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I REDUCI A 4 ZAMPE DELL’AFGHANISTAN SI GODONO LA PENSIONE

18 CANI ADOTTATI

 

Articolo di Rosanna Frati per Visto

 

Più di 6.500 chilometri coperti in sei mesi. È stato lungo il viaggio che Bruno e Chiara hanno dovuto affrontare, per raggiungere la loro famiglia adottiva nel Piacentino. Bruno e Chiara sono due cani, nati e cresciuti in Afghanistan, ospitati fin da cuccioli nella base militare italiana di Bala Murghab. Da pochi giorni si stanno abituando a un clima profondamente diverso, in tutti in sensi, da quello afgano: quello della quieta e ricca campagna dell’Italia del nord, lontanissima dai rumori di guerra che ne hanno segnato l’esistenza. A casa della famiglia Bocchi – il padre Oreste, la madre Albertina e le due figlie adolescenti Simona e Giorgia – i due pastori del Caucaso (ma senza pedigree, per ovvie ragioni) stanno ritrovando un’esistenza pacifica che in Afghanistan è negata agli uomini, alle donne e ai bambini, figuriamoci agli animali. «Laggiù i cani non sono considerati bestiole da compagnia», afferma Oreste Bocchi, uno degli artefici del salvataggio dei due quattrozampe asiatici. In Afghanistan, dove tra pochi giorni tornerà nuovamente dopo una breve vacanza, ha passato svariati anni, a causa del suo lavoro: costruisce basi militari e installa e collauda apparecchi per la difesa. «Al massimo li usano come cani da lavoro per aiutare i pastori. Ma tanti vengono uccisi».

Un destino che Bruno e Chiara sono riusciti a evitare, grazie ai militari italiani di stanza nella base operativa, i Bala Murghab. Il primo a varcarne il portone e diventare un soldato a quattro zampe, sotto le insegne del tricolore italiano, è stato Bruno che, nel 2009, ancora cucciolotto, era riuscito a sopravvivere in questa pericolosa zona di conflitto. «Bruno si fece voler bene subito e in breve divenne la mascotte molto coccolata da tutti gli italiani», racconta Oreste, che ha seguito le vicende dei due cani fin dall’inizio e che per questo si è molto affezionato a loro, festosamente ricambiato.

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Ma non si pensi che il cagnone afgano si limitasse a compiacere i suoi compagni umani con feste e coccole. «Si è comportato da subito come un vero cane-soldato: scortava i militari in ricognizione a piedi nel vicino villaggio, faceva parte della scorta del comandante quando questi, per mantenere buoni rapporti con la popolazione locale, partecipava agli shura, le riunioni dei capivillaggi», ricorda con piacere Oreste. Ma il compito più importante Bruno lo svolgeva quando, paracadutate dal cielo, arrivavano le provviste di viveri, di carburante. In quei frangenti occorreva organizzare la protezione dell’area in cui sarebbero atterrati gli approvvigionamenti. «Quel fedele cagnone era sempre in prima linea nel tenere lontano i ladri e i numerosi cani randagi e inselvatichiti», ricorda ancora Oreste.

Chiara invece è arrivata un paio d’anni dopo: è meno portata alle corvée militari, ma simpatica e molto affettuosa. «Se devo dire la verità, è la mia preferita e anch’io devo aver fatto breccia nel suo cuore», dice Oreste, che racconta un aneddoto. «Un giorno fui ferito abbastanza gravemente e fui portato via in elicottero per essere curato in un centro medico più attrezzato. Chiara venne fino alla zona di decollo e cercò di seguire il velivolo: sembrava molto preoccupata di non vedermi più. Quando la rincontrai, un paio di mesi dopo, completamente guarito, mi corse incontro e non finiva più di farmi le feste».

A causa delle difficoltà di approvvigionamento, a Bala Murghab non c’è mai stata abbondanza di viveri, eppure ogni soldato rinunciava volontariamente a una parte della sua razione per riempire ogni giorno le ciotole del cane soldato e della cagnolona recluta. Come tutte le basi militari anche quella di Bala Murghab è stata consegnata di recente agli afgani, che la gestiranno da soli, e i nostri alpini sono stati trasferiti altrove. L’interrogativo si è posto fin dal primo momento: che fare di Bruno e Chiara? Lasciarli lì con la certezza di condannarli a morte sicura? O mostrare loro riconoscenza e portarli in salvo? A prendersi a cuore la loro sorte ci ha pensato il tenente Gianluca Messi, che si è dato un gran daffare per organizzare l’espatrio dei due pastori del Caucaso, riuscendovi grazie all’intervento dell’Ente nazionale protezione animali (Enpa) di Perugia, che ha ospitato per la doverosa quarantena i due cani. Bruno e Chiara hanno lasciato la base nell’agosto dello scorso anno e sono atterrati in Italia a metà novembre, ma solo dopo Pasqua hanno finalmente raggiunto la meta definitiva. «Spero che facciano presto i cuccioli», confida Oreste. «Tanti soldati che li hanno conosciuti e pattugliato con loro mi chiedono di adottare un futuro piccolo Bruno o una piccola Chiara. Ma ce ne vorrebbero almeno 500 e non riusciremo certo ad accontentarli tutti…».

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