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“PROFUMO DI PESCO” DI STEFANO DI MARINO

Stefano Di Marino

 

L’autore della più fortunata serie di Segretissimo, firmata con lo pseudonimo di Stephen Gunn, in esclusiva su Fronte del Blog

 

Cambogia 1970…

E così mi trovo qui, lungo un fiume di cui appena conosco il nome, nella giungla cambogiana. Il caldo è così opprimente e il verde così fitto che si perde la coscienza della propria identità. Per chilometri e chilometri è un susseguirsi di piante acquatiche che contendono lo spazio al grande corso d’acqua. Limaccioso, impetuoso, sempre scuro. A guardarlo fa paura. Proprio come la giungla o il proprio passato.

In questo inferno verde si perde la cognizione del tempo. Da quando ho lasciato la mia casa in Corsica? Dieci, venti, trent’anni. Non ha una grande importanza, no davvero.

In questa giungla il tempo è solo una parola che passa lentamente sulle labbra.

Sì è qui e adesso.

Tutta la vita precedente non ci riguarda più e quella futura inizia solo dove finisce questa pista interminabile.

Le acque scrosciano lungo i fianchi del misero battello che ci trasporta verso nord. Dalla foresta giungono sibili e strida di animali che non si vedono mai. Il cielo è cupo, forse pioverà. La tempesta è sempre rapidissima da queste parti. Va e viene nel giro di pochi attimi. Ci lascia con le ossa bagnate fino al midollo e una gran tristezza che non so spiegare.

E io sono qui a fare da guida a un uomo di nome Rogeh. Mi ha pagato perché lo scorti sino al confine cambogiano. Un giornalista, di quelli con un sacco di ideali. Non uno come me che si è giocato la vita a sedici anni scappando di casa per arruolarsi nella Legione Straniera. Si dicono un sacco di stupidaggini romantiche sulla Legione. Si racconta che nella scuola di Monsieur Gautier, come la chiamano dal suo nome del suo primo armatore e finanziatore, si va per dimenticare e farsi dimenticare. Non è vero, nella Legione si è dimenticati e basta. Chi ricorda i soldati morti ad Haipong? E quelli massacrati a Dien Bien Phu? Nessuno.  E perché dovrebbe?

Ho vissuto tante guerre in questa parte del mondo che ormai anche io ho dimenticato chi erano i miei compagni. Non so più nemmeno chi sono i buoni e chi i cattivi. In questa guerra che gli americani stanno combattendo contro il destino, non si capisce più nulla. Ma un campo bisogna pure sceglierlo, e io ho aderito alla causa dei soldati, perché senza di essa non potrei vivere.

Sono un amorale? Un poco di buono? Può darsi, e non mi importa niente di quello che potrebbe dire un borghesuccio seduto comodamente in poltrona a mille chilometri di distanza. Io sono qui, nella giungla e sto vivendo un incubo.

L’incubo di dovermi fingere amico di questo giornalista che parla di pace e giustizia, ma non si rende conto di essere una pedina di un gioco più grande di lui.

Per questo quelli della CIA mi hanno pagato per portarlo in un agguato.

Oltre quell’ansa del fiume ci attende un piccolo porto costruito sulla palude. Due sicari lo aspettano per chiudergli la bocca prima che possa parlare con i vietcong con cui deve incontrarsi.

Si è portato dietro una donna.

Una di qui, con due grandi occhi obliqui e i modi gentili di questa gente. Veste una camicetta di seta che le conferisce un aspetto da bambina, ma si vede che è forte. Deve aver sofferto in vita sua, forse i suoi sono stati massacrati. Dai Viet o da noi che importanza ha?

Sono morti, no?

Rogeh dice che gli fa da interprete, ma non la racconta giusta. Lei gli parla con troppa dolcezza, gli tocca le mani troppo spesso per essere una di qui. Credo sia la sua ragazza.

La guardo sporgersi dalla murata del barcone. Il vento le scompiglia i capelli. Una ciocca nera gioca sui suoi occhi. La Scosta con quella sua mano sottile. Un gesto dolce ma deciso che ne rivela appieno la personalità. Guarda lontano e sogna, forse un futuro migliore per il suo Paese. Si capisce che non è una di quelle che si trovano nei bordelli di Saigon. L’ho detto, è una donna forte.

