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I 7 paradossi del caso Ruby

Maurizio Tortorella per Panorama, in edicola

ruby

È l’unico procedimento aperto a Milano per prostituzione minorile. E già questo è di per sé un paradosso notevole, perché la Procura forse dovrebbe osservare che cosa accade in alcune vie della media periferia o dell’immediato fuori città, affollate come sono da decine di ragazzine in vendita a ogni ora della notte.

Ma ci sono ben altre anomalie nel processo Ruby. Nell’aula al primo piano del palazzo di giustizia dove da poco più di due anni Silvio Berlusconi è imputato (per l’appunto) di prostituzione minorile e di concussione, il «Rubygate» si è trasformato nel più grande scandalo antiberlusconiano ed è il motore della devastazione mediatica che dall’ottobre 2010, con le prime rivelazioni sull’ormai mitico «bunga- bunga», si è abbattuta sul quattro volte presidente del Consiglio.

Contro l’imputato la Procura ha colpito duramente, dispiegando mezzi obiettivamente inusitati. Su Berlusconi e sul suo entourage, tra 2010 e 2011, i pm Ilda Boccassini (foto a destra) e Antonio Sangermano hanno disposto oltre 100 mila intercettazioni telefoniche, in gran parte finite su internet in versione integrale e con tanto di sonoro. Poi gli hanno scagliato contro il processo immediato e quella terribile coppia di reati che prevede fino a 11 anni di reclusione: 3 per i rapporti sessuali che Berlusconi avrebbe avuto con Ruby, cioè Karima el-Mahroug, la marocchina diciassettenne all’epoca dei fatti, che la procura classifica come «prostituta minorenne»; e altri 8 anni per la telefonata con la quale, nella notte fra il 27 e il 28 maggio 2010, l’allora premier avrebbe costretto i funzionari della questura di Milano a rilasciare la giovane che era stata appena fermata per un furto.

Berlusconi nega ogni accusa: sostiene di avere soltanto aiutato economicamente la ragazza che nel 2010 gli si era presentata come 24enne, in fuga dall’Egitto e inseguita da una disperata storia di violenze familiari. Ora la Cassazione valuterà la richiesta di trasferimento del procedimento a Brescia, avanzata a metà marzo dalla difesa: l’udienza è in calendario lunedì 6 maggio, si vedrà. Ma intanto molti elementi del processo stonano, stridono, non tornano. Sono i sette, grandi paradossi del Rubygate. (la Cassazione ha stabilito oggi che il processo resterà a Milano, nda)

 

La stessa «vittima» nega il reato

L’anomalia principale del processo Ruby è… Ruby. Perché, se è ovvio che l’imputato neghi di avere avuto rapporti sessuali con lei, è assai meno banale che la stessa vittima confermi: mai fatto sesso con Berlusconi. L’accusa non è riuscita a provare il contrario attraverso una testimonianza, né su questo punto le intercettazioni hanno offerto la minima certezza. Anche nell’improvvisata conferenza stampa che ha convocato davanti al palazzo di giustizia lo scorso 4 aprile, Ruby ha detto: «Non sono una puttana. Ho sempre dichiarato di non avere mai fatto sesso a pagamento, e soprattutto di non averne fatto con Berlusconi».

Una delle armi segrete dell’accusa, la brasiliana Michelle Conceiçao, aveva testimoniato di avere visto con i suoi occhi Ruby che il 25 aprile 2010 s’infilava nella camera da letto di Berlusconi. Ma poi, dopo un controllo sui cellulari, si è scoperto che quella sera la donna non era ad Arcore e lei stessa ha ritrattato. Di più. Anche ammesso che il rapporto ci sia stato, i pm non sono però riusciti a dimostrare che Berlusconi sapesse che la ragazza era minorenne. Al contrario, nelle udienze è emerso più volte che Ruby si presentava come 24enne e aveva falsificato l’età perfino in un verbale dai carabinieri. Eppure, quello della consapevolezza sull’età è un discrimine importante, perché l’artIcolo 609 sexies del codice penale, là dove si tratta di «reati sessuali», dice che il colpevole non può invocare a sua scusa l’ignoranza dell’età della persona offesa, ma soltanto verso i minori di 14 anni.

 

I testi non confermano l’accusa

Le intercettazioni all’inizio del processo avevano mostrato un quadro fosco sulle notti di Arcore, ma in aula l’accusa non ha incassato conferme. In effetti, per dimostrare che Ruby (foto a destra) fosse una prostituta, i pm hanno potuto produrre solo alcune immagini discinte tratte dal suo album su Facebook, simili a quelle di tante sue coetanee, più la testimonianza del poliziotto Marco Ciacci: costui ha dichiarato in aula che, fra le 33 ragazze partecipanti ai presunti festini nella villa di Arcore, Ruby, la modella brasiliana Iris Berardi e Michelle Conceiçao all’epoca delle indagini «svolgevano professionalmente» l’attività di prostituzione. Ma la sua è l’unica voce.

