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A cresta alta, biografia illustrata di Mario Balotelli

Anche il calcio ha le sue star tra gli scaffali. A lungo le biografie dei calciatori hanno scalato le classifiche in Inghilterra. Ora potrebbe essere il turno dell’Italia, che mira al fenomeno del pallone italiano che più fa sognare: Mario Balotelli. Pubblichiamo in esclusiva, per gentile concessione, il capitolo 5 della sua biografia, il volume di Raffaele Panizza e Gabriele Parpiglia, edito da Roberto Maggi Editore.

balotelli mario a cresta alta

Il buco nel cuore

La mattina successiva Mario si risveglia a Concesio, in provincia di Brescia, quindicimila anime all’imbocco della val Trompia, accolto da cinque volti sorridenti ma completamente estranei. In casa per lui non c’è ancora un letto, e la sua prima notte tra le mura della sua nuova famiglia la trascorre su un materassino, sistemato nella camera degli altri figli Corrado, Giovanni e Cristina, un po’ alla menopeggio. La famiglia Balotelli abita in una palazzina a due piani nella frazione Sant’Andrea, vicino a un grosso supermercato e a pochi minuti dallo stadio Rigamonti di Brescia. Si sono trasferiti lì da una casa poco distante, in via Stretta, alla ricerca di un luogo più spazioso dove stare. La matriarca, Silvia Balotelli, è una donna che alla vocazione materna ha sacrificato completamente la vita professionale: il diploma infermieristico e di Tecnico di sala operatoria messo nel cassetto per dedicarsi ai figli (Corrado, Giovanni e Cristina) e alla solidarietà, con lunghe ore di volontariato prestate all’associazione Mandacarù di via Villa Glori a Brescia, dove insieme a un folto gruppo di persone raccoglie vestiti e giocattoli di seconda mano, che vengono prima lavati e risistemati e poi rivenduti per devolverne il ricavato alle missioni cattoliche di tutto il mondo. Tra le mura di questa casa dove si vive di amore e stipendio hanno già trovato calore e rifugio tre nipoti, Loredana, Sonia e Simona, figlie del fratello di Silvia, rimasto vedovo e accolte per ben sette anni. Altri tre bambini sono stati accuditi e cresciuti, condotti a casa Balotelli dagli assistenti sociali in tre periodi diversi di tempo. Dopo tanto donare, e ormai non più giovanissimi, Franco e Silvia avrebbero voglia di tirare il fiato, godersi un po’ di tranquillità, un po’ di meritato silenzio. Ma contro ogni previsione il destino si è già messo in moto: Mario Barwuah bussa alla loro casa e la porta si apre, anche a costo di gettare alle ortiche la quiete domestica appena ritrovata. In casa Balotelli c’è un corridoio molto ampio, a unire la zona giorno alla zona notte, che Mario trasforma subito nel suo campo di calcio. Ha un pallone di spugna, dal quale non si separa mai, trasformando le piastrelle di ceramica nel prato di San Siro. Gioca davanti a casa, perdendosi in infinite sfide con Max, il pastore tedesco della vicina, la signora Maria Teresa Ronca, che per ore gli ruzza tra i piedi cercando di strappargli la palla. Gioca tutto il giorno da solo, contro avversari immaginari, arrampicandosi suoi mobili e le credenze, come un piccolo animale selvatico. Anche in giardino, davanti a casa, il suo passatempo preferito è arrampicarsi su un albero, dal quale è impossibile farlo scendere: «questa è la mia seconda casa», dice. Ma il cuore è scosso. Il distacco dalla famiglia, per quanto la cura dei Balotelli sia calda e avvolgente, è un trauma che dentro rode, cresce, crea paure e comportamenti imprevedibili. Il momento peggiore è quando arriva la notte, con l’inconscio macina i frammenti e il dolore ricomincia ad affiorare. Mario nel suo lettino è inquieto, e si addormenta solo se Silvia gli tiene la mano. È lei stessa a ricordare la fatica immensa di quei primi anni, gli scatti imprevedibili, le esplosioni di pianto: «Mario cercava in continuazione dimostrazioni del nostro affetto, anche a costo di diventare insopportabile», ricorda la signora. Col suo cuore di madre, a questa malattia mortale ha già dato u  nome. È un cancro scavato dalla separazione, dalla consapevolezza di essere stato respinto dal sangue del proprio sangue. La formula è netta, chiara, senza appello: «ricordatevelo sempre: Mario, ha un buco nel cuore», dice. Una tenerezza che fa nascere in lei un sentimento profondo, più largo persino dell’amore materno: «questi ragazzi, mio figlio come chiunque altro abbia vissuto una storia simile alla sua, sono e rimangono per sempre bombe a orologeria» conclude Silvia Balotelli. «Ed e per questo che li ami sempre e comunque, anche quando ti sfasciano i mobili di casa».

 

Info:

Balotelli – A cresta alta, di Raffaele Panizza e Gabriele Parpiglia, pag. 160, Roberto Maggi Editore.

 

 

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