Un poco il mio tipo…

— Una birra? – mi domanda il giornalista.

Povero sciocco. Ma proprio non capisce che lo sto portando al macello?

— Grazie, con questo caldo ci voleva – rispondo invece.

Non mi è antipatico quest’uomo che ha lasciato la sua casa in Europa per venire qui a raccontare una storia vera. Poche cose come bere insieme una birra possono avvicinare due  uomini. Faccio scattare la chiusura della lattina godendo della relativa freschezza della birra. La ghiacciaia del barcaiolo cinese funziona male, ma funziona. Ci sediamo sul ponte a guardare due ragazze dell’equipaggio che giocano con la frutta di un grosso cesto. Come possono ancora aver voglia di baloccarsi come bimbe, dopo che ogni giorno vedono gente massacrata e risaie incendiate?

Hanno la forza che io non possiedo, evidentemente…

I nostri sguardi si spostano sulla ragazza. Rogeh sorride al suo indirizzo. – Aha è molto graziosa. Sembra una bambolina, così fresca…

Ha ragione. Profuma di pesco come una ragazza che conobbi in Algeria, tanti anni fa. Non mi ricordo il nome, ma ne rammento la fragranza, la pelle vellutata e morbida, e lo stesso sguardo. Morì in un rastrellamento. Non so neanche per mano di chi… Che me ne importa del resto? Urlare contro il destino non serve. Con questo sciocco che sta qui, vicino a me, e sogna la sua ragazza. Che potrebbe fare per evitare la morte? Nulla, ormai.

— Ne troveresti altre così, in tutto il mondo — dico senza crederci.

Lui ride.

— Vuoi fare il duro – Mi schernisce— ma sei un uomo simpatico. Lo sai? Sembri uscito da un romanzo di Pierre Boulle. Uno di quei tipi che vogliono essere cinici a tutti i costi.

— Non dire sciocchezze.— Mi alzo per gettare la lattina.

— Non mi credi? Allora come mai stamane hai aiutato quella veccia  a trascinare il suo maiale oltre il ponte e perché usi mai espressione come ‘maledetti gooks’, come fanno tutti qui?

— Perché starei a combattere qui, me lo sai dire? – rispondo indispettito. – La vecchia aveva la tubercolosi e non riusciva quasi a muoversi. Se avesse perso il maiale sarebbe morta e con lei i due bambini che si portava appresso…

Rogeh mi esibisce uno di quei sorrisi idioti da bravo ragazzo che la sa lunga.

— Il perché delle cose lo sappiamo solo dentro di noi. Tu perché combatti questa guerra?

— Io non combatto… ci sono in mezzo…

— Allora ho ragione io.

— Al diavolo. — Mi allontano di qualche passo. Perché mi lascio invischiare in questi discorsi? Quando cerco di dare risposte coerenti mi mancano le parole…

Superiamo l’ansa. In lontananza si vede già il porticciolo. Poche palafitte circondate da una marea di piante galleggianti. Un pontile di legno scalcinato e marcio si incunea tra le onde del fiume. C’è gente sopra che aspetta il battello, contadini con le loro famiglie. Alcuni bambini giocano nell’acqua felici, di cosa lo sanno solo loro.

Cerco di individuare gli assassini di Rogeh. Probabilmente sono avanzi di qualche galera di Bangkok che si guadagnano l’immunità uccidendo.

Per l’esperienza che ho potrebbero essere i due appoggiati alle casse di  frutta. Piccoli e scuri di pelle, non sono certo viet. Dalle camice sbucano avambracci muscolosi e tatuati. Visi cupi da assassini quali sono.

E quello stupido di  Rogeh non neanche una pistola. A che gli servirebbe, d’altra parte? Non si aspetta un agguato. Gioca con la sua ragazza, lui.

Morirà anche Aha?

I barcaioli si stanno scambiando grida amichevoli. Accostiamo al pontile. Le prime cime vengono lanciate. Ecco, i due si scambiano un segnale. Il più piccolo mette una mano sotto la camicia portata fuori dai pantaloni. Ha una pistola. Rogeh mi chiama.

— Beh, che c’è?— gli dico — siamo ancora alla metà del viaggio.