Alcuni testi hanno poi dichiarato che nelle serate di Arcore si assisteva a scene esplicitamente sessuali, ma sono stati smentiti da un numero maggiore di testimonianze in senso opposto. Va detto che questo di per sé non sarebbe un reato; il pm Sangermano, che ha iniziato la requisitoria, ha però identificato le serate del bunga-bunga come il simbolo del «collaudato sistema prostitutivo finalizzato al divertimento sessuale di Berlusconi». Resta così il dubbio: chi dice il vero? La critica antiberlusconiana da tempo batte sui pagamenti a favore di alcune testimoni, le cosiddette «olgettine», le ragazze che Berlusconi ha più volte dichiarato di aver voluto risarcire con mensili di vario importo per il danno d’immagine e professionale patito a causa del Rubygate. Finora non risulta che Boccassini e Sangermano abbiano indagato sul punto. Certo, potrebbero aprire un’inchiesta ipotizzando una clamorosa corruzione di massa. Ma sarebbe molto strano farlo ora, visto che il presunto reato è noto da almeno un anno.

 

La «vittima» non è parte civile

Un vero macigno per la procura è il fatto che Ruby non si sia mai costituita parte civile: non si considera vittima, insomma, né chiede risarcimenti. Al contrario, ha lanciato la sua unica (grave) accusa proprio contro gli inquirenti: «La Procura mi ha usato» ha gridato la donna ai giornalisti sui gradini del tribunale. «Dei ripetuti interrogatori che ho subito, solo alcuni sono stati messi a verbale. Ho subito una tortura psicologica, con un atteggiamento apparentemente amichevole che di colpo è mutato quando non ho accusato Berlusconi». Parole obiettivamente pesanti, che però nessuno ha preso in considerazione.

 

Nessuno ha mai ascoltato Ruby in aula

Del resto, nessuno in udienza ha mai interrogato la presunta vittima. In giugno la difesa di Berlusconi ha rinunciato

a sentire Ruby, ritenendola probabilmente una teste rischiosa vista la sua trascorsa propensione a dichiarare verità contraddittorie. Assai più sorprendente è stata la rinuncia dell’accusa: anche Boccassini e Sangermano hanno improvvisamente deciso di fare a meno di Ruby, l’unica testimone che, deponendo sotto giuramento (e quindi vincolata a dire la verità: il teste che dichiara il falso rischia una pena da 2 a 6 anni), avrebbe dovuto raccontare in prima persona che cosa davvero era accaduto nelle sue notti ad Arcore. La scelta dell’accusa è parsa, così, un’esplicita ammissione di debolezza. Poi anche la Corte non ha voluto ascoltarla. Ora Ruby dovrebbe testimoniare il 24 maggio nel processo parallelo che a Milano vede imputati Emilio Fede, l’ex consigliere regionale Nicole Minetti e l’ex agente dello spettacolo Lele Mora, accusati di sfruttamento della prostituzione. Si vedrà se alla fine Ruby parlerà almeno qui.

 

La strana, controversa storia della «nipote di Mubarak»

Uno dei punti forti dell’accusa è rubricato sotto il titolo «la favola della nipote di Mubarak». Berlusconi ha raccontato di avere chiamato la questura di Milano non appena saputo che Ruby era stata fermata a causa di un furto, per la paura di un incidente diplomatico: «Quando mi venne detto che Ruby rischiava di andare a San Vittore, chiamai la questura e al mio interlocutore (il capo di gabinetto, Giorgio Ostuni, ndr) chiesi esclusivamente di verificare la sua identità. Temevo un incidente diplomatico simile a quello appena insorto con il figlio di Muhammar Gheddafi, arrestato in Svizzera». Questa versione è stata mille volte ridicolizzata. Però in molti hanno testimoniato in tribunale che Ruby si faceva davvero passare per la figlia di una famosa cantante egiziana, a sua volta parente del rais. Ruby stessa il 4 aprile ha mostrato ai giornalisti il suo passaporto, spiegando di avere ideato quella falsa identità traendola dal nome della sua residenza in Marocco, in un immobile intitolato a Mubarak: «Ho detto tante bugie per sentirmi quel che non ero» si è giustificata.

