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«Sono il primo clochard che si laurea in Bocconi»

 

L’articolo di Eva Mazzali su Visto, in edicola

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Milano- «In questo primo scorcio di 2013 ho realizzato due sogni importanti in una volta sola: ho avuto il documento che certifica il mio stato di apolidia e mi sono laureato».

Dari Tjupa, 31 anni, nato nell’ex Unione sovietica, è un uomo felice da quando è diventato dottore e apolide. Due cose in fondo molto normali, ma che nel suo caso sono da considerarsi eccezionali.  Primo perché l’istanza per essere ufficialmente dichiarato apolide, vale a dire un soggetto privo di cittadinanza, ma con il riconoscimento di diritti certi, lui l’aveva presentata il 29 giugno del 2000 ottenendo l’attestante certificato del ministero solo lo scorso 14 di febbraio. Tredici anni per un certificato sono quasi un record anche per una burocrazia, come quella italiana, che nel mondo ha ben pochi rivali.

Conferma Dari: «La pratica è rimasta sempre bloccata alla prefettura di Milano e questo mi ha causato non pochi svantaggi in tutti questi anni, a cominciare dal fatto che, se non sei un apolide certificato, non puoi avere diritto a un posto di lavoro regolare né puoi viaggiare all’estero: paradossalmente, pur non essendo cittadino italiano, non puoi lasciare l’Italia rimanendone di fatto prigioniero entro i suoi confini».

Dari Tjupa, dal settimanale Visto
Dari Tjupa, dal settimanale Visto

La vicenda di Dari comincia nel 1995 quando con la madre, cittadina dell’Estonia, arriva in Italia: lei ha i documenti in regola, lui no perché la legge estone non concede automaticamente la cittadinanza ai figli minori nati nell’ex URSS. Dari perciò chiede subito asilo politico. Tipo tosto, lui: studia e si diploma al civico liceo linguistico Manzoni e intanto aiuta la madre, che fa la ricamatrice. Poi si iscrive all’università, alla Bocconi. Dari ha da sempre le idee chiare in proposito: «Fin da piccolo, in URSS leggevo articoli di autori comunisti che però scrivevano di Borsa in termini benevoli, è allora che mi sono appassionato e quando sono arrivato in italia, a Lecco, ogni giorno andavo in una banca e mi prendevo il listino dei cambi valute e lo studiavo. Ho scoperto allora che la Bocconi era la migliore università italiana di economia e così, sfruttando anche una borsa di studio, mi ci sono iscritto».

Le cose sembrano procedere bene, Dari sta sempre sui libri e dà con regolarità gli esami. Al mattino va in facoltà, al pomeriggio aiuta la madre. Ormai manca poco alla tesi. Ma intanto arriva la crisi, il reddito assicurato dal lavoro di ricamo è sempre più scarso, poi la mamma perde il lavoro e pure i risparmi finiscono. Arriva anche lo sfratto da casa. Mamma si trova un posto letto a Como, Dari si ritrova a dormire all’aeroporto di Linate e alla stazione centrale di Milano, seppure solo per qualche notte. Intanto però parla in Bocconi della sua condizione e trova aiuto: viene esentato dal pagare la retta, gli viene assegnato un relatore per la tesi e viene indirizzato al Rifugio della Caritas di via Sammartini, dove rimane per otto mesi a scrivere gran parte della sua tesi di laurea e dove la sua situazione ha finalmente una svolta positiva.

Succede infatti che l’8 febbraio, in occasione di una visita del sindaco Pisapia e del presidente del parlamento europeo, il laburista Martin Schultz, Dari può raccontare la sua incredibile storia e Schultz gli assicura che cercherà di aiutarlo. Fatto sta che, appena una settimana dopo (da aggiungere ai tredici anni di attesa precedente), gli arriva dal ministero il tanto agognato certificato.

«Ora finalmente posso viaggiare, pur se solo in Europa, e trovarmi un lavoro e magari anche una fidanzata», commenta Dari, che ora è ospitato in una casa della carità di don Virginio Colmegna. Dopo la laurea in Economia delle istituzioni e dei mercati finanziari, tanto agognata anch’essa e arrivata il 26 marzo scorso, Dari è ora coinvolto in un progetto part time della Bocconi sulle persone senza dimora.

Ma manca ancora un sogno da realizzare a Dari, sarebbe bellissimo se potesse avverarsi già in questo fortunatissimo 2013: «Il mio terzo sogno è quello di occuparmi di proprietary trading, di lavorare cioè in quelle società finanziarie che investono i loro capitali in titoli sui mercati».

Insomma, dismessi i panni del clochard, sia pure per caso, Dari si vede già in quelli dell’uomo d’affari, magari impegnato al desk di una banca di Montecarlo, luogo che adora.

Ma a chi l’ha dipinto come un iper liberista e individualista lui risponde che non è affatto così: «Quando mi sono trovato per strada ho capito che bisogna reagire, imparare le cose molto alla svelta. Io ho imparato a essere molto realista sapendo che l’obiettivo non è quello di accaparrarsi la fetta della torta fin che c’è, ma aiutare gli altri. Questa solidarietà ti ritorna sempre. Quanto all’individualismo, io lo concepisco semplicemente come il saper dare il meglio di sé alla società».

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