Mi scossa una di quelle occhiate che ti trapassano. Ti fanno sentire un verme.

— Per me il viaggio finisce qui, vero?

— Che cosa dici?

— Tu lavori per la CIA. Non ti biasimo, come hai detto l’altro giorno, bisogna pur stare al mondo. Tu hai scelto il metodo più semplice…

Mi volta le spalle e mi lascia peggio che se mi avesse colpito con una fucilata.

La ragazza lo segue incosciente. Sul molo i due sicari stanno per entrare in azione. Hanno individuato il loro bersaglio.

Maledizione, mi sento male. Non è il solito attacco di  malaria. È che mi secca terribilmente che facciano fuori quel tipo, Rogeh. Siamo stati compagni di viaggio per quattro giorni, abbiamo bevuto la stessa birra, mangiato lo stesso riso. Guardato la stessa ragazza.

Rogeh e Aha stanno imboccando il piccolo ponte di bambù che li porterà a tiro dei due killer. Il giornalista li ha individuati, o no?

Troppo sicuro di sé, pensa di morire tra poche ore, ma non qui, su questo ponte.

I due sicari si avvicinano.

Una pistola ce l’ho. Come diceva quel coreano bastardo che ci istruiva a Hapong? “Colpite per primi e ucciderete due volte”

Quelli sono in due, proprio.

E io cosa dico alla CIA? Chi se me li dà i soldi se il lavoro fallisce?

Uno dei sicari emette un urlo. Ecco, Rogeh cerca di scostare da sé la ragazza, ha capito che è in trappola. Perché non ha tentato di fuggire se lo sapeva? Senso del dovere? O ha voluto darmi fiducia? Magari amicizia?

Al diavolo, non mi sono mai stati simpatici gli yankees e meno di loro i loro dollari. Ne ho guadagnati abbastanza di soldi sporchi.

Mi muovo quasi d’istinto. L’azione dura  un attimo che sembra una vita.

Sento le  mani che armeggiano con il carrello della Colt. Il proiettile è in canna. Mi piego e sparo, quasi senza mirare. Mi guida l’istinto.

Il sicario con la pistola sobbalza, un fiore rosso in petto. Il suo compagno cerca di scappare. Lupi sono, appena c’è un pericolo fuggono via.

Faccio per seguirlo.

Si volta improvvisamente. Spara. Lui ha un revolver…

 

Porca miseria… Devo essere rimasto svenuto per almeno… ma che importanza ha?

Non mi reggono le gambe e ho la bocca secca. Mi sono fatto cogliere come un idiota, dovevo saperlo che erano armati entrambi. Ma io no, ho voluto fare l’eroe e mi sono beccato una pallottola nel polmone.

Rogeh mi sta vicino. Cerca di tamponare la ferita alla meglio.

— Perché, amico?— mi domanda.

— Per un profumo di pesco…

Non capisce. Gli sorrido mentre la ragazza corre verso di noi con un infuso che una vecchia le ha dato. Non servono mai a niente quegli intrugli.

–Sono crepati, almeno, quei due fottuti?

Rogeh annuisce distogliendo lo sguardo. Gli prendo il braccio con quel poco di forza che ancora mi rimane.

— Adesso che sono morti tu devi arrivare a incontrare quel vietnamita, eh?

— Se non mi uccidono prima.

— Se ti porti lei dietro, avrai chi ti guarda le spalle.— Fatico ad articolare le parole.

Aha mi medica meglio che può. Non è molto efficiente e ha gli occhi pieni di lacrime. Non sono molte le donne che hanno pianto per me negli ultimi tempi. Forse nella kasbah, quella ragazza dal profumo di pesco…

 

FINE

 

 

 

Chi è Stefano Di Marino

Stefano Di Marino, narratore, saggista, traduttore ha pubblicato più di 70 romanzi e saggi. Ha curato numerose collane VHS e DVD su arti marziali, horror azione. Come Stephen Gunn firma da 18 anni Il Professionista, la serie più venduta di Segretissimo che da maggio 2012 ha una collana sua di ristampe cronologiche e inediti. Il suo blog è http://hotmag.me/ilprofessionista/. Il suo ultimo volume è Tutte dentro, guida al cinema delle donne prigioniere.

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