Berlusconi e altri hanno testimoniato di avere sottoposto la questione all’ex rais egiziano in un pranzo ufficiale a Roma il 19 maggio 2010, appena otto giorni prima del fermo di Ruby: «Alla mia domanda se conoscesse la famosa cantante» ha detto Berlusconi «Mubarak rispose di sì, che era effettivamente una sua familiare; però non era a conoscenza del fatto che costei avesse una figlia cacciata di casa per problemi di religione. Ma l’argomento Ruby occupò parte della nostra conversazione e mi convinsi che potesse davvero avere un legame di parentela con il presidente egiziano».

Ovvio: si può credere o non credere a questa versione. Va detto però che inventarsi una storia tanto complessa non è proprio agevole, e non sempre è detto che una versione debba essere falsa solo perché complicata. Va detto, soprattutto, che a confermarla sotto giuramento sono stati in tanti. Non solo nell’entourage berlusconiano e fra quanti avevano partecipato al pranzo con Mubarak: anche uno degli agenti di polizia che il 27 maggio avevano portato in questura Ruby ha confermato che la ragazza si era presentata a lui come «nipote del rais».

 

Anche i presunti concussi smentiscono: nessuna pressione

La concussione è il reato commesso dal pubblico ufficiale che, al fine di costringere qualcuno a fare qualcosa che non deve fare, abusa dei suoi poteri. Per l’accusa, la telefonata con cui Berlusconi la sera del 27 maggio 2010 contatta la questura di Milano costringe alcuni funzionari di polizia a compiere atti contrari ai loro doveri d’ufficio al solo scopo di evitare che Ruby, in stato di fermo, possa metterlo nei guai. Per Berlusconi la verità è diversa: «Io chiamai solo per verificare la sua identità; poi il capo di gabinetto Giorgio Ostuni ci richiamò e disse che Ruby era marocchina, non egiziana. Cadeva così il problema: da allora mi sono astenuto da ulteriori interventi».

Ostuni in aula ha confermato questa versione: lui non ha subito alcuna forzatura. E anche Giorgia Iafrate, il funzionario che quella sera si è occupata della sistemazione di Ruby, è stata categorica: «A distanza di due anni posso dire che siamo stati fin troppo scrupolosi». La teste ha smontato anche la versione dell’ordine impartito dalla pm del tribunale minorile, Annamaria Fiorillo. All’inizio il magistrato le aveva chiesto di accompagnare Ruby in una comunità per minorenni in difficoltà, ma non era stato trovato posto. «Dunque lei ha disatteso le disposizioni del pm Fiorillo?» ha domandato Ilda Boccassini. «No, le sue disposizioni sono cambiate» ha risposto Iafrate: il funzionario ha spiegato che la pm Fiorillo aveva concesso che Ruby fosse affidata a Nicole Minetti «a condizione che prima fosse compiutamente identificata». E questo avvenne. Iafrate ha aggiunto che l’affidamento «venne ritenuto più consono (rispetto all’alternativa di trascorrere la notte in questura o a San Vittore, ndr) nell’interesse della minore».

 

Berlusconi aiuta Ruby (ma poi l’abbandona)

Un altro paradosso inspiegabile riguarda proprio l’accusa di concussione. Quando la notte del 27 maggio 2010 Berlusconi viene informato che Ruby ha solo 17 anni e non è egiziana, dice di essere rimasto «di stucco» e smette di occuparsi di lei. I fatti non lo smentiscono: in effetti non interviene quando, una settimana più tardi, la ragazza viene nuovamente fermata dalla polizia e consegnata in affido a una comunità di Genova. Ma allora nell’accusa qualcosa non torna: se davvero l’imputato nutre delle paure su Ruby, perché interrompere la sua «protezione»? Perché non ripetere l’intervento, magari su altri funzionari? È possibile che in 7 giorni venga meno il «rischio Ruby»? Al contrario: semmai il pericolo per il premier è aumentato. Pare logico, allora, leggere nel suo comportamento la reazione di chi, dopo avere aiutato quella che in buona fede ha ritenuto  fosse la vittima di una vita disperata, smetta di farlo una volta appurato che si tratta di una mistificatrice.

Ma la logica, si sa, non è propria né della giustizia né di molti processi. Men che meno del processo Ruby.

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2 commenti

  1. Tutte queste considerazioni la dicono lunga,sull’influenza che un qualsiasi giudice può esercitare sulla libertà di un libero cittadino.Attenzione
    a non cadergli fra le mani!

  2. Nelle mani degli stessi magistrati sono capitati anche diversi bambini che, una volta opportunamente “eliminati” i genitori, ne sono divenuti vittime.
    Vittime indifese dato che i difensori dei minori nei tribunali per i minorenni non vengono certo scelti dai bambini.

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