tremava tutta. Prendo dei soldi e glieli metto lì: “toh, mangia anche tu”. E pensa che ora in banca faccio la fila. Allora ero sempre il primo a essere servito. Anzi no, un giorno sono arrivato per secondo. Entro, faccio gentilmente presente che è una rapina e il cassiere mi fa: “ancora?” Come ancora?! Era già passata la banda Cavallero. Mi volevano dare gli spiccioli rimasti. Ue’, ho pensato, m’han ciapà per un barbunLassa sta, gli ho detto, lascia stare che ripassiamo in un’altra circostanza.»

Nostalgia dei night?

«Il night è morto da un pezzo. All’epoca c’era il corteggiamento. Quando entrava la vecchina con i fiori, li compravo tutti per tutte le zoccole del locale. A una ho regalato pure una Ferrari».

Una Ferrari?

«Te lu minga dit? Non te l’ho mai detto? Entro in un night a Parigi per telefonare e vedo questa ragazza bellissima. Allora parliamo e, naturalmente, per farlo devi offrirle champagne. Ordino dieci bottiglie, che pago signorilmente. Perché io pagavo, non è che tiravo fuori il cannone per dire che ero Lutring. Poi la porto a mangiare una zuppa di cipolle. Finisce che andiamo in camporella, sulla mia Ferrari. Dopo tre ore che cercavamo la posizione giusta, le faccio: tutto bene? E lei sorride: non l’ho mai fatto su una  Ferrari. Ma sì, le dico, sono un generoso, te la regali. Gliel’ho regalata».

Addirittura. E poi?

«Ho girato l’angolo, ne ho rubata un’altra e sono andato via».

Andiamo avanti. La seconda grazia.

«Era un po’ che girava voce. Il 27 marzo del ’77 finalmente arriva. Torno a casa, a mezzogiorno, già ne avevano parlato tutte le radio e le tv. Arrivo al quarto piano e suono da Yvonne. Mi apre un signore. Allora penso di aver sbagliato, guardo il campanello e invece è giusto, è il suo. Faccio: c’è Yvonne? E il tipo: “e lei chi é?” Come chi sono ?!Sono Luciano Lutring. Questo sbianca, va di là e dopo un po’ arriva Yvonne in vestaglia e mi dice: “sei evaso?” E certo, Yvonne lavorava al night, all’Astoria e al Maxim a Milano e, ancora dormiva quando sono arrivato: non aveva sentito né la radio né la tv. Le ho detto che mi avevano graziato. Intanto il tipo che era rimasto sulla porta scende a prendere le sigarette. Allora le faccio: scusa, ma quello chi è? E lei: “mio marito”. Come tuo marito??? Da quando? E mi fa: “dodici anni”. Non me lo aveva mai confessato quando mi veniva a trovare in carcere perché non credeva che mi avrebbero davvero graziato e non voleva che soffrissi. Cosa dovevo fare? Abbiamo mangiato due polletti che il tipo ha ordinato per pranzo, un’insalatina, e me ne sono andato. A un bel momento questo mi dice: “se vuoi stare con lei stasera…” Te capì cosa mi aveva detto? Come, scusa, gli faccio, me l’hai ciulata per dodici anni e adesso me la regali a me? Gli ho puntato il dito sul petto e gli ho parlato chiaro: trattamela bene, perché io sono Luciano Lutring, se le fai male torno qui e ti metto in riga. Va ben? Purtroppo Yvonne morì dieci mesi dopo di tumore. Non volle vedermi durante la malattia, per lasciarmi il ricordo di come era bella».

La vita prosegue.

«Scrivo, leggo, dipingo. Le mie due gemelline, Natascia e Katiuscia, il tribunale me le affidò da piccine. Ora sono grandi,  una fidanzata in Svizzera, una sposata. Da due anni e mezzo sono nonno. Ma quando erano piccole ero molto geloso di loro, dicevano che le volevo zitelle a vita.»

Cioè?

«Un giorno arrivano a casa con due amichetti, avranno avuto quindici anni. Sapendo che cucino bene, pure sui giornali ci sono le mie ricette eh, mi chiedono di preparare una bella carbonara. Poi, sai com’è in cucina, il cuoco. Intanto che è lì che prepara, si beve il suo bel bianchino. Un bianchino adesso, un bianchino dopo, vado di là in sala, vedo ‘sti due qui e non mi ricordavo più di loro. Gli faccio: “che cazzo ci fate voi altri due in casa mia?” E questi: “ma siamo gli amici delle sue figlie!”. Orca, lì per lì, non sai come reagire. Allora ho detto: “state attenti con le mie figlie a dove mettete il picio, perché mi ve spari nelle balle”. Osti, sparirono subito.  E lì la storia delle zitelle, ecco».

Anche a loro raccontavi la tua vita?

«Sì. Alle medie avevano molta dimestichezza con l’inglese. In francese andavano meno bene. Sicché la professoressa dice: perché non vi fate aiutare dal vostro papà, che in Francia è stato per tanto tempo? Te set cosa le hanno risposto? Guardi che nostro papà sa dire solo tre frasi in francese: Fermi tutti. In alto le mani. E fuori i soldi. Te capì

Edoardo Montolli 

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Chi è Edoardo Montolli

Edoardo Montolli, giornalista, è autore di diversi libri inchiesta molto discussi. Due li ha dedicati alla strage di Erba: Il grande abbaglio e L’enigma di Erba. Ne Il caso Genchi (Aliberti, 2009), tuttora spesso al centro delle cronache, ha raccontato diversi retroscena su casi politici e giudiziari degli ultimi vent'anni. Dal 1991 ha lavorato con decine di testate giornalistiche. Alla fine degli anni ’90 si occupa di realtà borderline per il mensile Maxim, di cui diviene inviato fino a quando Andrea Monti lo chiama come consulente per la cronaca nera a News Settimanale. Dalla fine del 2006 alla primavera 2012 dirige la collana di libri inchiesta Yahoopolis dell’editore Aliberti, portandolo alla ribalta nazionale con diversi titoli che scalano le classifiche, da I misteri dell’agenda rossa, di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti a Michael Jackson- troppo per una vita sola di Paolo Giovanazzi, o che vincono prestigiosi premi, come il Rosario Livatino per O mia bella madu’ndrina di Felice Manti e Antonino Monteleone. Ha pubblicato tre thriller, considerati tra i più neri dalla critica; Il Boia (Hobby & Work 2005/ Giallo Mondadori 2008), La ferocia del coniglio (Hobby & Work, 2007) e L’illusionista (Aliberti, 2010). Dirige la casa editrice Algama (www.algama.it).

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2 commenti

  1. emiliano trescore

    Un modo di fare che poteva piacere o non piacere, senza troppe vie di mezzo insomma,come del resto mi pareva fosse lui.Un Italia fatta di storie irripetibili ,fatta di codici d’onore, comportamenti e contesti che ormai non esistono più.Sicuramente con lui ,se ne va un pezzo di quel 900 avventuroso ancora tutto da narrare.

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